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Trump, Croce e la satira: quando le ipotesi diventano un boomerang

  • Postato il 14 luglio 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
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In sintesi

L'articolo analizza la tecnica satirica dell'ipotesi contraffatta, utilizzando come caso studio le dichiarazioni di Trump sull'Iran. Evidenzia come questo strumento retorico, frequente tra i principianti della satira, rappresenti un approccio superficiale e controproducente. L'autore spiega perché attribuire intenzioni ipotetiche ai personaggi pubblici può trasformarsi in un boomerang comunicativo, compromettendo l'efficacia del messaggio satirico.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

Trump, Croce e la satira: quando le ipotesi diventano un boomerang

“Se avessero la bomba atomica la userebbero“, ha detto Trump la settimana scorsa mandando a monte la tregua con l’Iran. E’ un tipo di ipotetica che mi capita di incontrare spesso nelle battute di chi partecipa da poco alla Palestra di satira. Tipica dei dilettanti perché facile da ideare, ha un grosso problema: attribuisce a qualcuno intenzioni, opinioni e comportamenti in modo arbitrario. Dunque come argomento satirico è debolissimo: basta un “questo lo dici tu” per smontarlo.

Casso sempre le battute che usano quel tipo di ipotetica, comprese quelle che eliminano il “se”, ma conservano l’attribuzione arbitraria di intenzioni, opinioni e comportamenti (“Fa così caldo che Alemanno tornerebbe al fresco a Rebibbia”). Spiego dunque agli autori perché è meglio evitare questo mezzuccio e li invito a lasciarlo ai principianti, i quali non colgono neppure quando l’ipotesi crea un’inferenza diffamatoria: “Verona, piastrellista ha vinto 2 milioni al Gratta e vinci. Oppure qualcuno ha sollevato la mattonella dove mette il nero”.

Anche molti opinionisti, ricorrendo alle ipotesi, scivolano sulla buccia di banana dell’attribuzione arbitraria, e non solo quando vogliono fare gli spiritosi. Gramellini, per dire, agli inizi della guerra in Ucraina la usò per sostenere un’infamia: “Il gen. Abroskin del battaglione Azov: gli ebrei lo definirebbero un ‘giusto’”. Non meno ridicolo Riotta: “E’ quindi legittimo immaginare che perfino Brera, e di certo Bearzot, in fondo al cuore avrebbero simpatizzato per i coraggiosi ucraini”. Questo invece era coso in piena pandemia: “La gente di Bergamo e Brescia che non c’è più, se potesse parlare, ci direbbe di riaprire”.

Chi si serve dell’attribuzione arbitraria a scopo argomentativo compromette il proprio discorso: “Limonov, strenuo oppositore di Putin, oggi plaudirebbe alla sua offensiva”. Lo dici tu. “E possiamo essere sicuri che Xi Jinping non la pensa molto diversamente”. Lo dici tu. “Una frase che sarebbe piaciuta a Totò Riina”. Lo dici tu. “Cesare Beccaria, che tendeva a confondere con Cesare Previti”. Lo dici tu. “Se Calenda fosse stato in Parlamento, avrebbe votato Ruby nipote di Mubarak”. Lo dici tu. “Se ci fosse ancora Berlusconi, oggi Giambruno giurerebbe come ministro delle Pari Opportunità”. Lo dici tu. “Sangiuliano avrebbe votato Il codice da Vinci e bocciato L’uomo senza qualità“. Lo dici tu. “Popper reagirebbe all’odio dei pro-Pal”. Lo dici tu (e quello dei pro-Pal non è odio). “Armiamoci di carta, penna e calamaio (o calamaro, come direbbe Lollobrigida)”. No, come dici tu.

Può succedere a tutti, del resto. Ci cascò persino a Benedetto Croce quando stigmatizzò l’approvazione del trattato di pace firmato il 10 febbraio 1947 tra l’Italia e le potenze alleate vincitrici della Seconda guerra mondiale. Il trattato fu sottoposto all’approvazione dell’Assemblea Costituente nel luglio del 1947 e in quella discussione Croce pronunciò il discorso “Contro l’approvazione del dettato della pace”. Croce scrisse “dettato”, non “trattato”, perché riteneva che l’Italia non avesse negoziato davvero le condizioni, ma le avesse solo subite. Lo considerava un diktat, un insieme di condizioni imposte dai vincitori ai vinti.

Croce criticava la pretesa degli Alleati di ergersi a giudici morali assoluti della Storia e di attribuirsi il diritto di infliggere una punizione che egli riteneva andasse oltre le responsabilità politiche e militari dell’Italia. Contestava l’idea che i vincitori potessero presentarsi come depositari di una giustizia inconfutabile, sentenziando sulle colpe dei vinti e pretendendo che le riconoscessero e promettessero di emendarsi. “Pretesa che neppure Dio rivendicherebbe a sé”, aggiunse. Argomento nobile, ma l’evocazione di Dio lo indeboliva.

Purtroppo non posso cassare le pericolose ipotetiche di Trump e mi tocca subire, come tutti, le conseguenze nefaste delle sue mattane irresponsabili. Mi piace pensare che, con Croce al posto di Rutte, le cose sarebbero diverse. (Ecco, insomma – dico a questo punto ai principianti – come si fa).

L'articolo Trump, Croce e la satira: quando le ipotesi diventano un boomerang proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autore
Il Fatto Quotidiano

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