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No a un altro anno di guerra in Ucraina per ‘mettere in ginocchio la Russia’: Putin ha già perso

  • Postato il 14 luglio 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
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In sintesi

Emerge un dibattito strategico in Europa sulla durata del conflitto ucraino: mentre l'Ue destina 90 miliardi di aiuti a Kyiv e la Nato pianifica 140 miliardi per il 2026-27, cresce il consenso che ulteriori anni di guerra non siano necessari per raggiungere la pace. Le analisi suggeriscono che la Russia ha già subito perdite significative, mettendo in discussione la narrativa di una lunga guerra risolutiva.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

No a un altro anno di guerra in Ucraina per ‘mettere in ginocchio la Russia’: Putin ha già perso

Un fantasma si aggira per l’Europa: l’idea che sia necessario un altro anno di guerra per “mettere in ginocchio” la Russia e costringerla alla pace. Lo evidenzia il piano di aiuti finanziari dell’Ue a Kyiv (90 miliardi) e la doppietta da 140 miliardi decisa dalla Nato per il 1926-27, accompagnata dal ripetuto appello dei vertici dell’Unione europea ad “aumentare la pressione” su Mosca.

Non sono solo i cosiddetti Volonterosi (Francia, Germania, Gran Bretagna, quelli che al primo sentore di un possibile negoziato hanno lanciato l’idea di portare truppe europee in Ucraina: un modo sicuro per sabotare prospettive di pace) ad usare toni duri. Sono animati dal desiderio di dare una lezione a Mosca anche i Paesi Baltici e Nordici, per i quali ci sono antichi conti da pareggiare con l’autocrazia russa.
Il presidente Zelensky da parte sua ha annunciato la creazione di un comando speciale delle forze armate, esclusivamente dedito a operazioni di “impatto a lungo raggio” nel territorio russo.

In questo clima aleggia la profezia, diffusa da alcuni servizi segreti occidentali, di un attacco della Russia ai paesi Nato nel 2030. Notava giustamente in questi giorni un editoriale dell’Avvenire come sia “decisamente controintuitivo pensare a un attacco contro l’Europa mosso da una potenza che non riesce ancora, dopo quattro anni di guerra, a chiudere la partita aperta in Ucraina”.
Con estremo realismo il ministro della Difesa Guido Crosetto ha rilevato davanti alle commissioni Esteri e Difesa della Camera e del Senato che secondo le analisi degli esperti con gli attuali ritmi operativi “sarebbero necessari dieci anni affinché la Federazione russa possa completare la conquista del Donbass e diversi decenni per conseguire la conquista dell’intero territorio ucraino”. E questa Russia, così com’è, dovrebbe partire all’assalto dell’Europa?
La verità, come ha sottolineato Crosetto, è che il “conflitto appare caratterizzato da una situazione di stallo”. E per dirla tutta – ma il ministro non ne ha voluto fare cenno con i parlamentari – è da oltre due anni che i veterani della diplomazia, degli ambienti militari, degli osservatori geopolitici sono convinti che l’unica soluzione possibile sia un cessate-il-fuoco alla coreana. Una tregua tombale, senza irredentismi nazionalisti, che per lunghi decenni congeli le frontiere tra Ucraina e Russia.

Questa guerra, iniziata dalla Russia, non doveva nemmeno cominciare. Mosca e Washington avrebbero dovuto attenersi alla lezione della crisi di Cuba nel 1962. Niente missili sovietici installati a Cuba, stop ai tentativi di invasione da parte degli Stati Uniti. Un accordo razionale che ha retto. Diceva Henry Kissinger che l’Ucraina non avrebbe dovuto essere né un baluardo occidentale contro la Russia né un baluardo russo contro l’Europa. La Nato nel novembre 2021 non ha voluto garantire che l’Ucraina non sarebbe stata inclusa nel Patto atlantico. Il premier inglese Boris Jonhson nell’aprile del 2022 – a invasione russa già iniziata – si precipitò a Kyiv sconsigliando Zelensky dal proseguire negoziati di pace con Mosca.
Come precisò lucidamente papa Bergoglio la guerra in Ucraina “non è la storia di Cappuccetto Rosso”. Il politologo statunitense Ian Bremmer l’ha definita in modo pertinente una “guerra ibrida tra Nato e Russia”.

Proseguire la guerra, continuare ad alimentarla, buttare ancora centinaia di miliardi nella fornace del conflitto non è nell’interesse dell’Europa e dell’Italia.
Putin ha già perso. In questi anni l’esercito ucraino ha mostrato coraggio, determinazione, efficienza superiori. Di più: l’Ucraina ha sviluppato droni e missili di alto livello. Anche droni marini che hanno sgominato la flotta russa nel Mar Nero. Chi parla di rischio “resa” dell’Ucraina, fa propaganda.

In una stagione, in cui alla guerra in Ucraina causata dall’invasione russa si unisce la guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, diventano sempre più attuali le parole dell’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV. Sono parole razionali, del tutto leggibili in modo laico, che mettono in luce la pressione propagandistica-culturale con cui si alimentano i conflitti: “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura”. Scartando la diplomazia e le regole del multilateralismo. Scivolando nella cultura violenta della potenza “dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti”.
Sono riflessioni di livello in un panorama di classi dirigenti politiche – di qua e di là dell’Atlantico – contrassegnate dallo scadimento culturale. E invece varrebbe la pena discutere senza paraocchi di propaganda. Tanto più che la situazione (è sempre Leone ad evidenziarlo) è aggravata dal gonfiarsi dell’industria degli armamenti. “Enormi interessi economici”, nota Leone, stanno oggi dietro alle guerre. “La stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche genera una ‘nazione armata’…(mentre) il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche”.

La corsa al riarmo, impostata sull’assioma del 5 per cento del Pil di ogni Paese, è destinata a sfiancare l’Europa sconvolgendo al ribasso i fondi per l’istruzione e la sanità. Anche questa è una riflessione che si si riallaccia al pensiero di Leone. Senza dimenticare – come ricordava l’Avvenire – che “l’ossessione per la sicurezza produce un circolo vizioso che finisce per realizzare proprio ciò che dice di voler evitare”.
E’ singolare che gli inviti alla saggezza e al realismo vengano oggi in prima linea dal mondo della Chiesa. Ma è un dato di fatto.

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Il Fatto Quotidiano

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