PornOdissea: così Ulisse e compagni superano Sirene, Scilla e Cariddi
- Postato il 14 agosto 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Uscito dall’Ade, Ulisse e i compagni arrivano all’isola delle Sirene.
PornOdissea. ULISSE: “Ne vidi sei o sette: sull’erba sedute, eran bellissime, con magnifiche poppe, sode e appuntite. Ai sinuosi fianchi, lunghe code di pesce con molte scaglie seguivan, scintillanti, ogni scaglia grande quanto un palmo. Irresistibil canto mandavan: SIRENE: ‘Ah, oilì oilì oilà e la verga crescerà. Amato dalle donne, amato dalle doonne! Ah, oilì oilì oilà e la verga crescerà. Amato dalle donne Ulisse ognor sarà!’
E mentre il coro delle altre la cantilena mormorava, una favellò: SIRENA: ‘Mai, mai mai, oh, mai creature eccitanti hai conosciuto come noi, dovizioso figlio di Laerte. Né Penelope con la sua fica, piena di ragnatele ormai; né Calipso co’ suoi inanellati ricci; né la lussuriosa Circe che i puledri s’ingroppano stupiti; nessuna di lor mai giustizia ti rese. Con loro a letto hai solo perso tempo, delle lor carezze dopo un po’ ti sei annoiato: portarle al gusto era una fatica!
Mentre noi, oh, noi qualcosa di ineffabil siamo. Immagina di giacer sul talamo, in venerei sogni compreso. D’un tratto accanto a te ecco un corpo delizioso. C’entra il tuo cazzon, poi n’esce. E appo questo cavo di delizie ce n’è un altro, assai diverso. Anche quello provi. E poi appo questo ce n’è un altro, ma più piccino e stretto. E come lasci quello ce n’è un altro, e un altro, e un altro ancora: tutta questa varietà in un corpo solo!
Una fica calda, una succosa, una larga, una stretta, una di zagare odorosa, una di menta, una di rosa, una di lavanda, una di mirto, una di timo. Una vino stilla, un’altra latte, un’altra sidro, un’altra limonata. Descriverle tutte non possiamo: sono troppe! Assaggiale da te: non te ne pentirai. Dimentica Penelope: è lacunosa. E dimentica le altre, misere tutte. Vieni e ogni scaglia nostra infiggi.
Mille fiche diverse gustati in un’ora! Ognuna di noi ne ha 640. E noi siamo 231. Fanno 147mila e 840 fiche! Vieni, Ulisse dai diecimila colpi! Dimostra di esser degno del tuo nome! Che uomo sei comprova!’ CORO: ‘Ah, oilì oilì oilà e la verga crescerà. Amato dalle donne Ulisse ognor sarà!’
Così cantavano con voci seducenti, il cor empiendo di desio e il cazzo, che s’indurì e tanto crebbe da allentar la corda che all’albero maestro m’avvincea. E io ai compagni cenno fea ch’ogni legame fossemi rotto. Euriloco accorse, e Perimede, con nuovi nodi serrandomi. Le Sirene superammo e presto così lontani fummo da non sentire più le loro voci perigliose. Le vedevo sugli scogli: le code scuotevano deluse.
A sé la cera dall’orecchie tosto e dalle membra a me tolsero i compagni i lacci. Già rimanea l’isola indietro; ed ecco denso apparirmi un fumo, e vasti flutti, e gli orecchi intronarmi alto fragore. Sbigottiron i compagni, il remo cadde loro dalle mani e la nave immantinente s’arrestò.
Di su, di giù per la corsia movendo, allor, e con blanda favella or questo, or quello abbordando, dissi: ULISSE: ‘Abbiamo già incontrato guai, amici. Non è peggiore questo di Polifemo, che ficcarci uno per un volea su per il culo. Col valor mio vi trassi e col mio senno. Su, l’onde coi remi percotete, e Zeus, io spero, concederà dalle correnti scampo. Ma tu, che il timon reggi, guida il naviglio fuor del fiotto, e all’opposta rupe tienti, o tutti ci getterai nell’orrida vorago’.
Scilla tacqui, per non spaventarli. Il tratto burrascoso due temute scogliere attraversa. Una al ciel s’innalza, levigata: in una sua caverna a mezza altezza Scilla, la piovra sifilitica, alligna, orribil mostro che pur gli dei cercan di evitare. Sozzi bubboni d’un livido paonazzo tappezzan i suoi dodici tentacoli, che l’immondo polpo striscia fra le chiappe di chi passa sulle navi, lasciandone l’usbergo infetto e sanguinante: nascosto nei crepacci della rupe, con le sue propaggini nefande chi a tir gli capita colpisce, contaminandolo incurabilmente.
Non è così alta l’altra roccia e alla base ha un gorgo, Cariddi, che qual donna in mestruo una spuma di negro sangue cinque volte al giorno spruzza: chi ci finisce dentro non si salva. Come caldaia in molto rilucente foco, mormora bollendo. I suoi larghi sprazzi sino al cielo vanno, e in vetta ricadon d’ambo gli scogli. Ma quando i salsi flutti ringhiotte, tutta commuovesi di dentro, e alla rupe terribilmente rimbomba intorno.
Su Scilla calamitosa dunque puntammo: meglio pochi uomini perduti che la ciurma intera. Cariddi vomitò il suo fiotto rosso, poscia le onde spumose inghiottì nel buco ribollente, che le due rupi cingon come le labbra sue la figa. Verdi le guance di paura a tutti scorsi: era come trovarsi al parto d’un’Erinni!
Ma mentre attoniti al pernicioso foro tenevam le ciglia, una morte temendone vicina, lorde appendici lanciò Scilla sul naviglio, otto dei miei sferzando: sibilavan, serpeggiando fra le chiappe d’ogni culo. Dolenti mettean grida quelli, e le mani mi stendeano indarno. Li uccisero i compagni con le lance: fra i molti acerbi casi di cui sostenni, solcando il mar, la vista, spettacol mai di cotanta pietà non mi s’offerse.
Scilla e Cariddi oltrepassate, pur angosciati continuammo il viaggio: tosto la feconda ci apparve isola amena ove le figlie del Sol soggiornano viziose”. (15. Continua)
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