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PornOdissea: quando Ulisse nell’aldilà visita Tiresia che lo allerta delle Sirene

  • Postato il 12 agosto 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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In sintesi

Generazione sintesi AI in corso…

PornOdissea: quando Ulisse nell’aldilà visita Tiresia che lo allerta delle Sirene

Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Per circa un anno Circe, Ulisse e i suoi compagni tromban nel lettone tutti insieme appassionatamente.

PornOdissea. ULISSE: “In primavera, rivolto l’anno di bagordi e il cerchio dei molti dì compiuto, i compagni mi trassero in disparte. CORO: ‘Ci siam stufati, Ulisse! È ora di tornare alla terra avita, alle mogli fedeli. Penelope hai obliato? Qui non si sta malaccio, e il vitto è buono, ma scopare tutto il tempo stanca!’ Sano avviso mi parve.

Il sol caduto, e coverta di tenebre la terra, quei si corcaron per le stanze a trombar le ancelle; ed io, salito il letto a maraviglia bello di Circe, montandola supplichevoli drizzai alla sontuosa maga, che m’udì, queste parole: ULISSE: ‘Senti, Circe: non ci avevi promesso di aiutarci a tornare a Itaca? Non abbastanza sazia sei del mio cazzone? Al caro, natio ciel rendimi, dunque, cui sempre vola, come il mio, de’ miei compagni il core. Tutti con le lagrime lor mi struggono i coglioni’.

Guardandomi negli occhi, disse la dea: CIRCE: ‘Se più felice non sei in questa casa, sovrumano figlio di Laerte, vattene pure coi compagni tuoi: più oltre non voglio a forza ritenervi. Ma un’altra via correre è d’uopo pria del ritorno: ai foschi soggiorni di Pluto e di Persefone scendere dovrai, onde interrogar lo spirto di Tiresia, l’indovino che, degli occhi cieco, puro conserva della mente il lume. Sul viaggio tuo, sul tuo ritorno alle natie contrade ti darà, quanto basta, indizio e lume’. Rompere il cor io mi sentii: all’Orco nessun giunse finor su negra nave. ‘Non t’annoiar’ mi disse lei, e come andare all’inferno mi spiegò. Sull’aureo trono comparve Aurora.

Passando d’una in altra stanza, abbordai i compagni con molli detti ad uno ad uno: ‘Tempo non è più di follar le dolci fighe: partiamo, e tosto’. Obbediron. Un vento gonfiator di vele mandò Circe che fedelmente ci accompagnò per l’ondosa via. L’Oceano varcato, i bassi lidi apparvero e il folto di cipressi eccelsi bosco dell’Ade. A quella piaggia fermai il naviglio, e i regni gelidi entrai di Pluto. Giunto alla rupe presso cui due fiumi, Cocito e Flegetonte, s’urtano tra lor romoreggiando per cader in Acheronte uniti, una fossa che d’un cubito in lungo e in largo si stendea scavai, come Circe avea dettato, e miel con vino, indi vin puro, indi acqua azzurra, acqua chiara versai, a onor de’ trapassati, intorno, e di bianche farine il tutto aspersi.

Poscia degli estinti pregai le teste flosce. Compiute ai Mani le preghiere, la gola tagliai a un agnello sulla fossa, che si riempì di sangue scuro. Dal più cupo dell’Erebo accorrer vidi a frotte le anime de li mortacci al sangue caldo.

Gemean perché, spettri, fotter non ponno: donne avvizzite, ma ancor piene di voglia; giovani vergini intatte, dispiaciute di non aver mai scopato, ed era troppo tardi; guerrieri uccisi in battaglia, cui negate furon le orge di vittoria; giovani celibi frustrati; ninfomani famose che ora abbracciavan sol fantasmi d’aria. Correvan al fossato, pallidi e nudi. Invocai Tiresia, che mi riconobbe e si fece avanti.

TIRESIA: ‘Perché, uom sventurato, del sole hai abbandonato i raggi per visitar le dimore inamabili dei morti?’ ULISSE: ‘T’ho portato un dono’. Un mappello gli porsi di oscene immagini donatomi da Circe: ogni venerea posizion raffiguravano in dettaglio. In quel desolato regno, chi non può aver la gioia del coito con le figure sconce almeno si sollazza. Gli s’allargò un gran sorriso in faccia. TIRESIA: ‘Dimentichi forse che son cieco, Ulisse? Grazie lo stesso: è il pensier quel che conta’. ‘A Itaca come ci torno?’ gli domandai quindi senza por tempo in mezzo.

TIRESIA: ‘Accidentata la via di casa molto ti sarà. Grave contro di te concepì sdegno nel petto Poseidone, per il figlio ciclope che con rovente palo gli inculasti. Ma, pur a gran pena, Itaca avrai, purché te stesso e i tuoi compagni affreni, quando, tutti del mar vinti i perigli, approderai col ben formato legno all’isola verde ove bellissime oziano del Sole le viziose figlie.

Toccarle non osate, o eccidio a’ tuoi e alla nave io predico, e a te stesso. Ancor che morte tu schivassi, sarà infausto, tardo e senza alcun compagno il tuo ritorno, e su nave straniera. Oltrepassar quindi dovrai le Sirene ammaliatrici. Stregano tutti i mortali che s’appressano: chiunque il loro canto ascolti è perduto. Su donne e dee queste Sirene hanno un vantaggio: non una figa sola han, ma dieci, cento, mille. Sotto ogni scaglia della lor coda di pesce ce n’è una, d’ogni forma, dimensione e odore. Con cera d’api tapperai dunque le orecchie dei tuoi; ma tu vorrai ascoltare il loro canto melodioso. Legare all’albero maestro ti farai, compresa la tua verga.

Le vincerai; poi Scilla; poi Cariddi. Mali oltra ciò t’aspetteranno a casa: protervo stuol di giovani orgogliosi alla divina vulva di tua moglie aspira. Non rimarrai sanza vendetta. L’oracol mio, che non t’inganna, è questo’. ‘Come sai tutto ciò?’ gli domandai stupito. ‘Ho letto l’Odissea’, rispose l’indovin tebano e all’ombre tornò, recando le figure zozze. Gliele descrisse mia madre, l’augusta Anticlea, che ai suoi tempi gli uomini eccitava come oggi le donne eccito io”. (14. Continua)

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Il Fatto Quotidiano

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