Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

PornOdissea – Il Ciclope Polifemo e l’orribil trastullo che dei miei uomini fece

  • Postato il 5 agosto 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
  • 0 Visualizzazioni
  • 6 min di lettura
In sintesi

Generazione sintesi AI in corso…

PornOdissea – Il Ciclope Polifemo e l’orribil trastullo che dei miei uomini fece

Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Naufragato sull’isola dei Feaci, Ulisse racconta alla regina e al re le sue avventure dopo aver lasciato Troia. L’eroe e i compagni sono entrati nella caverna di Polifemo.

PornOdissea. ULISSE: “Acceso il fuoco, scorse il Ciclope le nostre ombre immense: ci vide. Ruggì: ‘Chi siete, forestieri? Da quali lidi prendeste a frequentar l’umide strade? Siete mercanti? Oppur pirati, che la vita in forse, per recar danno ad altri, mettono sui flutti?’ Al rimbombo della voce e all’orrenda faccia del mostro ammutolimmo. Continuò: ‘Sotto le vesti cos’avete? Fatemi vedere’. Quindi uno dei miei uomini afferrò qual bambolotto. Strappatigli i vestiti, gli divarica le gambe, lo capovolge e col suo mignolo gigante a penetrarlo prova. Echeggiò nell’antro il suo riso cavernoso. POLIFEMO: ‘Ah ah ah! Che ridicola creatura! Capisco perché il buco del cul celate sotto gli indumenti. È brutto, piccolo, angusto! Una vergogna. Ecco perché su due gambe deambulate: onde occultarlo!’ Blande voci gli drizzai.

ULISSE: ‘Zeus qui certamente ci menò perché il buco del cul preclaro di cui vai superbo vagheggiassimo. Felice chi può sventolarlo al cielo gattonando come te! Ma non odiarci per la sfortuna nostra. Zeus i supplici protegge. Gli dei non temi tu, buon uomo?’ Spietato, replicò il coglione atroce: ‘O ti fallisce il senno, stranier, o tu di lunge vieni: ce ne sbattiamo, noi Ciclopi, degli dei, e Zeus lo bestemmiamo volentieri. Potrei impiegarvi per un nuovo tipo di divertimento’. Indi l’uomo che in man tenea prese a infilarsi nell’orribil culo. Prima la testa, poscia il corpo spinse finché disparve tutto. Il mignolo gigante addusse onde affondarlo.

POLIFEMO: ‘Uuuuh, questo mortal che si dibatte in me è delizioso! Ma ce ne vorranno almeno due per un trastullo vero!’

Paurosi tremevamo innanzi alla perversa creatura. Afferrò un altro dei compagni, il più alto e robusto; e, dopo averlo spogliato, del primo gli assegnò la stessa sorte. Scomparve nel suo culo: gridava disperato, ma le sue urla erano attutite. Socchiuse l’occhio il mostro, godendo. L’immane deretano sculettava. Tosto si rabbuiò.

POLIFEMO: ‘Già finito è lo spasso: non si dimenan più. Bah! Proprio adesso che a eccitarmi principiavo’.

Dal culo i nostri due compagni estrasse, morti asfissiati, le loro facce gonfie, color del vino, turpi a vedersi. E noi a Zeus ambo le man tra il pianto alzammo, disperando scampo. Grugnì il Ciclope, li gettò lontano. Su un cumulo di paglia si distende e a russar s’appresta, dal sonno, che tutti doma, vinto, orridi peti scoreggiando. Dovevo far qualcosa. Ma cosa? Farmigli presso, e la pungente spada vibrargli nuda al collo? Poscia chi avrebbe tolto dal pertinente ingresso il disonesto sasso imposto dal Ciclope? Passammo la notte tremando di paura. Si sveglia all’alba: munte le grasse pecore e le capre, altri due dei miei ghermisce e spogli se li infila dove già sapete. Finito ch’ebbe, su pel monte portò il gregge fischiettando, ricollocato il pietron che senza alcuno sforzo avea rimosso. Rimasti soli, la vendetta preparammo.

Un verde tronco d’olivo scelsi che nella legnaia a inaridir giacea. Ai miei uomini dissi di scortecciarlo e modellarlo nella forma di un gigantesco cazzo, leggermente arcuato. Col sangue de’ morti nostri lo tingemmo e, a suggello dell’inganno, qual pel di pube alcune fronde alla base disponemmo. Quindi a sorte trassi coloro che alzar meco dovessero e al Ciclope l’adusto palo conficcare in culo. Cadea la sera, e dai pascoli tornò il fier pastore, la sua greggia di lucenti lane tutta introducendo nel capace speco. Acceso il fuoco, intorno si guardò onde abbrancar altri due compagni, ma sbalordì dinanzi al prodigio preparato.

POLIFEMO: ‘La mia fosca pupilla cosa mira! Poseidon, mio padre, certo m’ha lasciato questo giocondo dono mentre ero via. Che bellezza! È così lungo e grosso! E che cappella enorme! Finalmente potrò festeggiare come un dio!’ S’avvicina al manufatto, l’impugna e ci sbava sopra per lubrificarlo. Sta per infilarselo nel culo. Senz’indugio esco allo scoperto e il vino che meco avea condotto (ben diceami il cor!) gli offro.

ULISSE: ‘Ciclope, che festa mai sarebbe senza vino? Assaggia questo: non è al nettare olimpico secondo!’

POLIFEMO: ‘Buona idea. Da’ qua, mortale!’ Un sorso bevve e del soave licor prese diletto: vuotò la sacca, un’altra ne volle e un’altra ancora. Si leccava le labbra soddisfatto. Del ligneo cazzon i miei compagni arroventavano sul fuoco intanto la cappella.

POLIFEMO: ‘Davvero buono questo vinello. Come ti chiami, straniero, che mi hai fatto questo bel regalo?’ ‘Nessuno mi chiaman madre, padre e amici’.

POLIFEMO: ‘Bravo, Nessuno. E adesso scusami, ho da fare’. Già vacillava, dal possente vino oppresso. Afferra lo smisurato olisbo e immantenente nel culo se l’infligge, senz’avvedersi della cappella ardente. Come una scure di ferro cigola e frigge che il fabbro attuffa in acqua onde temprarla, così quel trapano nel buco. Sbarra l’occhio il Ciclope: qual leon ruggendo, in piedi balza col culo in fiamme, la verga smisurata ancora dentro. La testa sul soffitto sbatte, cade di chiappa, di nuovo rugge e a saltellar di qua di là si mette, gemendo qual belva vulnerata. Urla il Ciclope sì tremende mise, e tanto l’antro rimbombò, che noi qua e là impauriti ci spargemmo. Cavasi il cazzon dal culo, lungi lo getta; un focoso vapor ne esce. Gridar lo sentono i vicini. Accorrono i Ciclopi alla caverna: ‘Per quale offesa, Polifemo, urli?’

POLIFEMO: ‘Amici! Nessuno con la sua verga di fuoco m’ha inculato!’ Replicano quelli: ‘Ma sentitelo! Ci sveglia nel cuore della notte perché nessuno se l’incula! Trovati un fidanzato, così la smetterai di allarmarci inutilmente, Polifemo!’ E si diparton. Singhiozza fino all’alba. Quando fa uscire il gregge, a montoni di gran mole, di folta lana carchi, abbrancati fuggiamo. L’ultimo fu il mio. Polifemo, ebbro tuttora, lo brancicò: ‘Perché esci per ultimo, tu che di solito sei il primo? Stai forse male?’ A riscontro il pisel gli saggia, senz’accorgersi ch’è il mio. POLIFEMO: ‘No, ce l’hai grosso e in tiro, come sempre. Va’ con gli altri. Io devo trovar Nessuno: voglio sgranocchiarmelo, ossicini e tutto’.

Del mar di nuovo solcavam le spume quando, vedendo del fumo salir dalla sua grotta, dissi ai compagni che sedean sui banchi l’un dopo l’altro: ‘Guardate: brucia ancora il bucio suo!’ Risero di gusto”. (9. Continua)

L'articolo PornOdissea – Il Ciclope Polifemo e l’orribil trastullo che dei miei uomini fece proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autore
Il Fatto Quotidiano

Potrebbero anche piacerti