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PornOdissea – La fuga da Eolo incazzato e da certe energumene

  • Postato il 6 agosto 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
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In sintesi

Generazione sintesi AI in corso…

PornOdissea – La fuga da Eolo incazzato e da certe energumene

Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Naufragato sull’isola dei Feaci, Ulisse ha raccontato alla regina e al re il tiro mancino giocato a Polifemo

PornOdissea. Stavansi tutti per l’oscura sala taciti, immoti, e nel diletto assorti: Alcinoo, Arete e, nascosta dietro il trono, Nausicaa, palpitante. Come in un sogno, Arete lussuriosa le narrate vicende rievocava, sull’immane cazzon rimuginando. Accarezzava, intanto, la coscia dell’eroe. Fattasi coraggio, dal nascondiglio esce Nausicaa e ai piedi si getta del divino Ulisse. Avvinta al polpaccione, un’altra storia esige, sospirando.

Ulisse: “Giungemmo nell’Eolia. Un muro d’infrangibil rame e una liscia, eccelsa rupe l’isola circonda. Vi abita il lascivo figlio d’Ippota, Eolo. Dodici, sei d’un sesso, sei dell’altro, figli gli nacquero, che han degli anni il più bel fior sul volto. Con loro e con la voluttuosa moglie i giorni spende in baccanali: banchettano ognor a ricca mensa mentre su molli tappeti chiunque con chiunque si congiunge. Tutto il palazzo spira fragranze, e di amorosi gemiti risuona. Poi, caduta sull’isola la notte, chiudono al sonno le bramose ciglia uomini e donne in traforati letti. Questo il superbo tetto che per un mese inter m’accolse. Mi colmò Eolo d’ogni riguardo: una dopo l’altra ciascuna delle figlie mi concesse, e sua moglie pure.

Innanzi a lui con tutte fornicavo allegramente, a volte in gruppi, come Laocoonte aggrovigliato. Delle mie astuzie veneree mi chiedea, quale alunno al precettore. Dal tron purpureo, attento mi osservava. Di quando in quando a moglie e figlie domandava quali diletti stessero gustando, e indiscrezioni a me sulla durata. Mai esauste, moglie e figlie trascorsero con me i più bei giorni della loro vita. Per tutto il mese, i miei uomini con cuoche e cameriere sbollirono i calori. Giunta del partir l’ora, pensier si tolse del mio viaggio e cura il dio: presentommi un’otre che i tempestosi venti imprigionava, e con opportuno zefiro la nave diede a spingere sull’onda.

Eccelso dono, che una follia volse in disastro! Nove dì e tante notti veleggiammo, e già veniaci incontro nel decimo la patria, quando me stanco al timon sorprese il sonno. Presso la gonfia sacca di Eolo mi stesi. Cominciai a sognare. Abbracciato all’otre, mi figurai di star palpando le ubertose poppe di sua moglie. Con eccessiva forza la sacca strinsi, sfortunatamente. Si ruppe, e immantinente tutti con furia ne scoppiaron gli agili venti. La subitanea, orribile procella dalle sponde avite ci rapì, ci ricacciò in Eolia il fiero turbo.

Scendemmo a terra e con un compagno alla magion del dio superba m’avviai. Lo trovai che copulava con la moglie e con le figlie sui tappeti folti: seguendo i miei consigli, ma non pago. Sul limitar stavamo della soglia. Alto stupor mostrò quando mi vide. Era incazzato.

Eolo: ‘T’aggio lassato mugliera e figlie pe’ nu mese sano. E mo, quanno me le fotto, penzano a te! Ma vavattenne! Nun te voglio cchiù vedé!”

Così Eolo dal palagio mi bandiva. Mesti di nuovo la rotta riprendemmo; ma, stanchi di lottar con l’onda, contro di me i compagni favellavan: ‘Tutte di Ulisse e del suo cazzo favoloso s’innamorano, ovunque navigando arrivi. Ma siamo noi a patir le conseguenze! Eolo ha cacciato lui, e noi quelle fantesche belle più non ci scopiamo!’ Per sei giorni i mugugni degli ingrati sopportai. Col settimo sol di Lestrigonia pervenimmo a vista. Eccelsi scogli la cerchian d’ogni parte, ma tra due punte s’apre una bocca. Nel concavo porto entrammo. Né grande vi s’alza mai onda, né piccina: sempre una calma tacita vi appare.

Con intorta fune i navigli raccomandammo ai sassi, indi, sulla rupe ascesi, a investigar andammo quali abitator l’ignota terra producesse. Una via tortuosa che alla città conduce per un bosco seguitammo. Tocco il limitare appena ne avevamo, che femmina pulcrissima trovammo, ma di sì gran mole che una montagna rassemblava. Il mio cazzone sorse tosto sull’attenti, e quello dei compagni similmente.

S’appressò correndo la donna ingolosita, chiamando le compagne, che a centinaia usciron sulla piazza, chi da un lato, chi dall’altro. Come sul miraggio d’acqua s’avventa l’assetato nel deserto, così quelle energumene piombaron. Chissà da quanto tempo non assaggiavan uomo! Un gelo sentimmo d’orror correrci nel sangue. Con precipitosa fuga alle navi riparammo. In rabbia per l’affronto, immense pietre le femmine scagliavano dai monti, rotandole nell’aria. Una davanti alla prua mi cadde: al tonfo l’acqua levossi e inondò la nave, che alla terra crudel, dai rifluenti flutti portata, quasi a romper venne.

D’uomini spiranti e d’infranti legni sorse nel porto un suon tetro e confuso. Mentre tal seguia strage, io, sguainato il brando e la fune recisa, i miei compagni esortai a dar di forza nel mar coi remi, se il fuggir morte premea loro; e quelli di tal modo arrancavano che i gravi massi, che piovean dall’alto, il mio naviglio schivò: ma gli altri tutti colà restaron sfracellati e spersi. Dogliosi per i troppi compagni in sì crudel guisa periti, ma contenti dello scampo nostro, navigammo avanti”. (10. Continua)

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Autore
Il Fatto Quotidiano

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