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L’incontro tra il barone Belgrand e la cameriera Monique: quel profumo non gli era nuovo

  • Postato il 21 giugno 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
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L’incontro tra il barone Belgrand e la cameriera Monique: quel profumo non gli era nuovo

Da un racconto apocrifo di Paul Alexis. Il barone Fabrice Belgrand stava salendo lo scalone del Ministero quando dovette tirarsi da parte per lasciar passare una donna, vestita a lutto, gli occhi bassi, che stava scendendo. “Dove l’ho conosciuta?” pensò. Anche il suo profumo non gli era nuovo. Agrumi. Il profumo di Juliette, la sua povera moglie. Arrivato al pianerottolo, d’impulso, cambiò programma e la seguì giù per le scale. “Dove l’ho conosciuta?” In strada allungò il passo e affiancò la mesta creatura: “Se la signora permette…” La donna si fermò. Aveva gli occhi carichi come una saracena. Gli disse: “Il signor barone è troppo buono!” “Monique!”.

Sentì nel sangue un fermento di vecchie memorie: possibile fosse la cameriera di sua moglie, la ragazza che 10 anni addietro si aggirava col grembiule bianco nel suo vasto appartamento in Avenue Montaigne? La ragazza efficiente e simpatica che chissà per quale motivo sua moglie un giorno decise di licenziare? “La baronessa non avrebbe dovuto farlo. In fin dei conti, siamo donne”, disse lei. “Ma camminiamo. Fa freddo”. E poiché in quel momento passavano davanti a un caffè, il barone la invitò cortesemente a entrare. Gli disse che le era morto il marito e da un mese batteva i corridoi del Ministero per un posto di segretaria. “Ma perché non ricorrere subito a me?” esclamò Fabrice. “Diamine! Col ministro ci diamo del tu!” “Mi vergognavo”.

L’indomani passò a trovarla. La sua antica cameriera gli aprì con un sorriso cordiale, gli levò il cappotto, lo fece entrare nel salottino modesto. Fabrice credeva di sognare. Non solo il profumo, ma anche le movenze di Monique gli ricordavano sua moglie. E la camicia che indossava aveva una piccola J ricamata. “La riconosce?” mormorò lei, porgendo la tazzina fumante di tè. “Uno dei tanti regali della povera signora”. La baronessa fece le spese del pomeriggio, perché i due superstiti ne parlarono con panegirici velati di malinconia. E Fabrice si sentiva come a casa sua, in quel tepido salottino, accanto a quella donnina elegante che gli faceva rivivere ore che pensava svanite per sempre. Tornò il giorno dopo e gli altri giorni, finché una sera, forse per la stanchezza, Monique incrociò le braccia sulla tavola, chinò la testa e volò nel regno dei sogni. Il barone si trovò imbarazzato. Doveva svegliarla, o pigliare cappello e cappotto e andarsene in silenzio? E, pensando, la guardava. Così dormiva qualche volta sua moglie, dopo cena, quando erano soli.

S’avvicinò, le mise le labbra sul collo e mormorò: “Juliette! Mia povera Juliette!” Monique si scosse, sollevò la testa e lo guardò confusa, non sapendo che dire. E non sapendo che fare, restituì il bacio. Con quel bacio, il barone prese fuoco. Non distingueva più Monique da Juliette, Juliette da Monique, le due donne come confuse in un corpo solo. Ma agli approcci più audaci, Monique opponeva un sorriso pudico. No, no: per chi la prendeva?

L’indomani, Monique volle cucinare: a mezzogiorno Fabrice, arrivando, trovò pronta una tavola che era un amore. Il barone depose sulla tovaglia, accanto al vaso di fiori, una bottiglia di champagne; e alla fine propose un brindisi. “Com’è buono!” disse Monique. La seconda coppa volle gustarla a sorsi lenti e golosi. Dopo la terza rideva, ma a un tratto scoppiò in lacrime: “Perché non mi sposi?” Fabrice cercò una risposta evasiva: “E la mia povera Juliette?” Monique lo fissò: “T’ingannava. E io l’avevo scoperta. Per questo mi licenziò”. “Tu menti!” Ma Monique precisò fatti, accumulò circostanze e particolari, schiacciandolo sotto il peso dell’evidenza. “Spero che tu non mi tradirai”, disse il barone. “Sciocco! Non sono mica come Juliette! Lei t’ingannò e tacque”. Gli gettò le braccia al collo: “Io te lo dirò!”.

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Il Fatto Quotidiano

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