‘Send them back’: lo spettacolo osceno al Parlamento Ue rimanda direttamente alla Germania degli anni Trenta
- Postato il 24 giugno 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Luigi Candreva
L’osceno spettacolo al Parlamento europeo di una destra che grida “Send them back” ci riporta a uno dei periodi più bui della storia del Novecento. In Germania, negli anni Trenta, gli ebrei erano poco più di 500mila, su una popolazione di 65 milioni di abitanti. Eppure il nazismo riuscì a convincere una buona parte della popolazione tedesca che quella infima minoranza costituiva una minaccia reale per la sopravvivenza della civiltà germanica e del Volk tedesco stesso.
Se oggi Silvia Sardone aggredisce verbalmente una donna musulmana per il suo niqab, Hitler scriveva nel Mein Kampf di essere stato colpito a Vienna dalle palandrane nere, dai lunghi capelli a ricciolo, dai cappelli di feltro nero degli uomini e dall’abbigliamento delle donne, le gonne lunghe a strati e i foulard sulla testa, tanto da arrivare alla conclusione che no, quegli ebrei e quelle ebree non erano tedeschi. Anzi, erano una minaccia per la Germania, ne volevano distruggere la cultura e le tradizioni. Ma per far digerire alla popolazione le politiche antisemite, bisognava procedere alla loro disumanizzazione e all’allontanamento dalla nazione “ospitante”, nonostante molti fossero cittadini tedeschi da più generazioni.
E il primo passo non fu lo sterminio ma, sempre nelle parole del capo del nazismo, la “rimozione” dalla Germania e possibilmente la loro deportazione in paesi terzi. Già sentito in questi giorni? Prima di essere rinchiusi nei campi, si pensò di spostare gli ebrei in colonie europee: una politica che altri paesi nei quali l’antisemitismo era diffuso, come la Polonia, perseguivano praticamente già nel 1937, cercando accordi con la Francia e individuando il Madagascar come luogo di deportazione, progetto che nel 1940 venne fatto proprio dalle gerarchie naziste, nel quadro della sconfitta militare francese.
“Musulmani merde”, lo slogan sentito al corteo per la cosiddetta “remigrazione” non è che la punta dell’iceberg di un movimento carsico alimentato dalle destre, di governo, vannacciane o esplicitamente neofasciste e neonaziste, nel corso di questi anni, che mirano alla disumanizzazione della popolazione di fede islamica. Ed è indicativo che non sia arrivata nessuna condanna o presa di distanza dalla maggioranza di governo.
Le analogie con gli esordi della Germania nazista sono sorprendenti: la disumanizzazione delle minoranze che si vogliono attaccare, gli ebrei erano “pidocchi”, parassiti che vivevano sulle spalle del popolo tedesco, così come nella narrazione razzista oggi i migranti vengono a rubare il welfare degli europei; l’attacco ai valori dell’Occidente, come se meno di un decimo della popolazione europea (e meno di un quinto in Italia) possa costituire un reale pericolo al modo di vivere del restante 90-95%, senza considerare che forse le due più importanti città cosmopolite del mondo, Londra e New York, sono governate da sindaci musulmani; la manipolazione del linguaggio che evita il termine “deportazione” in modo da eludere scomode analogie con gli anni Trenta; la deportazione in cosiddetti “paesi terzi”, un progetto ovviamente irrealizzabile ma che dà l’illusione di rendere l’Europa una fortezza inespugnabile, da Quarto Reich; infine l’associazione tra musulmani e sinistra, così come Hitler sproloquiava di “giudeobolscevismo”.
Si tratta di una china potenzialmente genocida, che può produrre, se non fermata, conseguenze letali. E, queste sì, segneranno la fine dei “valori occidentali”, così come derivati dalla Rivoluzione francese e dall’illuminismo, ma anche dal cattolicesimo del Concilio Vaticano II. Nelle loro diversità, le Lettere persiane di Montesquieu e la Gaudium et spes ci parlano ancora oggi.
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