Per Trump il regime in Iran ha fermato le uccisioni: se non interverrà sarà un massacro
- Postato il 15 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Ma davvero qualcuno ha pensato seriamente che Donald Trump potesse invadere la Repubblica Islamica per sostenere il popolo iraniano? Conosciamo fin troppo bene le regole del gioco: se non ci sono interessi economici in ballo, difficilmente si scende in campo. Tra la vita di migliaia di giovani manifestanti e una prospettiva economica favorevole, cosa mai potrebbe scegliere?
Eppure, in questo preciso istante, ci sono quasi 90 milioni di abitanti che aspettano un segnale, un attacco militare che vedono come l’unica via di salvezza. Lo attendono come fosse un liberatore, ma salvatore non sarà.
Mentre scrivo, avverto un’angoscia profonda che non concede tregua, un tormento invisibile che si alimenta di ogni immagine capace di infrangere il muro del blackout digitale. Sono rari e preziosi frammenti di verità che mostrano ragazzi poco più che adolescenti sfidare la morte sotto il fuoco dei cecchini a Teheran, Isfahan e Mashhad.
Ho cercato un contatto con gli amici a Teheran, un ponte verso chi sta vivendo l’inferno, ma in quei pochi istanti di connessione il suono della voce è stato sopraffatto dal rumore secco e brutale degli spari sotto le loro case. È un’esperienza che segna l’anima: la consapevolezza che una vita possa essersi spenta in diretta, un istante prima che la linea cadesse nel vuoto, lascia un vuoto incolmabile. Resta solo il silenzio di un segnale interrotto e la consapevolezza di essere stati testimoni impotenti di un addio che non ha avuto il tempo di essere pronunciato.
Ma a colpire con una violenza ancora maggiore è il cinismo che rimbalza dai corridoi gelidi dello Studio Ovale e dai dispacci di Al Jazeera: la notizia che Donald Trump ha rassicurato il regime iraniano, comunicando che non vi è alcuna intenzione di intervenire. Un annuncio che suona come un abbandono definitivo, una resa del mondo libero davanti al sacrificio di chi sta offrendo la propria vita per la libertà.
“Mi dicono che le uccisioni si sono fermate, non ci sono esecuzioni in programma”, ha dichiarato ieri il Presidente statunitense. Ma chi glielo ha detto? Quali “fonti di alto livello” possono ignorare l’odore del sangue che ancora impregna l’asfalto delle piazze? È un’affermazione che gela il sangue. Dire che tutto va bene mentre il regime prepara le forche è più che un errore politico: è una sentenza di morte firmata con il marchio dell’indifferenza. Qualcuno dice che sia una strategia, un modo per distogliere l’attenzione prima di colpire. A mio avviso, Trump non salverà il popolo iraniano. Non ora, non adesso.
Tanto sangue è destinato a scorrere nelle prossime settimane se il mondo volterà le spalle proprio adesso. E noi? Noi resteremo qui, a guardare da lontano, testimoni di un massacro annunciato. Saremo quelli che diranno ai posteri: “Sì, abbiamo visto morire una generazione di giovani iraniani per la libertà e non abbiamo potuto muovere un dito”.
Il mio cuore oggi, e per ogni giorno che verrà, batte all’unisono con quello del popolo iraniano. Non possiamo restare in silenzio davanti alla prospettiva di questo sterminio. Non possiamo accettare che la realpolitik o gli interessi economici pesino più della vita di un ragazzo di vent’anni.
Trump ha una responsabilità storica. Se sceglierà la via del ‘tradimento’ dopo aver alimentato le speranze di una nazione, non sarà ricordato come un leader, ma come colui che ha consegnato le chiavi di un mattatoio ai carnefici. Senza lo scudo di una minaccia internazionale reale, i pasdaran si sentiranno autorizzati a “pulire” le strade nel modo più atroce possibile.
Siamo testimoni. E il peso di questa testimonianza ci tornerà a cercare ogni volta che guarderemo l’ennesima esecuzione in televisione. Spero con tutta me stessa di sbagliarmi; me lo auguro con la forza di chi vorrebbe essere smentita dai fatti, perché nulla mi renderebbe più felice di scoprire che i miei timori erano solo polvere e che la vita, alla fine, ha vinto sul cinismo.
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