Da dipendente pubblica, trovo perverso il meccanismo delle assicurazioni private a danno dello Stato e del paziente
- Postato il 16 gennaio 2026
- Blog
- Di Il Fatto Quotidiano
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di Francesca D.
Sono dipendente pubblico e mi sono sempre servita quasi solo della sanità pubblica, fino a tre-quattro anni fa. Qualche anno fa, il mio Ente pubblico propone l’adesione facoltativa (in alternativa a un sistema di rimborsi parziali legati al reddito) a una polizza collettiva privata sulla salute a un prezzo molto conveniente, grazie al contributo dell’Ente stesso.
Qui comincio a seguire il flusso di denaro: una piccola parte del mio stipendio, pagato con soldi pubblici, finisce a un’assicurazione privata, grazie alla “sponsorizzazione” del mio Ente pubblico; soldi pubblici nella disponibilità dell’Ente finiscono a questa stessa società privata come contributo al premio assicurativo. Aderisco alla polizza (non si sa mai, sono scaramantica…) e, in effetti, tre anni fa usufruisco della copertura per un intervento chirurgico urgente, ma non indifferibile. Nella struttura pubblica, mi hanno detto che i tempi erano lunghi, ero sofferente e, con la vocina della coscienza che mi ronzava nelle orecchie, ho percorso la via del privato convenzionato con l’assicurazione.
Ho passato tre anni in buona salute finché recentemente non ho avuto un piccolo malore e il mio medico di base mi ha prescritto dei controlli. Non era roba da pronto soccorso, i tempi negli ambulatori pubblici erano biblici, quindi sono andata di nuovo nel privato con l’assicurazione. Ma in questi tre anni sono cambiate parecchie cose:
1) la compagnia assicurativa è cambiata;
2) le liste di attesa per gli accertamenti nelle strutture pubbliche si sono allungate e risultano spesso impraticabili;
3) le strutture sanitarie private sanno di essere l’unica alternativa.
E qui scatta il meccanismo perverso, il trucchetto da fiera a danno dello Stato e del paziente, che spiego prendendo ad esempio una delle prestazioni di cui ho dovuto usufruire (in realtà ho speso di più): il contratto tra Ente e Assicurazione prevede una franchigia per le prestazioni, il tariffario della struttura privata per la Compagnia assicurativa prevede una cifra inferiore alla franchigia (50 euro), quindi la mia richiesta di assistenza viene negata e pago di tasca mia, ma la struttura mi addebita 118 euro, una cifra superiore alla franchigia e, a questo punto, chiedo il rimborso della quota eccedente alla stessa compagnia assicurativa. Ed ecco la sorpresa: lo scoperto in caso di rimborso è, guarda caso, 120 euro (non 50), mentre io ne ho pagati 118. Bilancio: 118 euro del mio stipendio pubblico (prima della detrazione fiscale che mi spetterà nel 2027) sono andati alla struttura privata in aggiunta ai soldi pubblici pagati all’Assicurazione dal mio Ente (anche tramite il premio a mio carico).
Di due (tre) cose l’una: chi ha stipulato questo contratto assicurativo (a sua volta un dipendente pagato con soldi pubblici), o ci fa o ci è o non lo è affatto. La stessa compagnia assicurativa si comporta così anche con i contraenti collettivi privati?
Ciliegina sulla torta: l’impiegato del centro diagnostico mi suggerisce di comprare (200 euro/anno, sempre dal mio stipendio pubblico) la loro “card” per avere lo sconto del 50% sulle loro prestazioni in regime privato. Finché c’è la salute…
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