Mi sarei aspettato parole diverse dalla nuova rettrice di Torino su periferie e devianza

  • Postato il 14 gennaio 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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“Se mia figlia fosse fuori sede non la manderei a vivere lì in Barriera. Ho anche dissuaso amici dal farlo coi loro figli”, questo il debutto della neorettrice dell’Università di Torino – la prima donna a capo dell’Ateneo – il 5 dicembre scorso durante l’audizione dei consiglieri comunali della città. E’ stata stimolata dalle domande di alcuni consiglieri di centrodestra circa il rapporto fra il CUA (Collettivo universitario autonomo) – tra le sigle ritenute responsabili della violazione della sede de La Stampa – e i centri sociali cittadini, fra cui Askatasuna.

Nel minestrone dell’ignoranza sono finiti tutti insieme: i gruppi d’opposizione con le loro frange meno controllabili, i fenomeni di devianza sociale che rendono insicure alcune zone della città più di altre, a partire dalla “Barriera” evocata dalla rettrice. Questioni ben distinte, collegate dall’oggettiva penuria di spazi di aggregazione, di svago e di cultura, così che ai maranza di periferia davvero non restano che i centri sociali e, dove possibile, gli oratori.

La rettrice ci è proprio cascata: chiamata in causa sul rapporto fra università e città relativamente alle forme organizzative e all’azione politica degli studenti da un lato, alle politiche per la realizzazione di nuove residenze per i fuori-sede dall’altro, ha lo stesso sentito il bisogno di dare i voti. L’Università, invece di sentirsi chiamata a un’azione di ricerca sviluppo e e costruzione di opportunità, si è espressa come una madama della collina torinese. La costruzione della nuova Torino che in tanti vagheggiamo avrebbe bisogno di ben altro nerbo e di precise assunzioni di responsabilità da chi ha in mano le leve del potere e della spesa.

Ma torniamo ai maranza, quelli delle periferie cittadine e quella dei politici suonatori di campanelli e dispiegatori di forza pubblica “a gratis” per mostrare l’arroganza del potere.

Per tutti gli anni 80 e 90 – la Treccani ce lo ricorda – a Milano il maranza era quello/a che altrove veniva classificato come tamarro, zarro, zotico, coatto. Un gradasso dal vestire appariscente e dal linguaggio ostentatamente volgare, insomma uno a cui piace mettersi in mostra spesso prevaricando. Poi la parola è quasi sparita, forse perché il cafonal è diventato sistema, specie per gli adulti: leopardato, tatuato, sempre due tacche più su nel volume della voce, mimetismo fiscale, evasione come stile di vita e griffe anche sull’elastico delle mutande, vanagloria in quantità e come se oggi fosse già domani. Vestito alla moda perfino quando non potrebbe permetterselo per limiti fisici ed economici, il ricorso al falso di griffe e al ritocchino economico non importa con quali conseguenze. Quello.

Per quanto riguarda i ragazzi/e, sono sparite le grosse radio (Marantz) sulla spalla del capo del branco. L’emarginazione delle periferie è continuata lungo strade diverse: scuola sempre più dequalificata, giardinetti come luogo di incontro, fine della spesa per l’educativa di strada e per tutte le altre iniziative di inclusione, calate in branco nel centro cittadino in occasione di eventi particolari o nei we a “Importunare passanti, turisti e coetanei. […] Un Maranza è riconoscibile grazie al proprio stile: tuta, acetata, maglie ufficiali delle squadre di calcio, giacca smanicata, cappellino o bandana. (G. Bonamoneta, Money.it). Se capita, organizzati in bande che a volte si confrontano anche dandosele di santa ragione, perfino quando si tratta di “bravi ragazzi” e non c’è spaccio: “Sarai un’esca per la stampa di destra” – rappa Tedua – un acuto osservatore del fenomeno dal di dentro.

Grazie a TikTok il modello si è affermato nelle periferie affamate di speranza e lasciate a bocca asciutta dal prosperare delle diseguaglianze fattesi modello culturale condiviso da destra a sinistra, unica giustificazione alla continua contrazione della spesa sociale e della progettualità capace di produrre integrazione e sicurezza. Da sempre i “tagliati-fuori”, si sono dati forme di organizzazione e sistemi di valori tutti loro, derivati dal tifo calcistico o dalla passione politica, ora dall’avversione per i “regolari”.

Sessant’anni fa ero in una banda che di sabato sera se le dava di santa ragione con quelli dei paesi vicini (alto Canavese) non so neanche più perché; ne prendevo e non riuscivo a darne, mi ricavai un ruolo di crocerossino medicando i più ardimentosi. Per dire che non c’è davvero nulla di nuovo, solo tanta ignoranza da parte di chi dovrebbe conoscere i fenomeni di cui si occupa e sui quali decide.

Perché il maranza è funzionale a chi vuole che sia solo un problema di ordine pubblico, così come ai perdonisti che piangono e invocano comprensione ogni volta che succede qualcosa di brutto. I primi inaspriscono leggi già aspramente inutili, i secondi incentivano la deresponsabilizzazione in nome della “società colpevole”. Nessuno sembra porsi il problema di destinare e spendere soldi in progetti che aiutano a costruire coesione e sicurezza, dando un senso alle tante vite che cercano questo. Se le classi dirigenti non fossero composte da maranza, richiamerebbero i principi della responsabilità individuale (chi sbaglia paga) mentre si assumono da veri democratici la responsabilità politica di promuovere l’integrazione, la coesione sociale, la valorizzazione del dissenso.

Francamente mi sarei aspettato che la neo-rettrice dicesse questo, magari spendendo una buona parola per gli studenti più impegnati in attività di accoglienza, assistenza e aiuto ai loro coetanei e nei quartieri dove si trovano a vivere per la parte più vivace della loro esistenza. Per fortuna una fiammella di speranza viene dalle famiglie di Vanchiglia: con durezza hanno interpellato il Prefetto stigmatizzando l’inutile occupazione militare del quartiere, scuole comprese. Un po’ d’aria fresca a Torino.

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Il Fatto Quotidiano

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