Meloni in conferenza stampa definisce la Groenlandia una ‘opportunità per le aziende italiane’: io userei cautela

  • Postato il 9 gennaio 2026
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Dopo l’attacco degli Usa al Venezuela, si ritorna a parlare di Groenlandia come un possibile nuovo obiettivo. Anche la nostra presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alla conferenza stampa di inizio anno ne ha parlato in termini di “opportunità per le aziende italiane”. Ma di cosa stiamo parlando esattamente?

La Groenlandia è un esempio particolarmente interessante di leggende e storie fantasiose, a partire dal fatto che “Green Land” in inglese significa “Terra Verde”. Questo ha convinto qualcuno che veramente fosse tutta verde, ovvero senza ghiaccio, al tempo in cui fu scoperta dal Norvegese Erik il Rosso. Questa storiella viene a volte utilizzata per un fare un po’ di polemica di basso livello a proposito del clima (“è sempre cambiato”); un’argomentazione che va insieme a quella degli elefanti di Annibale, e cose del genere. Ma, allora come oggi, la Groenlandia era un gran crostone di ghiaccio, con solo qualche lembo di terra verde abitabile sulla costa ovest. Già ai suoi tempi, Erik il Rosso conosceva bene la propaganda, e sapeva bene che la gente si fa imbrogliare facilmente.

Quanto alle “immense riserve” di questo o quel minerale di cui si vocifera a proposito della Groenlandia, anche qui ci vuole molta cautela. Sembra abbastanza vero che ci siano terre rare estraibili, ma niente di “immenso”. Secondo l’Usgs (il servizio geologico degli Stati Uniti), le riserve in Groenlandia potrebbero essere non più dell’1-2% del totale di risorse accertate di terre rare nel mondo. Quanto poi al petrolio in Groenlandia, nel 2007, l’Usgs aveva parlato di oltre 30 miliardi di barili sulla costa est. Una notevole risorsa se fosse esistita, ma dopo varie trivellazioni non è venuto fuori niente. Ora si parla di risorse molto più limitate sulla costa est, ma anche lì bisognerà vedere se esistono veramente.

Insomma, straparlare di immense riserve di questo o quel minerale è quasi sempre una scusa per giustificare l’ennesima avventura militare. Stranamente, però, quando si parla di “immense riserve” a molta gente il cervello va immediatamente in pappa al pomodoro e ci credono senza problemi. Ma così funziona la mente umana.

A parte queste storie moderne, siccome siamo a parlare di Groenlandia, pensavo di raccontarvi qualcosa della colonia che i Norvegesi fondarono verso la fine del X secolo d.C. e che sopravvisse circa quattro secoli. E’ una storia affascinante che ho esaminato in un capitolo del mio nuovo libro La Fine della Crescita della Popolazione (in preparazione) e che vi posso riassumere qui.

La storia dei Norvegesi in Groenlandia ci illustra molte caratteristiche delle società umane, e in particolare della necessità di risorse per poter sopravvivere. Si legge spesso che la colonia fu spazzata via dalla “Piccola Era Glaciale” del XVIII secolo. Ma questa è un’interpretazione obsoleta. Quando il freddo arrivò nel Nord Europa, i Norvegesi erano spariti dalla Groenlandia almeno da due secoli (l’andamento delle temperature nell’emisfero Nord lo potete leggere, per esempio, in questo articolo).

A mio parere, il problema vero era che la colonia norvegese non riuscì mai a rendersi economicamente indipendente. Prosperava esportando beni di lusso: pelli di foca e di avorio di tricheco in Europa, ma doveva importare materie prime che non poteva produrre. Principalmente metalli (e ferro in particolare), come pure legname. Ma con la grande carestia del 1315-1317, e poi la peste nera a partire dal 1346, l’economia europea era crollata. Gli Europei non potevano più permettersi beni di lusso; e inoltre l’avorio cominciava ad arrivare dall’Africa a costi più bassi.

Questo ha probabilmente generato un collasso economico della colonia in Groenlandia: senza legno per fare barche e ferro per fare i chiodi che le tenevano insieme, i Norvegesi non potevano più cacciare i trichechi, e se non cacciavano i trichechi non potevano importare legno e ferro. Alla fine dei conti, si devono essere resi conto che non valeva la pena stare in un posto freddo e squallido che gli prometteva soltanto una vita di stenti. E così se ne sono tornati in Europa, perlomeno chi ha potuto; gli altri non sono sopravvissuti. Ci sono altre interpretazioni di questa storia, ma questa mi sembra la più probabile.

Fra le tante cose, questa vicenda ci insegna come l’economia dipende dalle risorse e che le cose si possono fare molto difficili quando le risorse devono essere importate. Vi fa venire in mente qualcosa di simile ai nostri giorni? Eh, sì. Anche noi, come in Norvegesi di Groenlandia, dipendiamo dall’importazione di risorse dall’estero – principalmente petrolio e gas. Con la differenza che se le cose si mettono veramente male, non abbiamo una madrepatria dove possiamo tornare.

Notate anche che la sparizione dei Norvegesi non ha reso la Groenlandia una terra disabitata. Al loro posto, si sono installati gli Inuit, una popolazione indigena che ha potuto sopravvivere perché si basava solo su risorse rinnovabili locali. In altre parole, la società degli Inuit era sostenibile, quella dei Norvegesi no. Su questo punto, io credo che dovremmo meditare!

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Il Fatto Quotidiano

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