Tagliati i 10 milioni a Radio Radicale, quasi 8 regalati a Zalone. Vedo un governo surreale della cultura!
- Postato il 8 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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La “Manovra” per l’anno 2026 conferma le tante assurdità che caratterizzano il sostegno dello Stato a favore della cultura, in perdurante totale assenza di una visione sistemica e strategica. Gli esempi delle contraddizioni sono tante: perché è stato ridotto il sostegno al cinema e all’audiovisivo, dai 700 milioni del 2025 ai 610 del 2026? Perché i contributi alle emittenti radio-televisive locali sono stati mantenuti, dopo un primo annunciato taglio di 20 milioni di euro? Perché il flusso del canone per la Rai è stato ridotto di 10 milioni (che pure sono veramente poca cosa per la tv pubblica)? Perché Radio Radicale è scomparsa dai radar del sostegno pubblico e quindi sembrano essere saltati i suoi 10 milioni di euro l’anno di sostegno dello Stato?
Si tratta forse di operazioni chirurgiche mirate, finalizzate a ridurre il deficit dello Stato? No. Si tratta di piccoli e grandi aggiustamenti determinati dall’influenza (o meno) delle singole lobby di settore, e soprattutto da logiche irrazionali e contingenti.
Interventi di “taglio e cucito” messi in atto con rozzezza ed approssimazione. Senza alcuna valutazione del loro reale impatto.
Da molti anni, lamento e denuncio – anche attraverso le attività di ricerca dell’IsICult Istituto italiano per l’Industria Culturale – le tante incongruenze e le infinite contraddizioni dell’intervento dello Stato italiano a favore della cultura: la Repubblica ha ereditato dal regime fascista molte istituzioni (dalla Rai ex Eiar a Cinecittà, dall’Istituto per l’Enciclopedia Italiana alias Treccani alla Biennale di Venezia), ed un “sistema” assolutamente disorganico di norme e regole per sostenere la cultura, soprattutto attraverso procedure di sovvenzionamento – al teatro, al cinema, al servizio pubblico radiotelevisivo, all’editoria… – che non sono mai state oggetto di verifiche accurate e di valutazioni di impatto.
Prevale nasometria e conservazione: un governo inerziale della cultura.
L’unico tentativo di riforma, di razionalizzazione, di superamento di leggi e leggine dispersive nel settore del cinema e dello spettacolo, è stato avviato nel 1985 dall’ex ministro del Turismo e dello Spettacolo il socialista Lelio Lagorio, con quella che venne definita “la legge madre” dello spettacolo, che avrebbe dovuto filiare interventi nei vari settori… Ma così non è stato, fatta salva la Legge su Cinema e Audiovisivo approvata a fine 2016, fortemente voluta dall’allora Ministro per i Beni e le Attività Culturali, il dem Dario Franceschini. Ma anche questa legge su cinema e audiovisivo – che ha introdotto lo strumento del sempre più controverso “tax credit” – non ha scardinato un assetto storico basato su un deficitario sistema di valutazione dell’intervento della mano pubblica, nel quale prevalgono opachi meccanismi selettivi.
Ed oggi abbiamo uno Stato che assegna al cinema e audiovisivo 610 milioni di euro, a fronte di soltanto 450 (chissà perché non 600 o 300…) a teatro, musica, danza, circhi. Di anno in anno, i danari pubblici vengono graziosamente spostati da un lato all’altro del bilancio dello Stato con logiche irrazionali, spesso del tutto incomprensibili e con innesti estemporanei.
Se ne disperdono tante, di risorse pubbliche, in assenza di monitoraggi e controlli.
Tra i tanti esempi della dispersione di risorse: la Legge Finanziaria per il 2026 introduce un neonato “Fondo per il Sistema Musicale Italiano”, con una dotazione di 1,5 milioni di euro per lo sviluppo della competitività del comparto, nonché per la promozione del sistema musicale nazionale. I beneficiari sono le imprese produttrici e organizzatrici di spettacoli di “musica popolare contemporanea” (ovvero pop-rock-jazz-folk…). Una dotazione simbolica, per un settore che pure vanta una sua assoluta autosufficienza economica, forte di una grande ricchezza derivante dal mercato. Che bisogno c’era?!
Senza dubbio innovativo e stimolante, invece, il nuovo “Fondo per la cultura terapeutica e la cura sociale”: 1 milione di euro l’anno per favorire la fruizione delle arti dello spettacolo e del patrimonio culturale quali strumenti terapeutici, per fornire sollievo alle persone con disabilità o in situazioni di marginalità sociale… Dotazione però totalmente inadeguata.
E poi si scopre (la notizia è emersa domenica 4 gennaio 2026) che misteriosamente in Manovra è saltato lo storico contributo di 10 milioni l’anno a favore di Radio Radicale: 8 milioni per la convenzione sulle sedute parlamentari e gli eventi, 2 milioni per la digitalizzazione dell’archivio della radio, ovvero sedute, processi, congressi politici. Dopo 30 anni, la convenzione fra Radio Radicale e lo Stato italiano è quindi a rischio per mancanza di finanziamenti. La convenzione ha registrato fasi altalenanti, con modifiche della cifra e suspence fino all’ultimo minuto utile…
Senza entrare nel merito delle benemerite attività di Radio Radicale, essa di fatto funge da supplente rispetto ad un ruolo che avrebbe potuto / potrebbe svolgere la Rai. Il compianto Marco Pannella investì parte significativa del proprio impegno politico per creare una emittente che fosse indipendente dalla Rai governata dalla partitocrazia… In sostanza, anche in questo caso, la riprova di un’assenza di indirizzo strategico dello Stato, di (buon) governo di sistema, anche rispetto al concetto di servizio pubblico radio-televisivo anzi mediale.
E nessuno sembra essersi reso conto che il tanto decantato (anche dalla destra culturale) film commerciale di Checco Zalone Buen Camino, a fronte di 28 milioni di euro di budget (dichiarati al Ministero) va a beneficiare di quasi 8 milioni di euro di credito d’imposta… Si tagliano 10 milioni di euro a Radio Radicale e poi si regalano 8 milioni alla multinazionale paneuropea francese Vuelta Group che controlla Indiana Production per il film di Zalone, coprodotto da Medusa Film controllata dal Gruppo Mediaset?! Incredibile, ma vero. Governo surreale della cultura.
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