“Stella 111”: Berlino Est, le macerie e la narrativa come ultimo arrembaggio

  • Postato il 13 gennaio 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Lutz Seiler, vincitore di ogni premio possibile in Germania, non è uno di quelli che ti serve la solita minestra riscaldata. E con Stella 111 (traduzione di Silvia Albesano; Utopia Editore), l’autore di Gera, ci sbatte in faccia un mattone che è un affresco storico, un romanzo di formazione e un trattato sulla sopravvivenza in un colpo solo. Non un libro, ma una terra di mezzo che si allarga sotto i piedi mentre leggi.

Siamo alla caduta del Muro di Berlino, quel momento epocale in cui la Storia, con la S maiuscola, si è fatta beffe di milioni di vite, e le ha lasciate lì, appese a un filo. Carl, il protagonista, ha ventiquattro anni, è uno studente-manovale e si ritrova a dover custodire la casa di famiglia a Gera, nella Germania Est, mentre i genitori, Inge e Walter, si lanciano nella grande fuga verso l’Ovest, alla rincorsa di una giovinezza rubata che, si sa, non torna mai indietro.

E qui sta il colpo di genio di Seiler: non la retorica del trionfo o della liberazione, ma l’odore della maceria e il silenzio assordante di un mondo che si spegne. Carl è il custode involontario di un fantasma, una memoria che i genitori vogliono sbrigativamente spedire in soffitta. Ma lui no. Lui non scappa. O meglio, la sua fuga è in avanti, e si chiama Berlino.

Carl, che è un muratore con l’anima da poeta, piomba in una Berlino post-Muro che è un caos febbrile e anarchico, un ventre molle dove tutto è possibile e nulla è certo. Non è la Berlino delle cartoline, ma quella delle cantine, dei rave improvvisati, delle occupazioni. È la città che, per dirla alla Dos Passos, si fa puzzle di voci, gerghi, utopie pirata che non hanno più bisogno di un vessillo, perché il vessillo è caduto con il Muro.

La sua missione, se così si può chiamare, non è trovare lavoro o sistemarsi; è esistere nella trasformazione. E lo fa attraverso la poesia. Un gesto quasi assurdo, fuori tempo massimo, che diventa l’unica vera forma di resistenza. Scrivere versi mentre il mondo crolla è l’ultimo arrembaggio contro la cancellazione, un modo per dare voce a chi è rimasto, a chi, come la Germania Est, è finito nel silenzio.

Il romanzo è un triplo movimento (pubblico, privato, poetico) che non dà risposte consolatorie. Anzi. Mette in discussione il concetto stesso di patria e di appartenenza. E Seiler lo fa con una scrittura che non teme la mole, che non lesina dettagli, che sa essere al tempo stesso lirica e brutale. Ti inchioda alle pagine con una tensione che è politica e sentimentale insieme, come un filo teso tra l’adolescenza che si disintegra e la libertà adulta, amara e costruttiva.

Stella 111 è un romanzo che chiede tempo, attenzione, e la volontà di sporcarsi le mani con le macerie della Storia. Ma è un’opera necessaria, come pochi altri libri europei degli ultimi anni. Per chi ha amato la lingua salvata di Canetti, o il lutto della Storia in Transit di Anna Seghers, o semplicemente per chi crede che la grande letteratura debba mettere in discussione, anziché rassicurare.

Un libro da circuito internazionale, senza paura di esagerare. Utopia Editore, ancora una volta, dimostra un coraggio editoriale ammirevole nel portare in Italia queste opere di grossa mole e di altissima qualità. Leggetelo. E capirete perché la narrativa, a volte, è l’unico strumento per ricostruire un mondo finito.

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Il Fatto Quotidiano

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