Mi sono letto tutti gli articoli sul woke e ne ho tratto una pratica lista di errori /2
- Postato il 2 settembre 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Generazione sintesi AI in corso…
Non avendo un cazzo da fare, in vacanza mi sono letto tutti gli articoli sul woke pubblicati dai giornali. Ne ho ricavato una pratica panoplia degli errori concettuali che sarebbe meglio evitare quando si affronta un tema così complesso. Buona lettura a tutti.
C. Stiamo confondendo fenomeni, livelli, soggetti o poteri differenti?
10. Errore di falsa equivalenza. Fenomeni diversi vengono trattati come se avessero lo stesso peso soltanto perché vengono inseriti nella stessa categoria o nella stessa cronologia. Una modifica di un’opera teatrale, un modulo universitario, una linea guida linguistica, una decisione aziendale, una pressione militante e una legge statale non sono equivalenti. Hanno potere diverso, autorità diversa, conseguenze diverse, strumenti coercitivi diversi. Una pressione militante per far licenziare un professore e una legge statale che restringe un diritto fondamentale possono essere entrambe criticabili, ma non hanno per questo lo stesso peso politico o istituzionale. Errore: fare una contabilità morale sommando fenomeni istituzionalmente incomparabili.
11. Errore di attribuzione simmetrica: “la destra illiberale è woke al contrario”. Un governo che restringe i diritti Lgbtq+ o i diritti riproduttivi non diventa per questo “woke al contrario”. A seconda del caso concreto è conservatorismo radicale, illiberalismo, autoritarismo, discriminazione istituzionale. L’effetto può essere restrittivo in entrambi i casi, ma origine, ideologia e meccanismo possono essere del tutto diversi. La simmetria nominale può quindi oscurare differenze sostanziali. Errore: costruire una simmetria nominale fra fenomeni che possono avere effetti analoghi, ma origine, ideologia, struttura e meccanismi differenti.
12. Errore della rimozione del passato. Anche nel campo della memoria storica occorre distinguere studio critico del passato, contestazione di monumenti, revisione dei programmi scolastici, rimozione di opere, censura, distruzione della memoria. Non sono sinonimi. Dire: “La cancel culture cancella il passato” è una generalizzazione. Errore: trattare forme diverse di revisione, contestazione, rimozione e censura come se fossero equivalenti.
D. Stiamo trasformando dimensioni complementari o conflittuali in alternative assolute?
13. Errore di non sequitur. Il non sequitur è la conclusione che non segue logicamente dalle premesse. Dire che dopo la modifica del finale della Carmen “non si registrano cali dei casi di femminicidio” è una battuta spiritosa; ma il fatto che una misura simbolica non risolva un problema sociale non dimostra che la misura simbolica sia priva di senso. Errore: sostituire la valutazione di un fenomeno con la dichiarazione della sua mancata capacità di risolvere un problema.
14. Errore di benaltrismo. “In Italia esistono sfruttamento del lavoro, femminicidi e carceri degradate; dunque parlare di woke è una distrazione”. Ma la gravità di A non dimostra l’irrilevanza di B. Errore: non valutare un fenomeno con la scusa di problemi ritenuti più gravi.
15. Errore di falsa dicotomia fra diritti civili e diritti sociali. Viene posta un’alternativa fra diritti identitari e salari, lavoro, casa, sanità. Ma i diritti civili e i diritti sociali possono essere integrati da politiche identitarie specifiche. Un migrante può avere allo stesso tempo un problema di cittadinanza, di salario e di sfruttamento. Una donna può avere un diritto riconosciuto formalmente, ma un ostacolo materiale alla sua effettiva fruizione. Il riconoscimento di una persona transgender, di una minoranza etnica o di una donna non impedisce una politica salariale redistributiva. E una politica socialista non risolve automaticamente discriminazione, razzismo o sessismo.
Inoltre il problema identitario può essere allo stesso tempo materiale: una persona discriminata sul lavoro, privata di una tutela giuridica o esclusa da un’opportunità economica vive un problema che è insieme civile, sociale, economico e materiale. La difesa dei diritti fondamentali, infine, non è sinonimo di woke: uguaglianza davanti alla legge, libertà personale, non discriminazione, diritti politici, diritti delle donne e diritti Lgbtq+ appartengono alla tradizione dei diritti civili da prima dell’affermazione del termine woke. Errore: trasformare dimensioni compatibili e interdipendenti in false alternative.
16. Errore della gerarchizzazione dei bisogni. L’idea “prima il pane, poi i diritti” presuppone che le questioni materiali debbano necessariamente precedere quelle relative a identità, dignità, riconoscimento e libertà; ma non esiste una legge politica secondo cui una società debba prima risolvere il salario e solo dopo occuparsi di identità o libertà. Gli esseri umani combattono contemporaneamente per sicurezza, reddito, dignità, libertà, riconoscimento, appartenenza. Errore: trasformare una gerarchia descrittiva o psicologica dei bisogni (“piramide di Maslow”) in una prescrizione politica secondo cui i diritti civili sarebbero necessariamente subordinati ai diritti sociali.
17. Errore di riduzione del conflitto sociale al solo conflitto di classe. La nostalgia per una sinistra fondata esclusivamente sul lavoratore organizzato può produrre una falsa scelta. Le società contemporanee sono attraversate da molteplici rapporti di potere: classe, genere, razzismo, cittadinanza, disabilità, orientamento sessuale. Questi rapporti possono interagire e produrre condizioni materiali differenti. Non è quindi necessario scegliere quale sia “il vero” conflitto. La questione seria è capire come si intersecano. Errore: ridurre la complessità dei rapporti sociali a un unico conflitto fondamentale e presentare gli altri come semplici deviazioni o sovrastrutture.
18. Errore della falsa alternativa fra struttura e sovrastruttura. Il linguaggio viene ancora trattato da alcuni intellettuali organici come “sovrastruttura”, mentre salari, proprietà e produzione costituirebbero la “struttura”. Ma il linguaggio partecipa alla produzione delle strutture sociali. Una classificazione linguistica può determinare chi viene riconosciuto, chi viene escluso, chi può accedere a un ruolo, chi viene considerato competente, quali comportamenti vengono ritenuti normali. Il linguaggio può quindi essere anche uno strumento del potere.
Dire che la politica identitaria “si occupa delle parole mentre qualcun altro possiede le risorse” non dimostra che la prima sia politicamente irrilevante. Errore: trattare la cultura e il linguaggio come una sovrastruttura puramente decorativa, separata dai rapporti materiali e di potere. (2. Continua)
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