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La quinta stagione della serie tv israeliana Fauda è propaganda sionista? /2

  • Postato il 7 ottobre 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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La quinta stagione della serie tv israeliana Fauda è propaganda sionista? /2

La quinta stagione di Fauda è propaganda sionista? Seleziona sistematicamente fatti, punti di vista, motivazioni e conseguenze in modo da orientare l’interpretazione politica dello spettatore? Chi fa fiction ha piena libertà di scegliere il proprio oggetto; ma, proprio perché l’autore è libero di decidere cosa mostrare e cosa lasciare fuori, le sue scelte possono essere discusse.

Opinioni a confronto. Come ha spiegato Pino Corrias su questo giornale, una narrazione asimmetrica, dove “gli israeliani sono spiegati dalla loro ferita, i palestinesi dalla loro ferocia”, può trasformare un punto di vista in propaganda. Marco Travaglio gli ha obiettato che Fauda “è parziale, riflette il punto di vista dei suoi autori, ma non fa propaganda, perché non mostra affatto gli israeliani come angioletti e i palestinesi come diavoli, ma rende bene la complessità di quel conflitto. E’ questo il suo valore artistico e civile, come quello, speculare, dei film (anch’essi israeliani) Naza e The Bibi Files, che hanno scelto soggetti diversi”.

A parte che, come nota il lettore Sabbe Red, Naza e The Bibi Files sono documentari che citano fatti, luoghi ed episodi, mentre Fauda è fiction; la questione posta da Corrias è: quanto può essere parziale una fiction prima di diventare propaganda? Per fare propaganda non è necessario mostrare una parte come angelica e l’altra come demoniaca: può bastare la selezione sistematica di ciò che merita una storia, una psicologia, un lutto e una motivazione, lasciando all’altra parte soltanto la funzione narrativa della violenza.

Che altri film israeliani raccontino aspetti diversi della vicenda non dimostra che Fauda non sia hasbara. Se la critica estetica e politica di Corrias riguarda ciò che Fauda mostra e ciò che omette, la replica non può essere che altri film raccontano quello che Fauda tralascia. Altrimenti basterebbe produrre un film critico per assolvere tutti gli altri. Corrias, peraltro, non stava dicendo che tutti gli israeliani sono propagandisti.

A due lettori del Fatto non è piaciuto l’appunto del direttore a Corrias. Scrive il lettore Luca Battistini: “Non si può omettere ciò che accade a Gaza e le terribili responsabilità dell’esercito israeliano”. Il direttore gli ha risposto: “Non si può omettere? E chi lo stabilisce? Ogni autore sceglie una storia e la racconta. O vogliamo obbligare anche il cinema a obbedire a qualcuno? E a chi, poi?” Ma la libertà dell’autore non esenta l’opera dalla critica. Né la critica obbliga un autore a “obbedire a qualcuno”: lo richiama ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte artistiche.

Il lettore Marcello Saffiotti ha aggiunto che “nessun ‘diritto’ avevano gli ebrei di creare in Palestina, cacciandone i legittimi abitanti, lo Stato d’Israele” e che “la propaganda si fa anche mettendo sullo stesso piano vittima e carnefice”. Il direttore ha replicato: “Quanto al diritto di Israele a esistere, di cui dubita il lettore Saffiotti, non dobbiamo mai dimenticare che fu sancito dall’Onu con la risoluzione n.181 del 1947. Quindi, almeno per chi crede nel diritto internazionale, non si discute”.

Forse è meglio precisare questa sintesi categorica: quella raccomandazione dell’Assemblea generale non “sancì” il diritto di Israele a esistere. La risoluzione 181 del 29 novembre 1947 (respinta dai capi palestinesi e dagli Stati arabi) raccomandava l’attuazione di un piano di partizione della Palestina mandataria in uno Stato arabo e uno Stato ebraico, con Gerusalemme sottoposta a un regime internazionale.

Trattandosi di una raccomandazione dell’Assemblea generale, non costituiva di per sé un atto di trasferimento della sovranità territoriale. Dal dicembre 1947 al maggio 1948 scoppiò una guerra civile tra le comunità ebraica e araba nella Palestina mandataria. Il 14 maggio 1948, qualche ora prima della fine del Mandato britannico, David Ben-Gurion, a nome del Consiglio del Popolo, proclamava la nascita dello Stato di Israele. Il giorno dopo entrarono nel conflitto gli eserciti di Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq, oltre a forze provenienti da altri Paesi arabi. Usa e Urss riconobbero Israele, seguite da molti altri Stati.

L’11 maggio 1949 Israele fu ammesso ufficialmente come Stato membro delle Nazioni Unite (Risoluzione 273 dell’Assemblea Generale). Il piano raccomandato dalla Risoluzione 181 non fu mai attuato: la transizione prevista non ebbe luogo e il piano di partizione fu superato dagli eventi della guerra. Ne è venuto fuori il casino che conosciamo. Fauda, appunto. (2. Fine)

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Autore
Il Fatto Quotidiano

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