“Gargoyle”, quando la cultura entra in carcere e restituisce voce agli invisibili
- Postato il 30 gennaio 2026
- Cultura
- Di Agi.it
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“Gargoyle”, quando la cultura entra in carcere e restituisce voce agli invisibili
AGI - Cosa accade quando la cultura varca la soglia di un carcere? È un gesto di salvataggio o un atto di crudele lucidità, che riporta alla luce voci destinate a non essere ascoltate? È da questa domanda che prende forma Gargoyle, il romanzo d’esordio di Alfredo Vassalluzzo presentato da Sensibili alle Foglie: un’opera che scava nei meccanismi della detenzione e dell’anima umana, scegliendo un registro sorprendente, a tratti ironico e persino allegro, per illuminare un ambiente che molti preferiscono non ricordare.
Gargoyle non è soltanto un romanzo, ma una testimonianza di rottura. Vassalluzzo esplora il confine fragile tra l’identità dell’individuo e la sua riduzione a numero burocratico, tra ciò che resta di una persona e ciò che l’istituzione totale pretende di modellare. Il protagonista Alfredo, insegnante di Italiano, entra in un carcere maschile con il bagaglio di pregiudizi e timori tipico di chi varca per la prima volta quel mondo. Ma la rigidità dei protocolli si incrina presto davanti all’umanità disarmante dei detenuti.
Tra loro c’è Ernesto, boss dal silenzio misurato e appassionato di enigmistica; Ling, giovane rom senza memoria, la cui rabbia è il grido di chi non intravede un futuro; e Damir, russo ingenuo e taciturno che affida la propria salvezza a un manoscritto fragile e disordinato, attorno al quale ruota la sua speranza di riscatto. Accanto ad Alfredo si muove Sandro, collega e compagno di un percorso che diventa presto più umano che professionale.
Il romanzo è corale: intreccia storie, azioni, fragilità e piccoli gesti che fanno emergere dall’anonimato uomini spesso percepiti solo come numeri. E pone domande scomode, che il lettore non può eludere: a cosa serve davvero l’istruzione in carcere? È possibile insegnare in un luogo dove il tempo è sospeso? E a quale prezzo?
Il titolo richiama le figure di pietra che sorvegliano le cattedrali: guardiani immobili, testimoni di una realtà che non possono cambiare. Così l’autore arriva a una verità amara: il ruolo dell’educatore non è vincere battaglie impossibili, ma esserci, offrire una presenza, una testimonianza. Scrivere Gargoyle diventa allora un atto di eredità e, in parte, di scuse verso chi ha perso tutto e verso vite deviate su binari impossibili da correggere con la sola parola.
Il libro analizza l’impatto dell’istituzione totale sulla psiche umana. I detenuti descritti da Vassalluzzo sono essenziali, vulnerabili, spesso in balìa del sistema: bambini che litigano per un quaderno, uomini che si fanno dispetti come unico modo per affermare un’esistenza. Una narrazione onesta, che non cerca il lieto fine, ma accetta la complessità del vissuto carcerario e mostra come, per alcuni, tracciare una linea netta tra il dentro e il fuori sia quasi impossibile.
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