“Costruire immagini a partire da ciò che destabilizza l’ordinario”. Parla l’artista Giuseppe Lo Cascio 

Le opere di Giuseppe Lo Cascio (Palermo, 1997) si trovano in una strana terra di mezzo. All’apparenza, possono sembrare oggetti d’uso quotidiano, come quelli che potremmo trovare in una cartoleria o un ferramenta; Lo Cascio, tuttavia, propone degli slittamenti che ne alterano la funzionalità e ne mettono in discussione lo statuto di “mera cosa”. Il primo di questi slittamenti consiste nel fatto che le sue opere – almeno quelle più recenti – sono spesso frutto di una trasfigurazione, di un passaggio da un materiale all’altro: per esempio, dei comuni armadietti portachiavi vengono tradotti in cemento (è il caso di Cabinets, installazione recentemente realizzata per Fuori Festival, a Spoleto); oppure degli schedari, di norma metallici, sono plasmati dall’artista in polistirene espanso e plastilina (si prenda Registri Buffetti). C’è poi un altro aspetto, che è quello della moltiplicazione: Lo Cascio ripete in modo seriale gli elementi che compongono i suoi lavori, proponendo un’amplificazione che suggerisce la possibilità di trovarsi di fronte a un’opera d’arte e non più un oggetto semplicemente estrapolato dalla realtà. Oltre all’interesse per il design dei prodotti, la principale ossessione dell’artista sembra quella per la memoria, la sua fallibilità, il timore di perderla, la moltitudine di supporti di cui ci circondiamo pur di avere almeno l’impressione di salvaguardarla. 

SCHEDARIO #2; 2023 Cartelline e ferro ,270x160x100 Veduta della mostra “5 alla prima”, Area Treviglio, 2025. Courtesy l’artista. Photo Giovanni Anselmi Tamburini
SCHEDARIO #2; 2023 Cartelline e ferro ,270x160x100 Veduta della mostra “5 alla prima”, Area Treviglio, 2025. Courtesy l’artista. Photo Giovanni Anselmi Tamburini

Intervista a Giuseppe Lo Cascio 

“La memoria è la cosa migliore che non ho” è una tua recente serie di opere. Mi incuriosisce la negazione contenuta nel titolo: puoi raccontare qual è il tuo rapporto con il custodire il ricordo di qualcosa? 
Mi piacerebbe rispondere a questa domanda con un’altra: “Quante bugie servono per dire una verità?” Il mio rapporto con il custodire è contraddittorio. Accumulo compulsivamente oggetti, immagini, informazioni, costruendo mappe tramite associazioni visive e concettuali, ma non credo che questo corrisponda alla cura necessaria per preservare qualcosa nel tempo. Non riesco a catalogare secondo criteri sistematici: mi appartiene piuttosto il disordine, l’associazione casuale e, soprattutto, la percezione dell’assenza. Mi trovo spesso a costruire immagini e pensieri a partire da ciò che destabilizza l’ordinario, da ciò che affiora senza un sistema prestabilito. La memoria, per me, non è mai lineare né affidabile: è una traccia frammentata, fatta più di tentativi che di certezze. 

Nelle opere con le cartelline portadocumenti, sulle quali ti sei concentrato maggiormente negli ultimi due o tre anni, mi sembra emergere anche una fascinazione per il design del prodotto, per la sua replicabilità e le possibili derive, su tutte l’effetto spersonalizzante… 
Il design del prodotto è legato certamente a ciò che definivo precedentemente “ordinario”; ciò che maggiormente mi connette al quotidiano, oggi sempre più invaso dal bisogno di personalizzazione. È nelle sue derive che scelgo di fissare l’oggetto, congelandolo in un momento in cui funzione e disfunzione si intrecciano, scultura e design si confondono, creando attrazione e repulsione. 

Valigia celibe, 2022. Veduta della mostra Cielo Raso #4, Villa Filippina, Palermo, 2022. Courtesy l'artista. Photo Gianfranco Marascia
Valigia celibe, 2022. Veduta della mostra Cielo Raso #4, Villa Filippina, Palermo, 2022. Courtesy l’artista. Photo Gianfranco Marascia

E come si traduce tutto ciò nella tua pratica? 
Spesso, quando parlo del mio lavoro, uso l’esempio della  macchina celibe, meccanismo delirante che solitamente è mosso da un motore attivo. Nei miei ultimi schedari considero tale meccanismo lo sguardo. Esso resta in attesa, cerca ma non trova una conclusione nell’oggetto riconosciuto come contenitore che ci preserva dal suo contenuto. 

Nella maggior parte dei tuoi lavori c’è una matrice duchampiana (il prelievo dell’oggetto d’uso), che viene tuttavia negata dal tuo ri-fare questi elementi utilizzando materiali diversi da quelli originali. Da dove nasce questa esigenza di reinventare le cose, di rimetterle al mondo con un’altra pelle? 
Credo nasca dai miei studi di Scultura in Accademia. Chi frequenta corsi come Discipline plastiche o Tecniche della Scultura, conosce l’importanza di sviluppare un linguaggio che rifletta sulla superficie delle cose, su quel confine tra luce e buio che caratterizza la tridimensionalità. È in quel limite che, secondo me, si può trovare una forma di identificazione personale nell’oggetto, anche se poi esso tende a sfuggirci dopo averlo creato. Nella trasformazione della materia c’è qualcosa di alchemico: la mimesi può diventare più vera dell’originale. Per questo ho scelto la plastilina come superficie dei miei lavori, lasciandola in uno stato che rivela la lavorazione, il gesto, e la possibilità che qualcosa possa ancora modificarla. 

Due cumuli o il privilegio di costruirli identici, 2024. Veduta della mostra Double Journal. Courtesy l'artisa. Photo Nino Spanu
Due cumuli o il privilegio di costruirli identici, 2024. Veduta della mostra Double Journal. Courtesy l’artisa. Photo Nino Spanu

La “realtà delle cose” di Duchamp, la serialità minimalista, il richiamo al design industriale, una forma di straniamento che ritrovo in alcune opere di Thomas Demand: mi sembra che nella tua pratica coesistano molteplici riferimenti. Quali incontri, visioni, letture, ascolti ispirano la tua poetica? 
La lista potrebbe essere molto lunga, e ogni volta che mi viene posta questa domanda è un dispiacere dover usare un “eccetera”. Hai colto riferimenti per me fondamentali, ma aggiungerei senza dubbio e in ordine sparso l’intera Arte Povera, Katharina Fritsch, Mona Hatoum, Tony Cragg, Mark Manders, Michael E. Smith, Ugo Rondinone, Rachel Whiteread e tante altre e altri. Insomma, si può intuire come il mio rapporto con gli artisti sia, ancora una volta, un rapporto di accumulazione; non potrei escludere inoltre i miei insegnanti d’accademia Daniele Franzella, Francesco Albano, Giuseppe Agnello. Per il resto, amo particolarmente scrittori come Sebald, Walser, Bernard, Foster Wallace, che nelle assurdità del quotidiano trovano i dubbi di un’esistenza mai sicura, sulla scia di quella letteratura inquieta che parte da Kafka. Infine, potrei dire che dopo anni di rock and roll e cantautorato la musica elettronica mi sta davvero emozionando. 

Hai dei progetti in cantiere di cui ti va di parlare? E quali sono le difficoltà che, eventualmente, stai incontrando nel realizzarli? 
Ho diversi progetti in corso per la seconda metà dell’anno. In autunno sarò in residenza a Milano, con l’intento di sperimentare e riflettere su come la città gestisce la rimozione delle macerie non belliche e degli inerti dal paesaggio quotidiano, in continua costruzione. Ovviamente, uno degli aspetti più ostici in questo tipo di ricerca è la gestione del tempo, poiché la necessità di reperire informazioni e consultare materiali presso istituzioni o aziende richiede una programmazione dettagliata, per cercare di comprendere il maggior numero possibile di attività. Non è sempre semplice farlo. Direi che  convogliare il tempo  è una grande forza, ma anche una grande difficoltà richiesta a noi giovanissimi: necessita notevole plasticità e capacità di compromesso, rispetto a un’accelerazione generale che definirei “cronofaga”, citando un libro che ho letto ultimamente. In generale, nei nuovi progetti, fatico spesso a tradurre visivamente il materiale d’archivio che raccolgo. Vorrei perciò approfondire la differenza tra  l’oggetto archivio  e  il verbo archiviare. 

Saverio Verini 
 
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Autore
Artribune

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