A Catania la mostra di Alfredo Pirri restituisce il senso di una vita dedicata all’arte
- Postato il 9 agosto 2026
- Arte Contemporanea
- Di Artribune
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Il teatro della memoria allestito a Catania da Alfredo Pirri (Cosenza, 1957) non poteva trovare approdo migliore. Un luogo appropriato, straordinariamente capace di risuonare con le opere e le idee. È il sito che la Fondazione Brodbeck, 19 anni fa, riportò alla vita con una programmazione di mostre internazionali di assoluta qualità: due ambienti espositivi enormi, con un cortile in mezzo, parti di un più vasto complesso riconducibile a un’antica fabbrica di liquirizia. Il senso del tempo si avvinghia a questi lacerti di archeologia industriale, acquisiti e recuperati dal collezionista Paolo Brodbeck per farne un polo culturale d’eccellenza al servizio dell’arte contemporanea.

Architettura e memoria nel sito industriale della Fondazione Brodbeck
Il senso della storia e la riflessione intorno alla funzione sociale, estetica e politica dell’architettura sono gli architravi intorno a cui da decenni si organizza il lavoro di Pirri. E sono oggi il focus di una mostra che si incastra a meraviglia in questa imponente struttura tardo ottocentesca – ampliata e rivisitata nel corso del ‘900 – di cui il progetto di riqualificazione lasciò in evidenza l’austerità e la ruvidità originarie: nelle superfici grezze e usurate, nelle pavimentazioni in cemento, nelle campate murarie in pietra e mattoni cotti, nelle altezze importanti che conducono l’occhio fino ai solai industriali con capriate in ferro. La tavolozza cromatica di pitture e sculture, il lavoro fisico e concettuale con la luce, l’utilizzo di materiali industriali (specchi, vetri, plexiglass, smalti, metalli), nonché il ragionamento sullo spazio e le stratificazioni del tempo, si inseriscono in un ambiente capace di attivare le opere, di problematizzarle, di farle risuonare.

La mostra antologica di Alfredo Pirri a Catania
Potremmo definirla una retrospettiva, quella allestita alla Brodbeck con la cura di Cesare Biasini Selvaggi e Gianluca Collica, ma il termine è impreciso. Si tratta certo di una selezione ragionata di alcuni progetti nodali, una proposta di sintesi del percorso iniziato a fine Anni Ottanta e portato avanti fin qui nel segno della ricerca e della contaminazione tra linguaggi. La mostra è un’immagine possibile di un sentimento delle cose, di una postura creativa, di una maniera di esserci ed essere artista. E ci pensa già il titolo a smorzare il rischio di pretenziosità, per un’operazione che non vuole celebrare e ricostruire una carriera, ma che prova ad abbozzare un segmento di cammino. “Fare cose”, semplicemente, senza orpelli, senza altro valore che quel viaggio poetico e quell’idea di vocazione civile, per una poiesis che generi l’esistente a partire da ciò che è stato.
Costruire e decostruire con lentezza, provare a decifrare le meccaniche profonde del reale attraverso spazi da abitare, segni da incidere come passi o scritture, forzieri di memorie da dischiudere e attualizzare. Alfredo Pirri fa cose mentre frantuma chilometri di specchi; mentre rilegge Gramsci e gli dedica archivi, documenti convertiti in pittura, architetture al servizio dello sguardo; mentre apre squarci di cieli e disegna partiture di colori e volumi; mentre immagina monumenti al sogno o al pensiero, rovine postmoderne, ambienti come dispositivi per osservare, meditare, ricordare.
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Le opere di Pirri esposte nel Padiglione 2 della Fondazione Brodbeck
Nel padiglione dall’impronta più minimalista l’artista concentra una serie di opere in cui la luce, in quanto elemento pittorico, definisce superfici e oggetti attraverso gradienti, soglie, evocazioni. Quel trascolare o sfumare tra fasi del giorno, stagioni, ore, condizioni atmosferiche, diventa metafora dell’equilibrio dinamico tra visibile e invisibile, tra ciò che non è più, non è ancora e non sarà. Alba/Tramonto (2002-2003) custodisce un paesaggio tridimensionale astratto dentro un cilindro di plexiglass di 8 metri, sviluppato in orizzontale: frammenti irregolari di cartone e materiale plastico diventano cime aguzze di montagne, inserti di cielo, specchi lacustri o scogliere, mentre la luce e il colore acrilico disegnano un orizzonte che continua a mutare. Così come mutano le immagini e le percezioni consumate dall’alba al tramonto, o nell’istante ineffabile che separa il crepuscolo dalla notte, l’inverno dalla primavera, l’aurora da ogni nuovo inizio.
Stesso meccanismo per Ombra su ombra (2003), parallelepipedo trasparente sui cui piani sovrapposti sono poggiati fogli di carta dipinti solo su un verso, con la parte bianca rivolta verso l’alto e dunque in vista: il colore, nascosto, esiste solo come riflesso diffuso sulla superficie neutra sottostante. Ancora un gioco di passaggi sottili, ancora la luce-pigmento che abita i luoghi e conquista dolcemente gli sguardi.
L’equilibrio tra luce e oscurità nell’opera di Pirri
Il tema era già presente anni prima, ma con soluzioni formali diverse: del 1985 è Il pensiero dell’alba, grande disco ligneo allestito su un muro, dipinto di un nero non uniforme, sfumato. Un oggetto pittorico divenuto squarcio notturno, un pezzo di cielo quasi buio avviluppato nella circolarità di un movimento perpetuo: l’alba non è ancora giunta ma esiste come attesa, incipit di una metamorfosi che verrà e che dissiperà il buio nel giro di niente. Perfetto il dialogo con i due grandi acquerelli su carta tratti dalla serie Acque, presentata a Pesaro nel 2007 in occasione della mostra “Come in terra così in cielo”: dal nero del cielo al blu profondo e all’azzurro del mare, dalla circolarità cosmica alla verticalità di due specchi d’acqua ideali che il colore mette in vibrazione restituendo l’increspatura delle superfici, il gioco dei riflessi, il ritmo musicale propagato come sequenza d’onde.
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L’allestimento nel Padiglione 1 della Fondazione Brodbeck
Torna la verticalità nei 9 acquerelli della serie Di Luce e di Fango (2021/23), imponenti finestre pittoriche che funzionano come mappe cosmologiche, partiture, visioni oniriche ispirate al suono, alla chimica organica, all’astronomia. L’opera funge da cerniera ideale con l’allestimento del Padiglione 2, dove viene collocata una recente installazione dal titolo Arie per Catania (2024/26), direttamente connessa alle 9 carte acquerellate. Si tratta di un’articolazione geometrica di materiali riflettenti, trasparenti: 8 lastre di plexiglas agganciate tra loro secondo uno schema ortogonale formano un oggetto architettonico minimalista avvolto da un bagliore arancione; all’interno nuvole di piume incastrate tra le lastre, una sfera in vetro di Murano e una porzione di specchio a pavimento. La forma dell’aria, del vento, della luce stessa, è miraggio possibile e utopia costruttiva.
È questo il padiglione in cui la memoria industriale del sito è più eloquente, rappresa nei materiali consunti e nelle poderose strutture. E la visione che ne deriva, grazie anche a una drammatica illuminazione chiaroscurale, è quella di un grande teatro del ricordo in cui la storia collettiva si sovrappone alla coscienza personale, a un’idea del mondo, all’esperienza fisica e psicologica di ogni attraversamento o contemplazione.
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Pirri e il lavoro su Gramsci
Ne è splendido manifesto la parete dedicata ad Antonio Gramsci: Compagni e Angeli (pensiero luminoso) del 2022-2023 è un corpus di 32 acquarelli su carta cotone incorniciati, riproduzioni di copertine dei quaderni che Gramsci compilò tra il 1929 e il 1935, durante la detenzione nel carcere di Turi, in provincia di Bari. Erano le classiche copertine lisce, nere o in tinte pastello, con texture martellate o marmorizzate, oppure illustrate con immagini di paesi esotici o con fregi e motivi archeologici. Pirri vi interviene con la sua pittura onirica, astratta, fatta di forme che si sfaldano e si moltiplicano, disegnando schemi celesti e armonie terrestri, quasi a tracciare mappe del pensiero e dell’immaginazione: a quelle pagine Gramsci affidò le sue lettere e le sue riflessioni.
Da diversi anni l’artista lavora per la realizzazione di un monumento (Compagni e angeli) da collocare all’esterno del carcere di Turi: grande quanto la celebre cella, è pensato per rivolgersi verso la finestra da cui Gramsci poteva affacciarsi. Un monumento che non celebra ma illumina e stabilisce un dialogo attivo tra presente e passato, tra lo sguardo dei posteri e il destino di chi, in quella piccola stanza, scrisse pagine di storia. Il modellino dell’opera è allestito a Catania di fronte alla collezione dei quaderni.
Alfredo Pirri dalla Biennale del 1988…
Ma c’è un’altra maquette importante in mostra. Si tratta di Cure, versione in miniatura dell’opera che Pirri presentò nel 1988 ad “Aperto ‘88”, sezione giovani della Biennale di Venezia curata da Achille Bonito Oliva e Harald Szeemann. L’edificio severo in rame brunito e acciaio, di ispirazione razionalista, riportava sulla facciata una serie di parole scritte dall’alto verso il basso. Parole nette, altisonanti, come i volumi geometrici di quell’unità architettonica. Dense di spirito morale e narrativo, provavano a suggerire una direzione, un senso, uno spicchio di verità nel caos fluido della postmodernità: Sollevati, Esisti, Tramanda, Radicati, Mostrati…
Qui l’opera rinasce in una versione nuova. La struttura originaria, ripensata in tufo di Lentini, diventa un’ambiente essenziale, raccolto: solo mattoni chiari, un praticello e un lampione di ghisa (All’imbrunire, 2018) che funge da perno poetico, come in un’apparizione magica. È un luogo vagamente nostalgico incastonato nel vecchio sito industriale e connesso alla sua patina storica, sospeso tra l’intimità di un rifugio privato e la dimensione pubblica di un borgo metafisico.
… alla nuova opera-archivio
Un’ampia porzione del Padiglione è infine dedicata al Progetto archivio FWD RWD del 2024, che realizza l’esperienza della memoria e della catalogazione in forma di autoritratto e azione condivisa. Otto elementi lignei con funzione di scaffali, disposti circolarmente, ospitano 115 scatole in cui è riposta l’essenza di altrettanti progetti artistici di Pirri. Disegni, fascicoli, documenti da tenere tra le mani e da consultare, poi da disporre a piacimento all’interno dell’abitacolo aperto. E così passare in rassegna anni scanditi da quel “fare cose” che è stato ed è ragione d’esistenza, esercizio di pensiero, strategia di compenetrazione rispetto al mondo, alla storia, ai luoghi vissuti e immaginati. Un archivio come una biografia da abitare collettivamente, come un luogo in cui darsi tempo, spazio, logica, misura; un archivio vivo, che dell’opera è custode e che all’opera continua a condurre gli sguardi degli altri, le parole future, per approdi ulteriori e infinite ipotesi di lettura.
Helga Marsala
Catania // fino al 30 settembre 2026
Fare cose. Alfredo Pirri
FONDAZIONE BRODBECK – Via Gramignani, 93-95
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