Volkswagen, il piano della discordia. Quattro fabbriche verso la chiusura
- Postato il 3 settembre 2026
- Fatti A Motore
- Di Il Fatto Quotidiano
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Il gruppo Volkswagen sta affrontando una crisi strutturale senza precedenti, ed è (quasi) pronto ad avviare una ristrutturazione industriale lacrime e sangue. Secondo un documento riservato destinato al Consiglio di sorveglianza, svelato da WirtschaftsWoche e rilanciato da Reuters, l’azienda avrebbe messo nel mirino ben quattro stabilimenti in Germania, pianificando una progressiva interruzione della produzione che vedrebbe lo stop a Emden e Zwickau nel 2031, ad Hannover nel 2032 e a Neckarsulm nel 2034.
Nel rapporto si legge che gli attuali modelli e le strutture aziendali non sono più sufficienti a garantire la competitività e la redditività a lungo termine. Il perché è presto spiegato: il gruppo è diventato troppo grande e complesso, mortalmente dipendente da volumi produttivi enormi e non più facile da raggiungere/mantenere nell’attuale scenario automotive, in pieno cambiamento.
La mossa dei vertici VW, infatti, rifletterebe il calo dei volumi produttivi, con una previsione di vendita globale per il 2026 fissata a 8,5 milioni di vetture. Una contrazione che fa sembrare distantissimi gli anni in cui la multinazionale chiudeva il bilancio produttivo in doppia cifra e che è alimentata da una domanda europea debole, dall’impatto dei dazi, dai costi industriali elevati e dalla crescente pressione dei produttori cinesi.
Gli orizzonti cupi a venire riaccendendo inevitabilmente lo scontro frontale con i sindacati e i rappresentanti dei lavoratori. L’amministratore delegato Oliver Blume non ha nascosto la gravità della situazione, definendola “più che critica” e ammettendo che l’azienda è diventata “troppo grande, troppo lenta e troppo complicata”. Il piano di riduzione dei costi definitivo potrebbe svelare cifre drammatiche per l’occupazione: se le stime ottimistiche parlano di almeno 50 mila posti di lavoro in meno, le proiezioni più rigide riportate da Bloomberg arrivano a ipotizzare fino a 100 mila esuberi.
Pur definendo la chiusura delle fabbriche come un’extrema ratio, Blume non ha escluso nessuno scenario, invitando le maestranze a fare squadra per salvare il salvabile. Tuttavia, i costi interni sono superiori di oltre il 30% rispetto alla concorrenza e non aiutano i sopracitati volumi produttivi, complice soprattutto il tracollo delle vendite e dei margini in Cina.
Per colmare questo solco, il management punta a tagliare un’ulteriore capacità produttiva annuale di 500 mila vetture in Europa, affiancando ai tagli del personale una struttura manageriale più snella e una drastica semplificazione della gamma.
È fissato per venerdì 4 settembre il vertice cruciale del Consiglio di sorveglianza di Volkswagen, chiamato a esaminare il piano di ristrutturazione industriale messo a punto dal management. Più che una semplice riunione, l’appuntamento rappresenterà un vero e proprio bivio strategico per il futuro del colosso tedesco. Secondo quanto filtrato dagli ambienti finanziari, nel caso in cui il Consiglio dovesse bloccare o respingere il progetto guidato da Oliver Blume, l’azienda valuterebbe la convocazione immediata di un’assemblea straordinaria degli azionisti per aggirare l’opposizione interna e rimettere la decisione definitiva direttamente al giudizio degli investitori.
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