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Vi racconto la cattura delle élite occidentali nella strategia tecnologica cinese

  • Postato il 25 luglio 2026
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In sintesi

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Vi racconto la cattura delle élite occidentali nella strategia tecnologica cinese

Nel 493 circa, secondo la tradizione storiografica cinese, il generale Tan Daoji avrebbe fatto costruire enormi cumuli di sabbia coperti da sacchi di riso per ingannare il nemico sulla reale consistenza delle scorte dell’esercito. È da episodi come questo, più leggendari che documentati, ma proprio per questo paradigmatici, che nasce il corpus dei Sanshiliu Ji, i Trentasei Stratagemmi: una compilazione di massime strategiche attribuita alla tarda epoca Ming, radicata nella tradizione di Sun Tzu ma distillata in formule brevi, quasi proverbiali, pensate per la trasmissione orale prima ancora che per la lettura accademica.

Il primo dei trentasei precetti recita Mán tiān guò hǎi, “attraversare il mare senza che il cielo lo sappia”. Non descrive un inganno plateale, ma l’esatto contrario: l’arte di agire sotto il velo della normalità, della routine, persino della banalità amministrativa. Non ci si nasconde nell’oscurità; ci si rende invisibili alla luce del giorno, confondendosi con ciò che è già presente e familiare, così che l’osservatore, il “cielo”, il potere che sorveglia, non trovi nulla su cui allarmarsi. Lo stratagemma sfrutta un bias cognitivo elementare: la sorveglianza si concentra su ciò che appare eccezionale, mentre ciò che appare ordinario scivola sotto la soglia dell’attenzione.

Questo principio, più di duemila anni dopo la sua origine, offre una chiave di lettura sorprendentemente precisa per uno degli strumenti più efficaci, e meno discussi, della proiezione di influenza cinese in Occidente: la cooptazione, attraverso opportunità di carriera, di personalità che hanno ricoperto ruoli di rilievo nel mondo accademico, politico ed economico occidentale.

Il fronte visibile e il fronte sommerso

L’Occidente ha imparato, non senza fatica, a riconoscere e contrastare le manovre cinesi più eclatanti: il bando a Huawei dalle reti 5G, l’uscita italiana dalla Belt and Road Initiative, il rafforzamento del golden power, i dazi sui semiconduttori. Sono risposte a mosse che Pechino ha condotto, per necessità strutturale, alla luce del sole — infrastrutture fisiche, memorandum intergovernativi, atti che producono per loro natura tracce visibili, audizioni parlamentari, titoli di giornale. Su quel terreno le difese occidentali si sono progressivamente irrigidite.

Ma è proprio la crescente efficacia di queste difese formali a rendere razionale, per Pechino, uno spostamento di baricentro verso un terreno che nessuna legislazione sul golden power è progettata per presidiare: le persone. Non i think tank finanziati apertamente, non le fondazioni con targa cinese all’ingresso, anche questi ormai sotto osservazione, ma il singolo percorso professionale individuale: l’ex funzionario pubblico che, terminato il proprio mandato, viene chiamato come consulente da una società tecnologica cinese; il professore universitario a cui viene offerta una cattedra visiting ben remunerata in un ateneo di Pechino o Shanghai, o un progetto di ricerca finanziato generosamente; il dirigente d’azienda invitato a entrare in un advisory board internazionale con compensi superiori alla media di mercato. Nessuno di questi atti, preso isolatamente, è illegittimo: rientra nella normale mobilità professionale che caratterizza le economie aperte, ed è spesso presentato, non a torto, dal punto di vista dell’interessato, come riconoscimento del proprio valore professionale su un mercato globale.

Il meccanismo della cooptazione ordinaria

È qui che il primo stratagemma torna utile come strumento analitico. Attraversare il mare senza che il cielo lo sappia significa, in questa declinazione, non offrire mai a un singolo individuo un incentivo che assomigli, sulla carta, a un atto di lealtà verso una potenza straniera. Si offre invece qualcosa di perfettamente riconoscibile e culturalmente legittimo nel mondo occidentale: una carriera, un compenso, un prestigio accademico, una piattaforma internazionale. È il pacchetto stesso, lo stipendio, il titolo, la conferenza pagata, l’ufficio con vista, a essere il vettore, non un’istruzione esplicita né tantomeno una richiesta di tradimento.

L’effetto strategico si manifesta solo nel tempo e per aggregazione. Un ex parlamentare che siede in un board consultivo legato a un gruppo tecnologico cinese porta con sé una rete di contatti istituzionali che continua a funzionare anche dopo la fine del mandato pubblico, e la cui credibilità agli occhi degli interlocutori occidentali resta quella di un servitore dello Stato, non di un rappresentante di interessi esteri. Un accademico che ha costruito la propria carriera anche grazie a fondi, borse di studio o cattedre di origine cinese tende, per una comprensibile dinamica psicologica prima ancora che per calcolo, a sviluppare una lettura più indulgente delle politiche di Pechino nei propri interventi pubblici, nei propri articoli, nelle proprie perizie tecniche — senza che questo richieda mai un’indicazione esplicita, e spesso senza che l’interessato stesso ne sia pienamente consapevole. Un dirigente industriale che ha ricevuto incarichi di consulenza da aziende cinesi porta quella rete di relazioni, e quella sensibilità acquisita, anche quando torna a occupare posizioni di responsabilità in aziende o enti occidentali. La somma di queste traiettorie individuali, replicate su scala continentale nell’arco di un decennio, produce esattamente ciò che nessuna singola offerta di lavoro potrebbe produrre da sola: una rete diffusa di interlocutori che, in perfetta buona fede nella maggior parte dei casi, tendono a mitigare, relativizzare o normalizzare le posizioni cinesi nei rispettivi ambiti professionali.

Il recente dibattito sulla partecipazione del direttore generale dell’AgID Mario Nobile alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai va letto in questa cornice più ampia. L’evento in sé — una conferenza tecnologica costruita da Pechino per posizionare i propri modelli, da Alibaba a DeepSeek, come alternative credibili agli standard occidentali — non è soltanto un momento di visibilità per le piattaforme cinesi: è anche, sistematicamente, un’occasione di primo contatto e di costruzione di relazioni professionali con funzionari, ricercatori e dirigenti stranieri, alcune delle quali evolveranno in incarichi di consulenza, collaborazioni di ricerca o inviti ricorrenti. Il punto non è se quella specifica partecipazione fosse, in sé, illegittima. Il punto è che episodi come questo sono i nodi iniziali di reti relazionali che si consolidano nel tempo attraverso canali che restano, individualmente, sempre difendibili come ordinaria cooperazione professionale.

Perché il cielo occidentale non vede

Questa asimmetria non nasce da negligenza, ma da un limite strutturale delle democrazie liberali. Le norme sul conflitto di interessi, sul cooling-off period degli ex funzionari pubblici e sulla trasparenza dei finanziamenti accademici sono pensate, quasi ovunque in Occidente, per prevenire favoritismi verso singole aziende o lobby settoriali interne al proprio Paese, non per aggregare, su scala nazionale, il numero crescente di ex politici, accademici e dirigenti che intrattengono rapporti professionali con entità riconducibili, direttamente o indirettamente, allo Stato cinese. Nessun organismo ha, nel proprio mandato, il compito di sommare questi singoli percorsi in un quadro strategico unitario: è esattamente la condizione che il primo stratagemma presuppone, un cielo che osserva per compartimenti separati, etica pubblica, conflitto di interessi accademico, compliance aziendale, e che quindi non percepisce il disegno che li attraversa tutti insieme.

A ciò si aggiunge un fattore culturale più insidioso: la tentazione, tutta occidentale, di considerare la mobilità professionale internazionale come segno di apertura e merito, non come possibile vettore di influenza. È precisamente questa cornice interpretativa, la fiducia quasi automatica nella neutralità del mercato del lavoro globale, a costituire il varco che lo stratagemma sfrutta. Pechino non ha alcun interesse a smentire questa fiducia; ha tutto l’interesse a coltivarla, perché è quella fiducia a garantire che ogni singola offerta di carriera possa continuare a muoversi senza attivare le procedure di allarme riservate alle minacce esplicitamente riconosciute come tali.

Una postura difensiva coerente

Da questa lettura non discende la richiesta, improponibile e controproducente, di vietare a ex funzionari, accademici o dirigenti occidentali qualsiasi rapporto professionale con controparti cinesi: sarebbe una risposta sproporzionata, oltre che lesiva della libertà di lavoro e di ricerca, e priverebbe l’Occidente di canali preziosi di osservazione diretta sullo sviluppo tecnologico e istituzionale cinese. Discende piuttosto la necessità, già sperimentata con risultati parziali in alcuni Paesi anglosassoni attraverso registri di trasparenza per i finanziamenti esteri alla ricerca, di rendere visibile ciò che oggi resta strutturalmente opaco: un registro pubblico e realmente consultabile degli incarichi, delle consulenze e dei finanziamenti ricevuti da entità estere da parte di chi ha ricoperto ruoli pubblici o accademici di rilievo, unito a un allungamento ragionevole dei periodi di raffreddamento per gli incarichi più sensibili in ambito tecnologico e della sicurezza.

L’antidoto al primo stratagemma non è chiudere il mare, cioè irrigidire fino alla paralisi la mobilità professionale e scientifica, ma addestrare il cielo a guardare diversamente: non solo alle mosse plateali che attivano già, per riflesso condizionato, gli strumenti del golden power e delle sanzioni, ma anche, e soprattutto, a quella miriade di percorsi di carriera singolarmente legittimi che, presi nel loro insieme, costituiscono la vera architettura della cattura delle élite occidentali da parte di Pechino. È una battaglia di consapevolezza istituzionale prima ancora che di regolamentazione: finché l’Occidente continuerà a misurare l’influenza cinese solo con il metro degli investimenti e delle infrastrutture, il mare continuerà a essere attraversato, una carriera alla volta, proprio sotto i suoi occhi.

Autore
Formiche

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