“Vedrete: l’umorista Morelli fa sbellicare, con lui non ci annoia mai!”
- Postato il 9 agosto 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Da un racconto apocrifo di Sergio Tofano. L’invito del marchese de Bellis era stato cortese, ma perentorio: “Mio caro amico, qui al castello ci annoiamo. Venite a distrarci. Contiamo su di voi”. E così Gianni Morelli, il noto umorista, era partito da Salsomaggiore, dove si trovava con la moglie per un ciclo di trattamenti idroterapici, con quest’idea fissa: divertire l’anfitrione e i suoi amici. Altrimenti che ne sarebbe stato, della sua fama d’uomo spiritoso?
La marchesa l’accolse con gioia e lo presentò ai suoi amici: il conte e la contessa Vallardi, l’industriale Savoldi e consorte, la signorina Linda Higgins e il visconte di Bassano. Gli parvero tutti lugubri: il conte sussiegoso, sua moglie bigotta; l’industriale credeva che il Pireo fosse uno scrittore, l’americanina capiva l’italiano a rovescio e per giunta non aveva orecchi che per le insulsaggine del visconte, il quale era meno brillante del cane del marchese, un labrador. A pranzo la marchesa ebbe per lui attenzioni squisite. Gli chiese notizie di sua moglie e s’interessò della sua cura nella stazione termale, mentre il marchese non cessava di vantarne l’immaginazione bizzarra e lepidissima. “Vedrete” disse con fare d’intesa. “Morelli fa sbellicare. Non ci si annoia con lui, ve l’assicuro. Avete letto il suo ultimo romanzo umoristico, ‘Questo lo dice lei’? Da sbellicarsi!”
Morelli protestava: qualunque uomo a cui si dà l’appellativo di spiritosissimo delude coloro che l’ascoltano. E la gente seduta a tavola già lo considerava a priori un semidio della risata. Ma al dessert nessuno dei suoi aneddoti aveva ancora smosso la congrega. La marchesa, per cortesia, ogni tanto accennava un sorriso. Gli altri erano rimasti impassibili. “E’ affaticato dal viaggio” spiegò il marchese, battendogli cordialmente la mano sulla spalla. “Domani sarà più in forma”. E come si manda a nanna un bambino di cinque anni che non ha saputo dire la sua poesia, il marchese lo condusse di buon’ora in camera, consigliandogli di dormire per rimettersi in forma. L’indomani Morelli fece l’impossibile per far ridere i convitati. Pescò nella memoria storielle di Frattini e Fraccaroli, tratti di spirito di Zucca e Folgore, poesie di Trilussa e Ragazzoni. Non ottenne alcun successo. Passavano i pomeriggi, passavano le serate, e non c’era modo di far ridere gli ospiti del marchese.
Morelli aveva ormai perduto ogni speranza quando una mattina ebbe un lampo di genio. Il portalettere che giungeva al cancello gli fece venire in mente una vecchia verità psicologica: che nulla diverte come le corna altrui. Prese dunque una cartolina postale e contraffacendo la calligrafia si indirizzò le seguenti parole: “Povero amico! Mentre tu sei a Roma, a Salsomaggiore tua moglie t’inganna col tuo agente di cambio. Un amico sincero”. Al castello i domestici mettevano le lettere sul tavolo nel vestibolo, dove gli ospiti andavano poi a prendersele. Morelli collocò bene in evidenza la cartolina anonima e filò nel parco: le parole cubitali di quella falsa cartolina non potevano passare inosservate. Rientrò per la colazione. Uno sguardo gettato sugli amici del marchese gli fece capire che il colpo era riuscito. Il conte aveva un sorriso mefistofelico, il visconte giocherellava col monocolo, la signora Savoldi si mordeva le labbra per non scoppiare a ridere.
“Avete visto la posta?” gli domandò il marchese, sforzandosi di restare serio. “C’è posta per me?” rispose Morelli, facendo il vago. “Mi pare. Credo di aver visto il vostro nome”. Morelli uscì e si diresse verso il vestibolo; quindi si fermò dietro la porta, in ascolto. Sentì la risata più franca mai echeggiata fra le mura vetuste di qualunque castello. Trionfante, rientrò nella sala da pranzo e andando a sedersi esclamò: “Ah ah ah! Finalmente avete riso!“. Quelli ammutolirono imbarazzati, ma la marchesa s’accostò al suo orecchio e, con aria d’intesa, come per consolarlo, gli disse: “Lo sapevamo da tempo, noi”.
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