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Un lanciamissili o una portaerei spaziale? Cos’è l’orbital carrier a cui lavorano gli Usa

  • Postato il 31 agosto 2026
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  • Di Formiche
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Un lanciamissili o una portaerei spaziale? Cos’è l’orbital carrier a cui lavorano gli Usa

La Missile defense agency (Mda) degli Stati Uniti ha allargato ulteriormente la platea di aziende coinvolte nel programma Golden Dome, il futuro scudo antimissile degli Stati Uniti, e tra i nomi selezionati compare Gravitics, startup di Seattle specializzata in grandi strutture spaziali. L’azienda è stata inserita tra i fornitori del contratto quadro Shield (Scalable homeland innovative enterprise layered defense), dal valore potenziale di 151 miliardi di dollari, e tra i progetti su cui è al lavoro spicca l’orbital carrier, una piattaforma pensata per custodire, proteggere e rilasciare altri sistemi direttamente dall’orbita. Si tratta di una sorta di “nave madre orbitale” in grado di schierare assetti e sistemi direttamente nello spazio senza bisogno di attendere un lancio da terra. Il progetto è ancora in fase sperimentale, ma il suo principio operativo è fondamentale per comprendere su quali orizzonti si muovono le odierne evoluzioni dello spazio militare.

Una “portaerei spaziale”?

Per capire perché un concetto del genere interessa il Pentagono bisogna partire da un limite strutturale dell’attuale e futura orbital warfare. A differenza di quanto accade a terra, in mare o in aria, in orbita non si può semplicemente “richiamare rinforzi”. Se un satellite viene danneggiato, o se serve mettere rapidamente in campo un nuovo assetto per rispondere a una minaccia improvvisa, la procedura tradizionale prevede di preparare un lancio da Terra. Ma si tratta di un processo che, per quanto oggi sia molto più veloce che in passato, resta comunque questione di giorni, non di minuti. È qui che entra in gioco l’idea di Gravitics. Il suo prodotto di punta, Diamondback, non è un satellite nel senso classico del termine, ma un “contenitore orbitale”, vale a dire un modulo che una volta in orbita può ospitare altri piccoli veicoli manovrabili, chiamati Viper, pronti a essere sganciati su comando. In sostanza, invece di aspettare che un pericolo si materializzi per poi lanciare una risposta da Terra, l’idea è di piazzare la risposta già in orbita, pronta a essere schierata in caso di necessità. Per rendere l’idea, lo stesso amministratore delegato di Gravitics, Colin Doughan, l’ha paragonato a un commissariato di quartiere, con le sue volanti pronte a intervenire. Il commissariato resta fermo e presidia una porzione di spazio, ma le volanti (i Viper, appunto) possono raggiungere in tempi molto rapidi qualunque punto nelle vicinanze. Secondo quanto dichiarato dall’azienda, si parla di meno di due ore per le orbite basse e circa dodici per arrivare fino all’orbita cislunare.

Questo assetto è pensato per assolvere due funzioni principali. La prima è difensiva in senso stretto e mira a proteggere i satelliti più sensibili e a tenere “forze fresche” pronte a intervenire in caso di attacchi o incidenti di varia natura alle infrastrutture spaziali. La seconda, invece, è più proattiva ed è quella che potrebbe interessare direttamente il Golden Dome. L’orbital carrier potrebbe infatti fungere da deposito e lanciatore per gli intercettori spaziali, le armi contemplate dalla Golden Dome Initiative per abbattere un missile nemico direttamente dall’orbita. Le versioni più piccole di Diamondback, che dovrebbero volare già a partire dal 2027 a bordo di lanciatori di piccola-media taglia, potranno già ospitare più di un intercettore contemporaneamente, mentre le versioni più grandi, che richiederanno vettori pesanti per essere lanciate, arriveranno a un volume interno di 60 metri cubi. 

Un concept ancora da dimostrare e un trend che si consolida

Resta, ovviamente, la distanza tra l’idea e la sua realizzazione. Diamondback non ha ancora volato per davvero e il suo primo test operativo è atteso non prima del 2027. Ci sono poi interrogativi che esulano dalle questioni ingegneristiche e che sconfinano direttamente nella pianificazione strategica. D’altronde, l’idea di concentrare un grande numero di assetti complessi su un’unica piattaforma espone al rischio di fornire a eventuali avversari un bersaglio prioritario su cui concentrare le proprie attività offensive. Piattaforma che, se persa, lascerebbe un vuoto considerevole in uno schieramento difensivo non diffuso, per non parlare del danno in senso strettamente economico. 

Tuttavia, questo ulteriore sviluppo si inserisce nel più ampio trend delle strutture logistiche militari orbitanti. La Space Force, ad esempio, punta sempre di più sul concetto di “manovrabilità orbitale”, vale a dire l’impiego di assetti altamente manovrabili, capaci di compiere salti di orbita e di muoversi molto più agilmente dei satelliti convenzionali. In un certo senso, delle vere e proprie navicelle spaziali. Tuttavia, per condurre manovre così complesse, tali assetti necessitano di motori e carburante, entrambi elementi che aggiungono non poco tonnellaggio a un oggetto pensato per essere lanciato fuori dall’atmosfera. Quando si parla di lanci spaziali, infatti, la logica è sempre quella di togliere peso e l’idea a cui sta lavorando la Space Force è quella di pre-posizionare in orbita dei depositi di carburante capaci di fungere da punti di rifornimento per gli assetti manovrabili, di modo da ridurre il peso al lancio e di estendere considerevolmente l’autonomia operativa di droni e spazioplani. 

Autore
Formiche

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