Tradizione italiana e filiere globali: la sfida della sostenibilità per la pelle
- Postato il 31 agosto 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Fra le tradizioni di cui l’Italia si fa vanto, la pelletteria merita un posto d’onore; per rendersene conto basta una passeggiata nel centro di Firenze. A livello globale, l’industria della pelle ha un valore stimato di 243 miliardi di dollari (con una crescita annua prevista pari al 6,6% fino al 2030): il materiale è destinato per il 47% alle calzature e per il 10% all’abbigliamento. Chi ama la pelle lo sa: la sua consistenza, la sua durata, il modo in cui invecchia non sono facilmente sostituibili. Ma proprio questa consapevolezza apre una domanda più scomoda: la pelle può essere sostenibile e a che condizioni?
È un tema vasto che cercherò di affrontare mettendo qualche punto fermo. Il primo: per una persona vegana, o comunque contraria allo sfruttamento degli animali, la pelle è inaccettabile. Si tratta di una scelta etica che merita rispetto e che nessuna certificazione può confutare. Tanti altri hanno posizioni più sfumate e si chiedono come sia stato trattato l’animale, chi abbia lavorato la sua pelle, con quali sostanze chimiche. Ed è qui che torna utile conoscere meglio la filiera che parte dall’allevamento e arriva al negozio.
Non dobbiamo dimenticare che la pelle è un sottoprodotto degli allevamenti: uno scarto che, altrimenti, andrebbe al macero. Va da sé che la gestione della materia prima è un tema cruciale per tutti i materiali (la piantagione per il cotone, l’allevamento per la lana ecc.) perchè è proprio lì una fetta rilevante dell’impatto. Oltre all’impatto ambientale, esistono allevamenti che rispettano tutti gli standard di sicurezza, igiene e benessere animale e altri che se ne disinteressano. Ecco perché i brand più attenti li visitano di persona o, nel caso di alcuni grandi gruppi del lusso, li acquistano per gestirli direttamente.
Una volta prelevata la pelle si procede alla concia, il processo tradizionalmente più problematico a livello ambientale perché prevede un grosso impiego di acqua e sostanze chimiche. Anche in questa fase c’è occasione di distinguere chi lavora con criterio. In un Paese come l’Italia, dove le normative ambientali sono all’avanguardia, esistono tecnologie avanzate e protocolli serrati per gestire i prodotti chimici e scongiurare contaminazioni dei corsi d’acqua, delle falde e del suolo, sempre che l’impresa abbia una condotta corretta.
Altrove, purtroppo, non è così. Un’inchiesta condotta nel 2017 dalla Campagna Abiti Puliti in India ha svelato che rifiuti e acque reflue non trattate contenenti cromo esavalente venivano abbandonati sui terreni aperti. Operai e operaie, privi di dispositivi di protezione, sviluppavano patologie croniche. Un report più recente, pubblicato dalla Fair Labour Association, si focalizza sui diritti umani rilevando gravi violazioni lungo la filiera in Bangladesh, Vietnam, Pakistan, India, Messico e non solo: oltre all’esposizione a sostanze chimiche pericolose, si citano casi di lavoro minorile, discriminazioni, problemi retributivi.
In sostanza, la normativa nazionale incide moltissimo sull’impatto e sui rischi del processo di trasformazione; le prime informazioni da chiedere, dunque, sono la provenienza della pelle e il Paese in cui avviene la concia. A livello sia italiano che internazionale sono nati standard per il monitoraggio della filiera della pelle come ICEC e Leather Working Group, che lavorano per affrontare queste criticità e dare garanzie al consumatore. Si può consultare online la mappa di tutte le realtà certificate (concerie, committenti, intermediari commerciali e subfornitori).
In Italia, oltre a un avanzato sistema normativo, il settore ha sposato in gran parte l’approccio ZDHC per l’eliminazione delle sostanze chimiche tossiche e nocive e, da anni, si è dotato di sistemi di tracciabilità per assicurare il pieno controllo dei materiali e dei processi. Molti brand del lusso producono in Italia proprio perché la produzione è eccellente sia in termini di qualità che di sostenibilità e tracciabilità.
Abbiamo tre distretti conciari importanti: Arzignano (Veneto), il più avanzato al mondo per tecnologia e gestione ambientale, Santa Croce sull’Arno (Toscana), eccellenza nella depurazione consortile e nella ricerca sulla chimica sostenibile, e Solofra (Campania), in crescita per gli investimenti nella depurazione e nell’ammodernamento degli impianti.
Tra i nomi italiani che fanno da benchmark c’è il Gruppo Mastrotto, a cui si ispirano molte aziende del settore. Tra le più piccole con una forte vocazione alla sostenibilità, un esempio è Conceria Italia.
Possiamo concludere sempre con la stessa riflessione: dietro a una borsa o un paio di scarpe ci sono scelte di materiali e produzione che fanno la differenza in termini di gestione dei rischi e degli impatti. Più domande ci facciamo, meglio qualifichiamo la nostra scelta di acquisto.
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