Tour de France, il Pagellone: Pogacar verso l'immortalità, Evenepoel è cresciuto, Del Toro è il futuro (con Seixas)
- Postato il 27 luglio 2026
- Di Virgilio.it
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Sette podi in sette tour. Altro che i sette chili in sette giorni di Carlo Verdone: Tadej Pogacar quel numero l’ha voluto riscrivere nel suo significato più profondo, consapevole che la via che conduce alla gloria eterna del ciclismo è ormai tutta in discesa. E 7 sarebbero anche i Tour vinti in carriera da Lance Armstrong, che pure nell’albo d’oro della grand boucle non figura dopo che le note vicende doping gliel’hanno sottratti a distanza di qualche anno. Ma un Pogacar così quel record (ormai “virtuale) sente di poterlo battere: gli basterebbe chiudere davanti a tutti in altre tre occasioni. Per quanto visto in questi 7 anni di attività, nulla di impossibile.
- Pogacar da record, Evenepoel ha alzato l'asticella
- Pogi senza rivali: mai così dominante in Francia
- Remco, esame superato. Ma Del Toro fa paura
- Seixas vale i (tanti) milioni francesi. Carapaz indomito
- Merlier re degli sprint, Philipsen flop, Pedersen green
- L'Italia non s'è desta: non avevamo ambizioni, però...
Pogacar da record, Evenepoel ha alzato l’asticella
Pogacar al Tour era “condannato” a vincere, ma in realtà ha voluto stravincere. Devastante sin dalle prime frazioni, ha lasciato a Torstein Traeen un paio di giorni di gloria vestito di giallo prima di riprendersi tutto con gli interessi. Ha legittimato una superiorità lampante anche prima che Jonas Vingegaard si vedesse costretto ad alzare bandiera bianca, complice una caduta nella quale è rimasto coinvolto e che di fatto ha impedito al Tour di mettere la sesta cartolina consecutiva del podio con i due l’uno accanto all’altro, solo invertiti di gradino.
Remco Evenepoel ha vinto invece il “Tour degli umani”, mostrando finalmente lampi di quella classe che da più parti veniva incensata, ma che troppo spesso è rimasta nascosta chissà dove. Su Isaac Del Toro, poco da dire: ha chiuso terzo da gregario, roba che è un lusso talmente elevato che solo a certe latitudini (leggi UAE Team Emirates XRG) si può pensare di vedere.
Ma il Tour ha lasciato in dote tanti altri spunti: da Seixas che ha ceduto nell’ultima settimana (ma a 20 anni un cedimento è concesso?) ad Ayuso che ha fatto sicuramente peggio, da Pedersen che ha completato la triade delle maglie a punti dei grandi giri a un’Italia melanconicamente scomparsa dal radar, senza vittorie di tappa e senza acuti di sorta.
Pogi senza rivali: mai così dominante in Francia
Tadej Pogacar (10 e lode) partiva favorito, ma ha fatto un altro Tour. Subito pimpante in salita, ha messo a posto le cose urgenti nella prima settimana, e questo basta per definirne la grandezza. Poi un po’ ha controllato, un po’ ha giochicchiato, un po’ ha deciso di fare le cose in grande, decidendo di sfidare se stesso sull’Alpe d’Huez, col nuovo record e il nome scritto sull’albo d’oro della salita più iconica di Francia che valgono un altro passo verso l’immortalità ciclistica.
Ha chiuso facendo da gregario e riaccendendo persino van der Poel (come un anno fa Van Aert) sulla salita di Montmartre. Ha zittito i fischi di pochi (e idioti) e adesso non sa più cosa inventarsi per cercare nuove sfide. “Tra due settimane potrei decidere di andare alla Vuelta”, s’è lasciato scappare. C’è chi gli chiede di puntare alla tripletta Giro-Tour-Vuelta nello stesso anno, e magari lo farà davvero, prima o poi.
Remco, esame superato. Ma Del Toro fa paura
Remco Evenepoel (9) avrebbe voluto davvero sfidare Jonas Vingegaard (7) sul suo terreno, e questo rimarrà forse l’unico cruccio per il belga. Che nell’ultima frazione di montagna s’è preso il lusso persino di staccare Pogacar, che pure quel giorno ricopriva il ruolo di gregario, e quindi ha lasciato fare senza dannarsi troppo l’anima.
Remco ha fatto un upgrade importante: sin qui aveva sempre tradito nel GT (a parte alla Vuelta nel 2022, l’unico che l’ha visto trionfare), specie al Tour, ma questo secondo posto (con due tappe vinte) sa di piena fioritura. Isaac Del Toro (9,5) ha fatto forse anche di più: gregario (quasi) a tempo pieno, e ciò nonostante ha potuto curare anche la classifica. Scommettete pure che entro qualche anno un messicano vincerà il Tour, perché i segnali vanno in quella direzione.
Seixas vale i (tanti) milioni francesi. Carapaz indomito
Quanto dovranno attendere invece i francesi per tornare a vincere? Dipenderà da quel che vorrà fare da grande Paul Seixas (8,5), che comunque all’esordio assoluto ha faticato solo nelle ultime tappe, pagando dazio in qualche salita ma dimostrando che tutti i soldi col quale Decathlon lo vuole blindare dagli assalti dei big team potrebbero essere meritevoli di essere spesi.
Tutto sommato va via con un sorriso Lenny Martinez (8), quinto (seppur a 13’) e pure Mattias Skjelmose (7,5), settimo davanti a un Juan Ayuso (6) che nel finale è letteralmente scoppiato, a riprova del fatto che il salto di qualità continua a essere rimandato.
Tra i promossi c’è Richard Carapaz (8), quantomeno per il coraggio avuto nelle ultime tappe: ha vinto a Orcieres-Merlette, ha vinto sulla seconda Alpe d’Huez e ha tirato via la maglia a pois dalle spalle di Pogacar con un coraggio e una dedizione uniche. Ingiudicabile Florian Lipowitz, che anche prima della caduta però stava patendo un po’ il confronto interno con Evenepoel.
Merlier re degli sprint, Philipsen flop, Pedersen green
Capitolo sprint: la sola vittoria portata a casa non salva Jasper Philipsen (5,5), il cui bottino rimane piuttosto misero. Sorride Tim Merlier (8) che s’è dimostrato il velocista di riferimento, più di Olaf Kooij (7), anche se poi Mads Pedersen (8) ha capito che la maglia verde si può conquistare soprattutto nei traguardi volanti, e lui ne ha lasciati pochi agli avversari.
Mauro Schmid (7,5) ha rifatto grande la Svizzera: una vittoria e un secondo posto di tappa unite alla sensazione che quando la posta in palio è alta lui ci sguazzi, eccome. Mathieu van der Poel (8) ha piazzato due belle zampate, ma soprattutto ha ricordato al mondo intero che razza di fuoriclasse è e quanto sia bello vederlo correre anche in palcoscenici come questi.
L’Italia non s’è desta: non avevamo ambizioni, però…
Per ultima, la spedizione italiana: qui il voto non lo esprimiamo, perché bisognerebbe scendere troppo in basso e anche la tastiera (consapevole del dolore provato) si rifiuterebbe di battere. Sapevamo di essere in netta difficoltà su più fronti, e sapevamo che tolto un Ganna da battaglia nella cronometro (che pure non era proprio adatta agli specialisti puri: ha dominato Remco, non a caso crono man ma anche scalatore) avremmo avuto ben poco altro a cui ambire.
Piganzoli ha cercato di fare il suo, consapevole che dopo le fatiche del Giro avrebbe potuto pagare il conto (in parte lo ha fatto, ma è andato comunque bene per quelle che erano le premesse della vigilia). Stavolta non s’è palesata neppure un’occasione per andare a vincere una tappa: vero, non ne hanno vinta una neppure i francesi (è la terza volta che accade negli ultimi 122 anni!), ma non è qualcosa di cui andar fieri.
Non è con mal comune mezzo gaudio che si può dire di star meglio: aspettando Finn e Pellizzari, Tiberi ha confermato la sua involuzione su tutta la linea, e pertanto chissà quanto altro tempo dovrà passare prima di tornare a far festa come 12 anni, quando Nibali si vestiva di giallo in una Parigi ingrigita da una strana estate mite (per non dire fredda). Qui le temperature ormai sono roventi, e l’Italia s’è sciolta come neve al sole.