“Se non la piantate sfondiamo il muro”: e le detenute si rivoltarono contro le torture dell’Ovra fascista | Il racconto di Cesira Fiori
- Postato il 25 aprile 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Il carcere, il confino, soprusi, persecuzioni, vendette, la Resistenza sul Gran Sasso: si intitola Una donna nelle carceri fasciste (Mimesis, 356 pp, 20 euro) il racconto in prima persona di prigioniera politica sotto il fascismo da parte di Cesira Fiori, intellettuale, antifascista e partigiana, che dedicò la sua vita all’insegnamento e alla lotta politica e sindacale. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1965, è un pezzo di storia di una combattente, il racconto autobiografico di una “donna che sta nella storia dei resti delle galere, del confino, dell’esilio e della Resistenza fra coloro che non si piegarono”.
Maestra elementare iscritta al Partito socialista italiano, nel 1921 entrò nel Partito comunista, impegnandosi attivamente contro il fascismo. Arrestata nel 1933, trascorse anni di prigionia e confino a Ponza, Ustica, Maratea e San Demetrio ne’ Vestini. Durante la Liberazione, insieme al marito Umberto Cumar, organizzò la resistenza nel Gran Sasso e nel 1944 divenne sindaca di San Demetrio, prima ancora dell’arrivo delle truppe alleate. Dopo la guerra, tornò a insegnare, affiancando a un’intensa attività sindacale e politica un’altrettanto intensa attività di scrittrice.
La prefazione di questa edizione è della storica Anna Foa: “Come non dedicare un pensiero grato e partecipe, in questi tempi di egoismi e di rifiuto della politica, alla lotta coraggiosa di Cesira e delle donne come lei?”. “Vorrei essere riuscita – scrisse Fiori illustrando il libro – a dare un quadro di una parte delle torture che il fascismo inflisse agli antifascisti prima, ai resistenti poi”.
Ilfattoquotidiano.it pubblica qui un’anticipazione.
***
E, nella notte di maggio, chiare urla di belve e terribili urla strazianti di uomini:
– Aiuto, aiuto! Basta! Assassini!
Immediato, unanime, rispose dal braccio delle piccole, povere prostitute un grido che rimbombò in tutto il carcere e strinse d’angoscia tutti i petti!
– Assassini, assassini! Smettetela di menare! Aguzzini! Sfondiamo il muro, se non la piantate, sfondiamo il muro!
– Carcerate, ammazzano i politici al quinto braccio!
Tutto ciò che era possibile gettare contro il muro, gamelle di alluminio, boccali dell’acqua, secchi di ferro, veniva lanciato e rilanciato. Dal braccio delle politiche, da tutti i cameroni e perfino dall’infermeria, le piccole donne tutte insieme, e senza sapere il perché, si unirono alle urla delle prostitute!
– Smettetela di menare! Assassini, assassini!
Muro a muro con i cameroni delle prostitute c’era il famigerato quinto braccio e a muro a muro di uno c’era la cella imbottita, dove gli sgherri dell’OVRA, in disdegno di ogni legge, di ogni dettame morale, di ogni umana pietà, torturavano i politici per strappare loro, nelle sevizie, ciò che non avevano confessato, che non potevano, non volevano confessare.
Le urla del carcere femminile erano così potenti che arrivarono in tutto il quinto braccio e da lì pure si elevò alta, possente, un’onda di sdegno tale che il direttore, i capiguardia, i secondini dovettero accorrere e tutto si tacque nella cella imbottita dall’odio, dal sadismo della cecità fascista.
La Madre superiora e le suore e le infermiere, lungamente, corsero su e giù per i corridoi, per i ballatoi, a calmare le detenute che in quella notte di maggio, dolce, tiepida, serena, avevano infranto il silenzio e, anche senza saperlo, senza rendersene conto, avevano gridato la loro angoscia, avevano sfogato la loro rabbia, la loro indignazione contro le sopraffazioni, contro le ingiustizie di ogni genere.
– Calme, calme! Buone, buone! Legavano un pazzo furioso!
– Bromuro per tutte!
– Camomilla per tutte!
– Acqua di gramigna per tutte!
Così aveva finito con l’ordinare la Madre superiora con quel suo cipiglio di gendarme e con quel suo autorevole piglio di dirigente nata. Una sarda? Una siciliana? Una calabrese? Aveva il viso stretto, volitivo, con una lieve peluria scura sulle gote e sul labbro superiore che le dava l’aria del travestito; gli occhi fiammeggianti sotto l’arco congiunto delle sopracciglia: una voce imperiosa, alta ma stridula. Una natura forte, combattiva che molte volte si scontrò con me e nessuna delle due poté cedere.
Mi sarebbe piaciuto conoscere la sua storia: niente c’era in lei di femmineo, di dolce, di tenero: non si lasciò mai andare se non quando, una mattina assai fredda del febbraio 1934, mi vennero a prelevare per portarmi a Ponza.
– Addio, ti voglio dire! Non tornare più! Sei brava, ma è un peccato che non credi in Dio! Comunque, che il Buon Pastore ti accompagni!
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