Quest’anno il 25 aprile va celebrato più intensamente. Quantomeno per coerenza post referendaria
- Postato il 25 aprile 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Rossella Dotta
Benché la ricorrenza del 25 aprile sia “divisiva”, quest’anno dovrà essere celebrata più intensamente, quantomeno per coerenza post referendaria. La ragioni di questa natura conflittuale sono molteplici e risalgono a quando in Italia non ci fu solo una guerra di liberazione dall’occupante nazista, ma anche una guerra civile di repubblichini di Salò, italiani che avevano scelto il lato opposto rispetto ad altri italiani.
Quella ferita si riapre ogni 25 aprile perché non è mai stata elaborata collettivamente fino in fondo, come è accaduto in Germania. Storicamente, le formazioni partigiane più numerose e organizzate erano comuniste e socialiste e questo ha fatto sì che nel dopoguerra la memoria della Resistenza venisse percepita come patrimonio della sinistra. La destra italiana post-fascista, confluita nel Msi prima e in An poi, ha faticato per decenni a fare i conti con quell’epilogo, oscillando tra la rimozione e la rivendicazione di un’identità che affondava le radici proprio nel lato sconfitto.
Inoltre, c’è un paradosso di fondo: l’Italia è una delle poche democrazie occidentali in cui la continuità istituzionale con il regime precedente fu molto forte, perché gran parte delle élite fasciste dopo il 1945 fece parte della magistratura, dell’esercito, della burocrazia e dell’industria rimanendo al loro posto. Non ci fu una vera defascistizzazione sistematica come in Germania.
Questo significa che la Repubblica nacque su una frattura valoriale incarnata dalla Costituzione che non corrispose a una reale discontinuità di potere.
Il collegamento tra la Costituzione italiana e la festa della Liberazione è genetico se consideriamo che il 25 aprile ne è il momento fondativo.
La Liberazione del 1945 non fu solo la fine dell’occupazione nazifascista, ma il momento in cui un popolo scelse consapevolmente di stare dalla parte della dignità umana, della libertà, del rifiuto della dittatura. Quella scelta si tradusse in diritto quando i protagonisti della Resistenza (partigiani, politici, giuristi, intellettuali) sedettero nell’Assemblea Costituente eletta nel 1946 e scrissero la Carta declinando i suoi valori in articoli come il numero 11: ripudio della guerra;
l’1 e il 4: la centralità del lavoro nella Costituzione rispecchia chi aveva combattuto davvero, la Resistenza fu anche una lotta di classi popolari, di operai, contadini, giovani senza potere;
il 2 e il 3: la dignità umana violata con le torture, le leggi razziali e la negazione dei diritti, aveva mostrato a quale abisso porta il disconoscimento della persona;
il 21: l’importanza delle libertà di pensiero e di stampa era ben nota a chi aveva vissuto il regime; poter parlare, scrivere e dissentire non erano astrazioni filosofiche, ma conquiste pagate con il carcere e il confino;
l’1 e la XII disposizione finale: la Repubblica “fondata sul lavoro” nasce in opposizione esplicita al regime fascista, del quale la XII disposizione ne vieta la riorganizzazione. Questa non è una norma neutra, ma una presa di posizione storica e morale incorporata nel testo.
I valori della Costituzione sono principi che guidano il giudizio e l’azione nel presente. Sono criteri con cui misuriamo il nostro e l’altrui agire, come una pratica bussola. Gli ideali, invece, sono proiezioni verso qualcosa che ancora non esiste o è imperfetto. Sono la versione più alta, più pura, talvolta utopica di ciò a cui aspiriamo come la libertà perfetta, la giustizia assoluta, la fratellanza universale.
Quindi, se i valori ci dicono come comportarci oggi, gli ideali ci dicono perché vale la pena farlo. E proprio i valori della Costituzione italiana rappresentano il “testamento” del 25 aprile, data in cui l’Italia li ha scelti.
Nell’esito del recente referendum sulla giustizia troviamo la risposta alla domanda: quei valori di uguaglianza, libertà, dignità e pace sono ancora al centro della vita democratica? Affinché non si rischiasse di svuotarli del tutto, abbiamo detto No.
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