PornOdissea – Ulisse alla corte dei Feaci, per primo s’inginocchia alla regina
- Postato il 31 luglio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Naufragato sull’isola dei Feaci, Ulisse deflora con l’aiuto di Atena la giovane Nausicaa, figlia di re Alcinoo.
PornOdissea. E’ buio: alla cittade tornan tristi le fantesche; tutte, salvo quella prosperosa, che da una quercia non distante il venereo spettacolo si gode, la mano fra le cosce. Come il suo remo il marinaio nell’acque salse affonda e affonda, così il pari ai numi Ulisse mena su e giù il suo, a Nausicaa avvinto. Geme la ragazza e ride dello sciabordio che la sua figa, un tempo angusta, ora produce. Come ogni colpo di remo il mar non doma, così ogni colpo della possente verga la lascia desiosa. Alfin s’illumina lo sguardo alla ragazza qual goccia luccicante di rugiada che svanisce al sole. E’ il segno. Con novello vigor la sferza Ulisse, grida la pulzella e assieme a lui si scioglie, vinta come Troia. Estrae l’organo Ulisse; lungi getta il lino che l’avvolge, zuppo; ancor fumante giace sulla schiena, ventre al sole.
Vispa si leva la ragazza: è giovane, fatica non l’abbatte. Si sgranchisce, le bianche braccia al cielo, e così inarcata dice al nostro eroe: “Sorgi, straniero, se alla città ir ti talenta, e mio padre veder, nel cui maniero t’accoglieranno della Feacia i capi. Io ti sarò per guida, ma giungeremo separatamente, onde evitar le voci amare della feccia più vil, che la mia fama crudelmente offenderebbe: ‘Chi è il forestiero che Nausíca segue, bello d’aspetto, e grande? Ove trovollo? Certo è lo sposo. È un marinaio dal mar giunto ramingo? E a lui donossi, in dispetto dei Feaci illustri che la braman come sposa, la sgualdrina?’ Non insolente alcun da tergo morda. Dunque a’ miei detti bada: mi segurai da lunge, e allor che giunta mi crederai, tu pur t’inurba, e della reggia chiedi. Entrato nel cortil, rapidamente sino alla madre mia le superbe camere varca. Davanti al focolare siede, torcendo lane. Alle sue ginocchia le braccia stendi e aiuto impetra. Nel frattempo, entrale nel cuore: sotto la gonna infila la tua mano e rendi omaggio al posto da cui venni. Apprezzerà senz’altro il gesto: esaudirà la mamma ogni tuo desio. Mio padre le sarà seduto accanto in trono: non considerarlo. E’ orbo”. Detto così, sul carro sale e in alto fa scoppiar con arte il suon dello scudiscio. Pronto il cavallo si lascia il fiume addietro; scompare in una nuvola di polvere Nausicaa.
Incamminandosi, ringrazia Atena Ulisse: “Mi stai viziando, dea: non potean farmi i Feaci miglior viso. Or rendimi simpatico alla madre della ragazzina”. Dolce d’ogni stagion un zeffiretto spira. I porti e i ben costrutti legni Ulisse maraviglia, e le superbe piazze ove s’assembrano i nativi, e le spose leggiadre d’ingenti poppe fornite e di bei culi. Giunto alla magion sublime, che chiara, qual di sole, manda luce, ratto l’eroe dentro si caccia finché ad Arete e al marito giunge. Fa come Nausicaa ha detto: s’inginocchia alla regina e senza perder tempo sotto la gonna infila la sua mano e la carezza al punto, quindi la ritrae. La tunica preziosa che di sua man tessuta avea gli riconosce indosso la regina. Nulla, accanto a lei, re Alcinoo vede.
ARETE: “O nobile straniero, i tuoi modi sono accattivanti. Parla. Che ti serve? Di te mi prenderò cura io”. Radiosa, Nausicaa le s’accosta. ARETE: “Ma prima dimmi: chi sei? Non certo un villanzone”. Uomo di mondo, di nuovo Ulisse allunga la man sotto la veste e il nobile orzaiolo le titilla. Socchiude gli occhi Arete e deglutisce. Dice il romeo parole alate: “Sono quel famoso dai centomila colpi. L’eroe della durata. Sono Ulisse”. “Prendi congedo, figlia mia” dice la mamma. “L’ospite sta per raccontare cose che non sono per orecchie caste”. Con un sottil sorriso Nausica s’allontana, poscia ritorna di nascosto e dietro il trono si mette a origliare.
Una coppa a Ulisse porge Alcinoo di nettare vermiglio che la favella accende. Il mesce dandogli le spalle; la moglie gli strofina per la terza volta Ulisse. Ingollato il liquor, novella il Laerziade: “Caduta Ilio per un’astuzia da me concepita, serenamente tornavo a casa con i miei compagni, le mie molte conquiste rimembrando. La bella Elena, una notte, lasciò Paride per avvantaggiarsi del mio divin augello. Anche Briseide, cara ad Achille, per lo stesso motivo nella mia tenda venne: di questo s’infuriò il Pelide. In gran numero le prigioniere fenice alla mia branda s’accalcavano; e le dee, una dopo l’altra, pure. Anche Cassandra, l’indovina, il chiton vezzoso apriva ognor offrendomi i suoi splendidi tesori. Dovessi raccontarti tutte queste gesta, o regina, ci metterei degli anni. Lasciamone l’incarico ai poeti”. (7. Continua)
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