PornOdissea – Sull’isola di Circe approdammo e i miei uomini vollero esplorarla
- Postato il 7 agosto 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Naufragato sull’isola dei Feaci, Ulisse ha raccontato alla regina e al re le sue orge con la moglie e con le figlie di Eolo e la fuga dalle femmine giganti di Lestrigonia.
PornOdissea. ULISSE: “Sull’isola Eéa approdammo ove Circe, maga terribil, avea soggiorno. Ogni notte col suo cane si trastulla, alano dalla verga immane. Due giorni sul lido giacemmo, il cor del pari la stanchezza rodendoci e la doglia. Al terzo dì, sorta del mattin la rosea figlia, i compagni raccolsi a parlamento: ‘Amici, da qui nulla si vede. Dove cazzo siamo? Su che terra? Cosa c’è dietro quell’ermo colle, e quella siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude?’. In due schiere uguali dunque li divisi: a scolta della nave una, l’altra con me a esplorar l’isola volli. S’opposer: ‘No, Ulisse. Troppe volte la tua verga dove non dovevi hai già ficcato: non ci meritiamo le sfortune che procura. Una volta tanto, all’avventura manda noi soli. Resta tu alla nave’. Pur scocciato, accondiscesi.
In via si pose Euriloco con ventidue compagni. Li salutai. Seduto a riva, Calipso rimembravo e la sua figa sublime, la noia vincendo. Ad essi tosto la magion s’offerse di Circe, edificata con lucenti pietre; lupi e leoni, ch’ella mansuefatti avea con sue bevande, stavano a guardia del palagio eccelso. V’erano anche scimmie, tori, muli: uomini un tempo, or dalla nefanda dea trasmutati. A Circe voce mandaron; e da sotto un caval, dov’era, Circe levossi, e aprì le luminose porte.
Statuaria, scapigliata, gli occhi stanchi di piacere, era stupenda nel suo peplo che, madido e aderente, ogni ben di dio mostrava. I piedi nudi, bellissimi, in piatti sandali d’or eran cinghiati. Con mano morbida le poppe opime reggea, ammaliatrice, come se ne avessero bisogno. I miei uomini gagliardi rimirava, col lubrico ciglio i turgidi pacchi soppesando. Lanciato un uncinante sguardo si voltò, e sollevato il peplo mostrò loro il culo prodigioso, facendo lor cenno di seguirla. Disse Polite, dei miei il più fidato: ‘Minchia, che gnocca! Trombiamocela noi, pria che giunga Ulisse. Da Eolo s’è goduto il meglio lasciando a noi le serve. Si faccia lui le pippe sulla nave, stavolta. Gustiamoci la dea!’ In gruppo la seguian tutti incautamente, salvo Euriloco, che fuor, di qualche inganno sospettando, restò. Sovra splendidi seggi quella li pose, esizial succo a lor mescendo perché con questo della patria l’oblio ciascun sorbisse.
Come pria di ber addolcir suolsi con miel l’orlo della coppa, così Circe il labbro d’ogni calice sfregò alla sua fessa, onde vieppiù eccitarli. Vuotato dai meschini il nappo, a mulinar le loro brache presero, quasi guizzanti anguille racchiudessero. Freneticamente i loro lacci sciolsero, ma Circe batteali d’una verga dicendo: ‘Folli! Credete di potermi soddisfare con quei rosei pisellini? Sono una dea! D’instancabili somari abbisogno dal poderoso arnese. Tai vi farò’. Così dispose e in vile stalla chiudeali: avean d’asino testa, corpo, setole, raglio, e d’elefante il sesso. Venne rapido Euriloco alla nave, gonfi di pianto i lumi, l’alma percorsa da violento duolo. L’interrogammo: l’eccidio dei compagni con rotta voce narrò. Supplici gridò parole alate: ‘Fuggiamo senza indugio e la vicina Parca schiviam, finché schivarla è dato’.
Severa necessità mi strinse: dovevo posseder quella strafiga! Alle mie spalle l’acuta spada appesi e l’arco, e a tergo la nave mi lasciai e il mare. Già all’alta casa della maga possente ero dappresso quando Ermes, il dio onanista che sempre su Calipso si masturba, in forma di garzon mi venne incontro e per la man mi prese, dalle brachette cavatasi l’appiccicosa sua. ‘M-misero!’ con voce amica disse. ‘P-perché ignaro de’ lochi e t-tutto solo muovi così per qu-queste b-balze a caso? Sono in p-poter di Circe i tuoi compagni, e li chiudon, q-qual somari, anguste stalle. M-ma voglio p-porti in salvo. Q-questo m-mirabil f-farmaco p-prendi, e con esso il t-tetto di Circe trova. Esizial p-pozione, di sortilegio infusa, c-colei t’appresterà: ma le sue t-tazze contra il farmaco mio n-nulla varranno. Come t-te la dea p-percosso avrà d’una sua lunga verga, t-tu cava il tuo cazzon egregio e di trombarla in atto a lei t’avventa. Circe, compresa da t-timor, sue nozze t’offrirà p-pronta: non ricusarne il letto, acciò t-ti sciolga gli amici, e amica t-ti si renda. Ma sugli dei costringila a giurarti che p-più non ti m-macchinerà a danno, onde, spogliato, del cor la f-forza non ti spogli ancora’.
Porsemi quindi il farmaco: un suo pelo di pube ratto divelto. Qual coda di verro era ritorto. Bianco alla radice, d’oro alla punta, alla mano mortal resiste che volesse staccarlo; al dio cede. Sul giuramento degli dei, lumi ulteriori chiesi. Rispose: ‘Q-quando a letto gemerà dicendo -Ancora! Ancora!-, oppur -Mettimi incinta!-, oppur -Sono la tua stronza!-, allor strizzandole le c-chiappe le imporrai il giuramento sacro. Indi la girerai e n-nell’altro speco qu-qual gabbiano dentro l’onde ti-ti tu-tufferai. Suggellerà t-tal atto il giuramento’. Ciò detto, da Circe volò il nume guardone, onde non perdersi la scena; ed io da Circe a piedi m’avviai”. (11. Continua)
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