PornOdissea – Così Ulisse incontra Telemaco, sfida Iro e arriva dai Proci
- Postato il 25 agosto 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Tornato a Itaca, Ulisse viene ospitato dal fedele Eumeo.
PornOdissea. Alfin dormirono l’inclito Eumeo e Ulisse, ma non un lungo sonno, ché in seggio a comparir d’oro la bella già non tardò ditirosata Aurora. Racceso il foco, leggero pasto allestian, quando nell’atrio Telemaco gli apparve. Balzò Eumeo stupefatto; andogli incontro, e il capo, gli occhi, le man baciogli; e un largo pianto di dolcezza sparse.
Credette Ulisse, nei fumi della sbronza, di riveder in lui Penelope, vestita da ragazzo, e addosso gli saltò, palpando dappertutto, il desiderio natural sbramando. Le mani all’inguine del figlio stese: incontanente le distolse e indietreggiò, sentendosi mancare. Se ne stupì Eumeo, ma ancor di più Telemaco, l’erede dalla verga promettente. Una pedata al bavoso mendicante diede.
TELEMACO: “Cazzo vuoi, vecchiaccio? Questo chi è?” EUMEO: “Un che da Creta viene. Molto ha bevuto, forse il licor non regge”. Invocò Atena lo smarrito Ulisse. Tosto ne riebbe la polita veste e il fiero aspetto: la barba scura, i muscoli abbronzati, il pacco ridondante. Ne sbalordì il figlio: d’esser a un dio di fronte gli parea. Ma in un’occhiata lo riconobbe Eumeo. EUMEO: “Quello per cui tante soffri nella tua fresca età sciagure, ed onte, ragazzo, è codesto. È il padre tuo: è Ulisse!“. ULISSE: “Un altro Ulisse aspetteresti indarno, Telemaco”.
Il figlio allor del genitore s’abbandonò sul collo, in lagrime scoppiando ed in singhiozzi. Baciò suo figlio Ulisse, e al pianto, che dentro gli occhi avea sin qui costantemente ritenuto, l’uscita aperse. Eumeo pure piagnea, strignendo entrambi, e Ulisse similmente lui baciò sul capo. Delle lor grida miseramente sonava la topaia. TELEMACO: “Qual nave, padre, qua ti condusse? Quai nocchieri? Certo in Itaca il piè non ti portava”. ULISSE: “Per chi la recitiam, questa commedia? Già lo sanno i lettor: perché annoiarli? A te lo dirò dopo. Una gran fame m’è venuta, intanto; perciò buon appetito, facciamo colazion!”
Fresca dape ed abbondante il fido Eumeo sul desco impose: caffè, latte, fette biscottate, burro, miele, marmellate, succo di frutta, bacon, salsicce, un bue e uova strapazzate. Né fu pria repressa la fame lor, e la lor sete spenta, che in tai voci Ulisse i labbri apriva: ULISSE: “Su via, diletto figlio, contami quanti son ‘sti Proci malfattori”. TELEMACO: “Saranno un centinaio“. ULISSE: “Giudicar ti lascio se Atena a noi basti, e Zeus, o altri cercar, che ci aiuti, io deggia. Me, simile in vista a un dispregevole mendico, il fido Eumeo condurrà nella cittade. E se oltraggio mi verrà fatto tra le nostre mura, soffrilo, e lo sdegno affrena. Che tornato son non oda alcuno, Penelope neppure. Radunar le armi dovrem, piuttosto”.
TELEMACO: “Affilate saranno e perigliose”. ULISSE: “Ben detto, figlio mio! Eumeo, conducimi a palazzo. Dappresso mi starai mentre alla reggia, come pezzente, co’ Proci socializzo”. Così guidò il suo stesso re il porcaro fin alle porte di bronzo d’Itaca amena. Un vagheggino di sua moglie v’incontrò: Antinoo. A lui accanto il suo leccapiedi andava, Eurimaco, che ogni notte fino all’osso pensando alla regina si segava: sì dense di sborra eran le lenzuola che la cameriera le trovava inamidate. Eumeo a Ulisse drizzò queste parole: EUMEO: “Antinoo il fetenton s’appressa. È usanza sua l’assalir con aspri detti chi non l’offende, e incitar a dargli addosso gli altri”.
Come scorse l’accattone, infatti, montò in furia il prence: ANTINOO: “Perché costui guidasti alla città, porcaio? Ci mancan forse vagabondi infesti, delle mense flagello?” E a Ulisse, torve a lui fissando le pupille: “Via di qua, lurido mendico dalla verga lisa, se in testa non vuoi che ti tiri ‘sto sgabello!” ULISSE: “Prego?” ANTINOO: “Vedi d’annattene, pitocco miserabile!” ULISSE: “Ma dici a me? Con chi stai parlando? Dici a me? Eh, non ci sono che io, qui. Di’, ma con chi credi di parlare tu?” Tirogli allor con forza Antinoo lo sgabello, d’un cotal suo riso sardonico ridendo.
L’inconcusso eroe sfuggillo, repentino, il capo declinando alquanto. Percosso fu un barbon che, poco lunge, al sol dormia: Iro era, un noto vagabondo; gigante a vederlo, ancor che poco di forza e cor in sì gran corpo fosse. Levossi, d’ira acceso, e Ulisse mordea co’ detti: IRO: “Smamma, vecchio, o alle prese con te vegno!” Mite guatollo Ulisse: ULISSE: “In opra non t’offendo, o in voce, né doni t’invidio. Non essere egoista: dispensator delle ricchezze all’uom sono i Celesti. Inoltre questo posto non è tuo!”
IRO: “Infimo straccione! Qual vecchia troia favelli che sulla via contratta! Bada: se queste man ti pongo addosso, tutti dalle mascelle, come a ingordo porco entrato fra le biade, i denti rompo”. Chiamò tosto i compagni Antinoo. ANTINOO: “Si bisticciano un vegliardo e Iro. Venite a godervi lo spettacolo! Chi vince, che d’ogni nostro convito a parte sia propongo!” Ciò piacque a tutti. S’alzaron dalla mensa a scrocco i Proci, nelle risa dando, e ai due straccioni s’affollaro intorno.
Levossi Ulisse i cenci. Ne vide i lati omeri, il gran petto, le robuste braccia e la verga impressionante Iro. I Proci restarono di stucco. Dicean: CORO: “Si mette mal per Iro. Guarda che deltoidi e che addominali ha il vecchio!” Impallidì, tutto tremante, Iro. ANTINOO: “Gradasso scalzacan d’un Iro! Quell’orco di re Echeto meriti, che l’orecchie ti mozza, e il naso, e il casso, per darli in pasto al suo molosso”. Spiegò agli astanti Eurimaco: “Sarebbe ‘cazzo’, ma voleva l’assonanza con ‘molosso'”.
Condussero nel mezzo Iro i prenci. Si lambiccava Ulisse se l’alma con un pugno torgli dovesse, o sol k.o. metterlo, e non più, dovea. Pei fondelli di prenderlo decide, onde celarsi ancora. Sorridente gli s’accosta e, quando l’altro gli si lancia contro, a ballar un valzer lo costrigne. Poscia un dito su per il cul gl’infila e, col braccio sollevatolo di peso, come una trottola con l’altro all’indice attorno se lo gira.
A quella vista, scoppian dalle risa i pretendenti. Poco dopo implorava pietà, umiliato, lo scemo: lo lasciò cader a terra Ulisse con gran tonfo. L’un de’ piedi afferratogli, sin al portico il trae, e col dosso al mur l’appoggia, dicendo: ULISSE: “Sta’ qua, testa di casso! Sarebbe ‘cazzo’, ma volevo l’assonanza con ‘molosso'”. Rientraron con dolce riso in su le labbra i Proci.
“Dentro mettiti adunque: io rimarrommi”: a Eumeo così ordinava Ulisse quando Argo, il cane suo d’un tempo, che alle porte innanzi corcato stava, di turpi zecche pien, mosse la coda festeggiando; drizzò l’orecchie, ratto abbassolle; e, uggiolando, gli occhi nel sonno della morte chiuse, avendo ritrovato il suo padron dopo vent’anni. Non se ne avvide Ulisse. (20. Continua)
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