PornOdissea – Così i compagni di Ulisse muoiono dopo l’incontro con le figlie del Sole
- Postato il 18 agosto 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Superate nuove insidie (Sirene, Scilla, Cariddi), Ulisse e i compagni approdano all’isola delle figlie del Sole.
PornOdissea. ULISSE: “Incantata era quell’isola e nessun l’ha mai trovata. Piano ne parlano i marinai con timor superstizioso: ‘Seconda stella a destra, questo è il cammino, e poi diritto fino al mattino’. Montagne verdi mi ricordo e le corse di ragazze dal caschetto d’oro. Le miravam da poppa, sbalorditi: non solo eran leggiadre, avevano il pisello! Copulavano ognor vicendevolmente, sborrando sotto querce e tamerici.
Abbronzatissime, figlie eran del Sole; e solo al dio di cui rallegra ogni vivente il raggio era permesso il tocco. Gli avvisi allor mi si svegliaron in mente del teban vate. Dissi alla ciurma: ‘Compagni, per quanto grande sia la vostra voglia, udite la sentenza di Tiresia: schivar dobbiamo l’isola del Sole. Lasciarla indietro ci convien, d’altre sciagure a scanso’.
Ma a molestarmi non tardava mio cognato, Euriloco, dicendo: EURILOCO: ‘Sempre la stessa storia: l’approdo a noi contendi ed il ristoro. Le pisellate puelle forse temi, Ulisse dai diecimila colpi? Guardale: ti sembran perigliose? Circe la perfida non son di certo, bensì fanciulle che attendon marinai per il sollazzo. Fanciulle col cazzo! Andiamo, amici: facciamoci quei bocconcini. Tosto sarem dalle consorti, a casa: molto saran cambiate in questi anni e i seni avranno come rinsecchite prugne! Quelle ragazze, invece, quanto sono fresche! Cos’aspettiamo? A sorvegliar la nave resti il capo!’.
Questa favella accolsero i compagni con l’applauso. La richiesta dunque ponderai e dissi: ULISSE: ‘Va bene, andate pure, ma al primo segno che qualcosa puzza, ratto tornate. Una sveltina e basta. Io resto qua a sorvegliar la nave’. Esultarono i compagni e, sanza aspettar l’ormeggio, in acqua si tuffarono vestiti, ché forte li rodea l’importuna fame. Vedendoli arrivare, le figlie del Sol si levarono sorprese. Erano nude, il boschetto come i capelli biondo: gran novità, perché le donne d’Itaca il pelo negro tengon, scevre di cazzo inoltre.
Bisbigliavano, ridevano tra loro, sulla battigia in fulgida schiera avanzando. Il primo dei miei che ne raggiunse una, ai suoi piedi cadde e li baciava. Il secondo s’inginocchiò dinanzi a un’altra, ciucciandole la nerchia; un terzo, il sen di quella accanto, opimo. L’ultimo il bronzeo cul di una espugnò, mentre da tergo espugnava lui una ragazzona. Ah, quanti gemiti amorosi portava alle mie orecchie il vento! A prua assiso, la scena mi godea qual spettatore in lupanar, smanacciandomi la verga. Dopo un po’ percossi ambo le palme, rampognando.
ULISSE: ‘Andiamo! Mo basta. Sbrigatevi e finite. Tornate alla nave. Tempo da perder non abbiamo’. Ubbidienti, lasciaron le ragazze sospirose. Solo un non cessava, ingordo, qual leprotto che da secoli non scopa: il cognato. ‘Eddai, Euriloco!’ gli urlai. ‘Spicciati!’ S’affrettò, eiaculando insiem con la ragazza. Dunque ordinai: ULISSE: ‘Issate le vele e alle leggere non pensate più ! Forza’.
Alla nave, supplici, correan quelle, punte dal bisogno; i miei uomini esortai, ché turbati non fosser dalle puelle. Quindi salpammo, ma uno stridulo Ponente, imperversando, venne di contra, e ruppe con tremenda buffa le due funi dell’albero maestro, che a poppa cadde; e, in uno, antenne, vele e sartie nella sentina scesero. All’antro di uno scoglio, remando, riparammo. Sin al naviglio nuotaron le viziose. Con altri Euriloco si sporse, onde tirarle a bordo.
‘Fermi!’ gridai. ‘Quest’orribile tempesta non vi basta? Guadagnarvi volete quant’altre punizioni, quanta miseria? Un dio possiede quelle creature, il Sol che vede e sente tutto!’ Per un intero mese l’impetuoso vento l’uscita ci negò. Alla barca nuotavan implorando quotidianamente le cazzute fighe. Di non ascoltarle benché avessi disposto, di tanto in tanto qualcuna veniva a bordo tratta. Furono punite: il morbo le assalì di uno dei compagni, già sfiorato da un tentacolo di Scilla; né guari andò che appestate erano tutte.
In grande ira montato, ai Numi si volse il Sole e disse: SOLE: ‘Zeus, degl’immortali padre, paghino il fio del Laerziade Ulisse i rei compagni, che le mie figlie osarono trombar, morbandole. Della lor vista, o ch’io per la stellata volta salissi, o discendessi, nuovo diletto ciascun dì prendea il mio core. Colpa, e pena in lor sia d’una misura, o calerò nella magion di Pluto illuminando a giorno il popol morto’.
Rispose Zeus nimbifero: ‘Continua a risplendere tra gl’immortali, Sole, e sull’alma terra. Io sanza indugio d’un sol tocco del fulmine affocato il lor naviglio sfracellerò del negro mar nel seno’. Ancor sei giorni si giovaron delle ganze i peccatori. Strani prodigi intanto a noi mostravano gli dei: muggian le chiappe vulnerate ed i piselli. Impauriti, salpammo incontanente, ma improvviso un uragano addosso ci venne.
Zeus, che tonato avea più volte, scagliò il fulmine suo contra la nave, che si girò riempiendosi di zolfo: fuor ne cascaron i compagni, e ad essa intorno le onde tumultuose, quai corvi, li portavan; così il ritorno togliea loro il dio, e la vita. A un relitto avvinto, per nove giorni i venti mi sospinsero, la decima notte sul lido gettandomi dell’isola ove Calipso alberga, che raccoglieami amica, e in molte guise mi confortò, come ho già detto”. (16. Continua)
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