PornOdissea – Approda Ulisse dai Feaci e la dea Atena istruisce Nausicaa
- Postato il 29 luglio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Invidioso del pene di Ulisse, Poseidone solleva marosi per farlo naufragare contro le scogliere di Scheria, l’isola dei Feaci.
PornOdissea. Sulle rocce della costa il mar s’inerpica in tumulto. Non vede approdi Ulisse. Dietro è il mare senza fondo; innanzi, smisurata, la verga gli torreggia. Invano per ridurla alla misura i fianchi ne tempesta di cazzotti. Prossima è la sponda. Contro un aspro scoglio una mostruosa onda lo scaglia. L’ossa si rompe? No, Atena l’istruisce: “Volgiti e qual timon usa la verga immane!” Contro i flutti vorticosi governa il Laerziade, si tien lungo la costa, guardando se alle spalle c’è uno scalo. Alla foce d’un rio alfin s’accosta, di rocce sgombra e dai venti al riparo. Muove alla riva. Nella molle sabbia il gigantesco rostro affonda. Carponi Ulisse si trascina, sulla declive rena indi stramazza.
Le membra ha dolenti e tumefatte. Il mar gli è entrato in bocca e nelle nari, e nel piccol foro del pisello pure. Senza respiro giace o voce, quasi senza vita. Ma come al sole del mattino la neve notturna caduta sull’Olimpo si discioglie, così il suo cazzone colossale si ritira. Ritornano le forze al nostro eroe: la terra bacia qual pube di donna e fra le canne aguzze dell’argine s’occulta. Geme sommesso: “Dovrò soffrire ancora? Quando finirà questo tormento?” Un letto di foglie s’appronta per la notte, della cui vista gode, immaginando i letti che verranno; vi si distende e tutto il corpo ricopre delle fronde. O meglio, quasi tutto: il pisello diritto fuor ne spunta. Ci mette sopra un sasso. Gli chiude gli occhi Atena e un letargo soave gli concede.
Mentre sepolto in un profondo sonno colà posa il travagliato Ulisse, Atena al popol de’ Feaci e all’alta lor città s’avvia, sino alla reggia e alla bella stanza dove Nausicaa, di re Alcinoo figlia, dorme. Qual dea graziosa e fine è la ragazza, ma dell’amor è ignara. Piccoli sono i seni e paiono limoni: solo il nero piumetto tra le gambe dalle sorelle minori la distingue. Come un alito di vento, plana al capezzale suo la dea. Ha preso le sembianze della sua migliore amica, la figlia di Dimante, Edna dalle grandi tette. Le leva coltri e peplo, al suo fianco nuda si stende, poscia la desta. Dice Nausicaa: “Sei tu, morbida amica? L’alito tuo com’è fresco e dolce! Che ci fai qui, nel letto mio?” Con la voce di Edna replica Atena: “Voglio insegnarti una cosa, mia diletta. Guarda”. Le proprie gambe allarga. Tra quei divini fusi vede Nausicaa la vulva maestosa che per Ulisse più volte s’è bagnata. La inanellan riccioli, alcuni umidi qual giunchi di fiume, altri lievi qual fugaci nembi. Nausicaa esclama: “Oh, meraviglia! Com’è diversa la tua figa dalla mia: è luminosa! E come pulsa! Lascia che le dia un bacetto”. “Accomodati pure. Il suo sapore eccita, afferma mia cugina che ne è ghiotta”. Prova Nausicaa, il favor ricambia Atena ancora e ancora. NAUSICAA: “Che bel gioco! Mio padre Alcinoo non me ne ha mai parlato! E neppur mia madre Arete!”.
Sullo stomaco si gira e piange, l’infelice puella, nel cuscino. I sodi glutei espone che paion due conchiglie. L’astuta Atena dice: “E’ tempo ormai che stappi, amica mia, il tuo buchetto intatto. Ascoltami. Un eroe attende presso il rio. Il suo organo è enorme, sommo nel resistere: l’intera notte regge e gioie eccelse alle donne dona. Si chiama Ulisse e conosce mille trucchi. Vai con le ancelle a lavare i panni al fiume, questo il pretesto. Là lo troverai”. Al sonno torna la ragazza, torna all’Olimpo Atena, dove dicon che gli dei, lontani da ogni affanno, in pace scopano ridendo dei mortali. Aurora dalle dita di rosa alla sopita vergine apre i lumi. Scossa dal sogno, balza la ragazza dal giaciglio: di corsa il palazzo attraversa e nell’alcova dei genitori irrompe. Trova la madre che con foga papà sta cavalcando e con nitriti, o almen le pare: all’istante entrambi son sotto le coltri e ronfano ostentatamente. “Sto ancor sognando?” Nausicaa si domanda. Finge la madre il risveglio, le gote in fiamme, e le chiede: “Che c’è, tesoro? Perché quest’irruzione sorprendente?” “E’ una bella giornata. Vado con le ancelle al fiume. Laveremo le lenzuola: ce ne sono di sporchissime!” “Sì, brava: va’”.
Monta sul cocchio la ragazza, le briglie stringe e le terga sferza dei quadrupedi robusti, che imbizzarriti si scapicollan, col carro gravido d’ancelle, panni, cibo, vino e olio, all’argentino fiume. Tosto che vi sono, nell’onda che nereggia purgan le ragazze le lenzuola; e al sol, allegre, le stendono sul lido. Poi nude fanno il bagno nel lavacro: more, bionde e rosse, ridono scherzando fra le onde. Destan le loro grida Ulisse. ULISSE: “Dove mi trovo? Fra che genti? Sono grida di ragazze, queste? Diamo un’occhiata”. (5. Continua)
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