Perché l’intelligenza artificiale è la public utility del futuro. L’analisi di Cerra
- Postato il 21 luglio 2026
- Economia
- Di Formiche
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Generazione sintesi AI in corso…
Un decimale può pesare quanto una generazione. Quello italiano si chiama 0,3 per cento: la crescita media annua della produttività del lavoro tra il 1995 e il 2024, certificata dall’Istat nelle serie diffuse a dicembre. Nell’ultimo decennio la Ue27 è avanzata dell’1,1 per cento l’anno, quasi quattro volte il nostro passo, e il 2024 si è chiuso con un altro segno meno: -1,9. Su questo sfondo arriva l’intelligenza artificiale. Nelle Considerazioni finali del 29 maggio il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha messo in fila i due scenari: 0,2 punti l’anno se l’adozione resta lenta, oltre un punto se diventa rapida e pervasiva. Per un Paese fermo allo 0,3 da trent’anni, la distanza tra quei due scenari vale un decennio di crescita.
Chi guarda alla velocità ha argomenti seri. Nel 2025, secondo l’Istat, il 16,4 per cento delle imprese italiane con almeno dieci addetti utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale; un anno prima era l’8,2. Un raddoppio in dodici mesi, il ritmo più alto mai registrato, mentre la media europea si ferma al 20 e la Danimarca tocca il 42. Il ritardo esiste, la distanza si sta chiudendo.
Il punto è la forma di quel 16,4.
Dentro convivono due Italie: usa l’intelligenza artificiale il 53 per cento delle grandi imprese e il 16 delle piccole e medie. L’adozione ha preso la forma della nostra struttura produttiva, e ne eredita i limiti dimensionali. Al Centro Economia Digitale misuriamo questa asimmetria da anni; l’ultimo rapporto, High-Tech Economy, la fotografa con un paradosso: il 70,9 per cento della ricerca e sviluppo privata italiana si concentra in settori high-tech che pesano appena il 10,9 per cento del valore aggiunto. Lo sforzo innovativo c’è, ed è ben orientato; è il perimetro che lo ospita a essere stretto. E il perimetro decide molto: nell’Unione europea un’unità di valore aggiunto high-tech genera 3,9 unità di Pil in tre anni, una low-tech si ferma a 1,28. Tre volte tanto. Il gap con Germania e Francia si chiama scala: delle imprese che adottano, dei settori che trainano; e di un mercato dei capitali che ancora non finanzia il salto.
Da qui tre riforme, nessuna delle quali chiede risorse che non esistano già. Chiedono direzione. La prima fa dell’adozione la politica industriale: il punto di produttività promesso da quelle stime vale solo se la tecnologia permea l’intero sistema, piccole imprese comprese. Significa spostare il baricentro degli incentivi dall’acquisto di macchinari all’integrazione dell’IA nei processi, usare la domanda pubblica come primo cliente e puntare su modelli verticali addestrati sulle filiere in cui siamo forti, dalla meccanica avanzata al Made in Italy. La seconda riguarda le competenze: tra le imprese europee che hanno valutato l’IA senza adottarla, sette su dieci indicano come prima barriera la loro mancanza, e il divario tra il 53 e il 16 è organizzativo prima che tecnologico. Ogni euro pubblico che compra una tecnologia dovrebbe comprare anche le ore di chi imparerà a usarla.
La terza riforma è istituzionale, ed è la condizione delle altre due: dare all’economia dell’intelligenza artificiale una sede. Lo scorso 8 giugno il Regno Unito ha creato l’AI Economics Institute, primo centro pubblico dedicato agli effetti economici dell’IA, che mette allo stesso tavolo sindacati, ricercatori e i principali sviluppatori di modelli. L’Italia sulla carta parte avvantaggiata: una legge sull’intelligenza artificiale, la 132 del 2025; una legge sulla partecipazione dei lavoratori, la 76 dello stesso anno, che ha già insediato al Cnel la Commissione nazionale permanente; due autorità e fino a un miliardo di risorse dedicate. Manca il ponte: il luogo dove misurare gli effetti dell’IA su produttività, occupazione e salari, e trasformare quei numeri in contrattazione. Il 13 luglio, sul Foglio, con il presidente del Cnel Renato Brunetta abbiamo proposto di costruirlo: un Comitato per l’economia dell’intelligenza artificiale presso il Cnel, l’organo che l’articolo 99 della Costituzione tiene pronto dal 1948, con iniziativa legislativa e rappresentanza delle categorie produttive. E, alla scala superiore, una sede europea sul modello di Cern ed Esa: una convenzione tra Stati, fuori dai Trattati, per produrre l’evidenza che nessun Paese raggiunge da solo.
L’insistenza sulla misurazione ha un nome. Dopo il populismo nato dalla globalizzazione e quello alimentato dall’immigrazione, il terzo prenderà di mira la tecnologia; attecchisce dove la produttività riparte e i salari no, dove i benefici si concentrano e i costi si diffondono. Prevengono le istituzioni che misurano e la contrattazione che redistribuisce, assai più di qualunque campagna di rassicurazione.
Resta la domanda scomoda: possiamo limitarci ad adottare, lasciando ad altri l’infrastruttura? Circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale è nelle mani di cinque grandi aziende statunitensi, ha ricordato Panetta nello stesso discorso; il rapporto Draghi del settembre 2024 stima che oltre l’80 per cento di prodotti, servizi e infrastrutture digitali europei arrivi da fornitori esterni al continente. Giugno ha presentato il conto: il 25 il Consiglio dell’Unione ha dato il via libera definitivo all’accordo commerciale con gli Stati Uniti, quello del tetto al 15 per cento sui dazi; ventiquattr’ore dopo il presidente americano ha minacciato tariffe al 100 per cento contro qualunque Paese tassi le piattaforme digitali, precisando che prevarrebbero su ogni intesa firmata. L’arma tariffaria, che colpisce i beni, impiegata per blindare i servizi. Chi domina il calcolo può imporre un prezzo a chi prova a regolarlo.
Autonomia, dunque, senza il riflesso autarchico che sarebbe la via più rapida per impoverirci. Nel rapporto Coopetizione abbiamo documentato una crescita del 159 per cento, tra il 2003 e il 2022, dei brevetti sviluppati in collaborazione tra concorrenti diretti: alla frontiera si compete e si coopera nello stesso tempo, e vale per le imprese come per gli Stati. Nessuno propone di spegnere le piattaforme; proponiamo che l’Europa sia in condizione di scegliere. Una direzione esiste già. Con EuroHPC l’Europa ha selezionato 19 AI Factory, e una delle prime, IT4LIA, è a Bologna: avviata nel settembre 2025 con il coordinamento di Cineca e circa 420 milioni di investimento in parti uguali tra Roma e Bruxelles, con supporto gratuito per PMI e startup e il supercomputer dedicato, aggiudicato in aprile, in arrivo al Tecnopolo. Dentro l’iniziativa InvestAI da 200 miliardi, 20 sono destinati alle gigafactory dell’IA, fino a cinque impianti da oltre centomila processori avanzati; il bando ufficiale è atteso da EuroHPC quest’estate, e l’Italia è in campo con un consorzio industriale nazionale. L’obiettivo, più che inseguire i giganti americani sui modelli di frontiera, è rendere contendibile l’accesso al calcolo: i sistemi proprietari funzionano come un ristorante esclusivo, dove si entra pagando il conto e accettando il menu di chi lo gestisce; il calcolo contendibile somiglia a una cucina comune, dove ognuno porta le proprie ricette e paga soltanto i fornelli che accende.
Un secolo fa la politica si chiese chi dovesse possedere l’officina del gas e la rete elettrica: la legge Giolitti del 1903 sulle municipalizzate e l’Enel del 1962 furono la risposta. Ernesto Rossi, nei Padroni del vapore, attaccava la rendita che nasce quando il mercato smette di essere contendibile, risparmiando l’industria. L’input che entra nel costo di tutti gli altri allora era la corrente; oggi si chiama intelligenza, e la centrale che la genera si chiama calcolo. L’intelligenza artificiale è la public utility del futuro.
Torno al numero di partenza. Trent’anni allo 0,3 significano anche che nessuna grande economia europea ha davanti un margine di recupero ampio quanto il nostro, e per la prima volta in una generazione esiste una tecnologia capace di aggredirlo. L’adozione, le competenze, una sede per governarne gli effetti: si parte con gli strumenti che già ci sono, a cominciare da un articolo della Costituzione fermo lì dal 1948. La trasformazione arriverà comunque; ciò che decidiamo noi è se l’Italia la attraversa da spettatrice o da azionista. Il costo del non scegliere, per una volta, ha già una misura ufficiale: quello 0,3.