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Perché Keynes aveva ragione, ma non ha mai vinto

  • Postato il 21 aprile 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
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  • 4 min di lettura
Perché Keynes aveva ragione, ma non ha mai vinto

di Rocco Ciarmoli

Il 21 aprile del 1946 moriva John Maynard Keynes. Aveva sessantadue anni e la sensazione di aver perso la partita decisiva. A Bretton Woods aveva provato a immaginare un ordine monetario capace di contenere gli squilibri tra paesi prima che diventassero crisi sistemiche; ne uscì un compromesso dominato dal dollaro. Tornò in Inghilterra stremato e poche settimane dopo il cuore cedette.

Ottant’anni dopo la domanda non è celebrativa. È scomoda. Che cosa vedrebbe oggi Keynes, di fronte a un capitalismo finanziarizzato che accumula ricchezza senza trasformarla in stabilità? Vedrebbe nell’Europa una contraddizione enorme: una massa ingente di risparmio che non diventa investimento, non per mancanza di risorse ma per carenza di aspettative. Il risparmio, spiegava, non si trasforma automaticamente in investimento; dipende dal futuro che gli attori economici immaginano. Quando quel futuro si oscura tra tensioni geopolitiche, transizione energetica e rivoluzione tecnologica, gli “animal spirits” si ritirano, non per irrazionalità ma per difesa.

Vedrebbe il Patto di Stabilità come la ripetizione dell’errore già diagnosticato a Versailles: imporre disciplina a economie stagnanti significa comprimere ulteriormente la domanda. Spingerebbe per un deficit spending coordinato a livello europeo, perché la frammentazione fiscale dell’Eurozona è parte del problema, non della soluzione. Sul piano internazionale riconoscerebbe una tensione familiare: il sistema centrato sul dollaro mostra crepe, i BRICS cercano alternative. Non è la realizzazione del suo progetto, ma il riemergere della stessa domanda che lo aveva guidato: come evitare che gli squilibri tra paesi diventino instabilità globale.

Vedrebbe nell’intelligenza artificiale la versione contemporanea dell’automazione industriale degli anni Trenta. Nel 1930 scriveva che la crescita della produttività avrebbe reso possibile una drastica riduzione del tempo di lavoro. La produttività è cresciuta, l’automazione oggi investe anche il lavoro cognitivo, eppure continuiamo a lavorare quaranta ore perché i benefici sono stati distribuiti in modo asimmetrico. Non era una profezia sbagliata, ma una conseguenza evitata. Se le macchine producono di più con meno lavoro umano, o si redistribuisce il lavoro e il reddito oppure si comprime la domanda e il sistema si indebolisce. Non è ideologia. È aritmetica.

Vedrebbe anche un equivoco diffuso. Il ritorno di politiche commerciali aggressive incarnate da Trump viene letto come neo-keynesismo. Non lo è. Keynes non era un teorico della chiusura ma dell’equilibrio. Il suo obiettivo non era proteggere il mercato interno per accumulare surplus, ma impedire che gli squilibri tra paesi diventassero crisi. La differenza non è semantica. È sistemica.

La lezione più attuale di Keynes non riguarda una singola misura, ma un metodo: guardare i fatti senza pregiudizi, riconoscere i fallimenti del mercato, intervenire in modo proporzionato. In un’epoca in cui la politica economica oscilla tra austerità automatica e spesa senza strategia quel metodo appare quasi rivoluzionario.

Il punto allora non è chiedersi se Keynes avesse ragione. Le idee necessarie sono sul tavolo da decenni. Il punto è capire perché non vengano applicate. La risposta è meno teorica di quanto si vorrebbe: perché applicarle implica redistribuire potere. A Bretton Woods il suo progetto fu accantonato non per un errore analitico, ma perché gli Stati Uniti non avevano interesse a rinunciare al privilegio del dollaro. La riduzione del tempo di lavoro non si è realizzata perché chi ha beneficiato dei guadagni di produttività non aveva incentivo a condividerli. Ogni volta che la diagnosi era corretta, la cura è stata volutamente sbagliata.

Keynes non ha perso contro un errore teorico. Ha perso contro un equilibrio di potere. E gli equilibri di potere, a differenza delle idee, non cambiano da soli.​​​​​​​​​​​​​​​​

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Il Fatto Quotidiano

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