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Orio al Serio, +65% di voli in 10 anni ed emissioni invariate? Le mie domande ad Ats

  • Postato il 4 agosto 2026
  • Ambiente
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Orio al Serio, +65% di voli in 10 anni ed emissioni invariate? Le mie domande ad Ats

ATS Bergamo ha presentato il 30 luglio i risultati conclusivi dello Studio epidemiologico sullo stato di salute dei residenti nell’area attorno al sedime dell’aeroporto di Orio al Serio. Secondo ATS, il quadro generale risulta sostanzialmente sovrapponibile a quello rilevato nel 2015: non emergerebbero criticità riconducibili all’attività aeroportuale, pur permanendo un disturbo dovuto all’esternalità acustica. Di fronte a queste conclusioni, stupisce – e ci si chiede come sia possibile – che, a distanza di dieci anni, il quadro sanitario risulti invariato nonostante l’enorme crescita dello scalo.

Nel 2015 l’aeroporto registrava una media di circa 28.200 passeggeri e 204 movimenti aerei al giorno; nel 2025 si è passati a circa 46.400 passeggeri e 337 movimenti giornalieri. In dieci anni Orio al Serio ha registrato un numero di 6.632.818 passeggeri (+64,4%), 48.637 movimenti aerei (+65,3%) e 15.364 tonnellate di merci (+12,7%). Se il traffico aeroportuale è aumentato di quasi due terzi, è lecito domandarsi se siano rimaste invariate anche le emissioni inquinanti, l’esposizione della popolazione e i conseguenti rischi sanitari nei territori più prossimi allo scalo. Il comunicato di ATS, tuttavia, non fornisce dati dettagliati sulle emissioni né chiarisce in che misura l’incremento delle attività aeroportuali abbia inciso sulla qualità dell’aria.

A crescere non è stato soltanto il traffico aereo. Nel 2015 attorno all’aeroporto gravitavano quotidianamente circa 6-7 mila automobili; oggi si stimano tra le 10 e le 12 mila, con punte superiori alle 13 mila nei periodi di maggiore affluenza. Il peso della mobilità privata generata dallo scalo è aumentato di circa il 70%, con evidenti effetti sulla congestione, sull’inquinamento atmosferico e sul consumo di suolo. I parcheggi aeroportuali sono passati da circa 5.000 posti auto a oltre 8.000, mentre il territorio circostante continua a essere interessato da nuove infrastrutture e servizi connessi all’espansione dello scalo.

A mio avviso, anche prendendo atto del monitoraggio svolto da ATS, la conclusione secondo cui il quadro generale sarebbe sostanzialmente identico a quello del 2015 merita ulteriori approfondimenti e una maggiore trasparenza sui dati utilizzati. Se in dieci anni il numero di voli, passeggeri e veicoli è cresciuto di oltre il 60%, appare difficile sostenere che l’impatto complessivo sul territorio sia rimasto invariato.

Il rumore aeroportuale non può essere considerato un semplice elemento di disturbo da monitorare. L’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenzia da tempo le correlazioni tra esposizione cronica al rumore, disturbi del sonno, stress, patologie cardiovascolari e riduzione della qualità della vita. Trovo quindi necessario adottare il principio di precauzione, soprattutto alla luce degli ulteriori incrementi di traffico previsti dal Piano di sviluppo aeroportuale che sembra lontano dalle preoccupazioni dell’ente sanitario e dagli azionisti aeroportuali.

Sarebbe necessario che l’ATS rendesse pubblici tutti i dati relativi alle emissioni atmosferiche, agli indicatori sanitari e ai criteri metodologici utilizzati nello studio, affinché cittadini, amministrazioni locali e comunità scientifica possano valutare in maniera indipendente gli effetti di uno degli aeroporti a più alta crescita d’Europa. L’aeroporto di Orio al Serio punta infatti a raggiungere quota 23,5 milioni di passeggeri annui nei prossimi anni. Se già oggi, con quasi 17 milioni di viaggiatori, il territorio è sottoposto a una pressione ambientale senza precedenti, è doveroso chiedersi quali saranno gli effetti futuri su salute, mobilità, qualità dell’aria e vivibilità dei comuni limitrofi.

Prima di autorizzare ulteriori espansioni, occorre rispondere a una domanda semplice: è sostenibile continuare a far crescere uno degli aeroporti più densamente utilizzati d’Europa senza un corrispondente aumento delle tutele ambientali e sanitarie per i cittadini? Questa domanda attende ancora una risposta chiara.

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Autore
Il Fatto Quotidiano

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