Mozione regionale per un piano straordinario di biomonitoraggio sui PFAS
- Postato il 4 ottobre 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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Liguria. Hanno la consistenza invisibile di una formula da laboratorio ma la concretezza feroce dei fatti: i PFAS, ribattezzati non a caso “inquinanti eterni”, sono ormai al centro del dibattito politico e sanitario che scuote la Liguria, in particolare dopo il caso di Borgio Verezzi e della grave emergenza idrica che sta colpendo la popolazione e la comunità locale.
Non si spezzano, non si dissolvono, non perdonano. E la domanda che oggi la Rete Liguria Bene Comune pone con forza alla politica regionale è tanto semplice quanto spiazzante: come si fa a monitorare l’acqua per anni e a rifiutarsi di misurare quanto di quel veleno si sia accumulato nel sangue dei cittadini?
A spingere per un cambio di passo radicale è una proposta di mozione regionale appena resa pubblica, pensata per essere depositata in Consiglio. L’obiettivo è colmare un vuoto ritenuto inaccettabile: l’assenza, a oggi, di un programma strutturato di biomonitoraggio umano nella regione.
Le aree calde della contaminazione
Le basi dell’allarme poggiano su dati solidi, provenienti sia da ARPAL sia da indagini indipendenti come il rapporto Greenpeace “Acque senza veleni”. Dalle rilevazioni emerge che la Liguria si colloca tra i territori italiani con la percentuale più alta di campioni di acqua potabile contaminati da composti perfluoroalchilici.
Le situazioni più critiche e documentate si concentrano in diversi punti nevralgici del territorio:
Nel Levante: Rapallo, Camogli e Zoagli, con criticità nei pozzi S.ANNA 4-5.
Nel Savonese: Borgio Verezzi — dove da settembre 2026 è in vigore un divieto di uso alimentare dell’acqua di rete proprio a causa dei PFAS — e la storica ferita ambientale della Val Bormida ligure, segnata dal sito ACNA di Cengio e dal polo chimico.
Nei bacini e sulla costa: Le criticità interessano anche i bacini dei fiumi Polcevera e Scrivia, oltre a numerosi comuni costieri distribuiti tra Genova, Imperia, Albenga, Savona e Sarzana.
Cosa prevede la mozione
Mentre regioni vicine come Veneto e Piemonte hanno già tracciato una strada in questa direzione, in Liguria la prevenzione stenta a tradursi in fatti clinici. La proposta avanzata dalla Rete Liguria impegna la Giunta regionale ad attivare, entro centoventi giorni, un piano straordinario di prelievi ematici volontari.
L’indagine servirebbe a determinare i livelli di PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS e altri PFAS prioritari, puntando una lente d’ingrandimento sui residenti delle aree più esposte e introducendo criteri di particolare attenzione per le fasce vulnerabili, come i bambini, le donne in età fertile e i soggetti affetti da patologie croniche.
L’appello alle istituzioni
Il testo della mozione è stato messo a disposizione di tutti i gruppi consiliari e delle forze politiche, in uno spirito di aperta collaborazione ma con un chiaro senso di urgenza. “Non chiediamo un favore — tuonano i promotori —. Chiediamo un prelievo di sangue, volontario, gratuito, trasparente: una provetta per sapere la verità. Chi governa ha l’obbligo di guardare in faccia i numeri, anche quando i numeri sono scomodi”.
La partita politica e sanitaria è aperta. E la conclusione del documento suona come un aut aut difficile da ignorare: un territorio che sceglie di non conoscere il proprio inquinamento non fa un esercizio di prudenza, ma decide semplicemente di rinunciare a difendersi.