Mottolese racconta Estate a casa Berto a Capo Vaticano
- Postato il 3 settembre 2026
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Il Quotidiano del Sud
Mottolese racconta Estate a casa Berto a Capo Vaticano
Una delle edizioni di Estate a casa Berto più significative degli ultimi anni raccontata dalle parole di Marco Mottolese
Anno Zero della seconda decade. Questa è l’espressione che Marco Mottolese usa per l’appuntamento con l’XI edizione di Estate a Casa Berto a Capo Vaticano in un momento particolarmente intenso per il festival e per l’eredità culturale di Giuseppe Berto. Questa edizione si presenta come una delle più significative degli ultimi anni: non solo perché riporta al centro l’opera dello scrittore attraverso quattro giornate di letteratura, teatro, cinema e musica, ma anche perché intreccia memoria, attualità e nuove prospettive. Il cartellone si apre con due momenti di forte richiamo: la prima nazionale de Il mare da dove nascono i miti, volume che inaugura il progetto editoriale delle opere complete di Berto, e il reading teatrale de Il male oscuro con Alessio Vassallo e Ginevra Pisani, atteso tra gli eventi di punta dell’edizione.
Grande attenzione anche per la seconda giornata, che accosta il dialogo con Vitaliano Papillo su identità e futuro della Calabria alla proiezione di Anonimo veneziano, classico firmato da Enrico Maria Salerno su testo di Giuseppe Berto, che lo sceneggiò anche. Ed è proprio attorno a Anonimo veneziano che si addensa una forte curiosità internazionale: secondo le anticipazioni dello stesso Mottolese, una casa di produzione hollywoodiana avrebbe acquistato i diritti per un remake con il nome di Natalie Portman già accostato al progetto. Un segnale che conferma quanto la sua opera continui a parlare al presente, attraversando linguaggi, generazioni e confini. In questa intervista, Mottolese racconta il senso di un’edizione che guarda alle radici ma rilancia, con forza, la vitalità contemporanea di uno degli autori più inquieti e necessari del Novecento italiano.
Quanto conta, per un premio dedicato alle opere prime, individuare non solo un libro riuscito ma una vera promessa letteraria?
«Moltissimo, anzi è il senso stesso del premio. Il Premio Berto nasce per la narrativa e per le opere prime: niente saggistica, niente poesia, ma narrativa pura. L’idea originaria era proprio quella di onorare Giuseppe Berto attraverso la scoperta di nuovi autori, contribuendo a rinnovare il panorama letterario italiano. In questo si distingue da premi che incoronano scrittori già affermati. Qui il punto non è solo premiare il valore immediato di un testo, ma intuire un percorso, riconoscere una voce che possa maturare nel tempo. Negli ultimi anni il premio è stato rilanciato in modo forte, soprattutto nella sua capacità di scoprire autori destinati a crescere. Due casi su tutti: Michele Ruol e Anna Mallamo, che solo da finalista ha poi ottenuto attenzione, ristampe e riconoscimenti. Questo dimostra che il Premio Berto non si limita a segnalare un buon libro, ma intercetta spesso scrittori che hanno un futuro».
L’apertura del festival coincide con la nuova edizione de Il mare da dove nascono i miti. Perché avete scelto di partire proprio da questo libro?
«Primo perché si tratta di una riedizione molto importante, quasi di un libro nuovo in anteprima nazionale. Una pubblicazione rivista filologicamente, ampliata e ricostruita attraverso il lavoro di studio sui manoscritti e sugli articoli originali di Berto. Ma c’è anche una ragione più profonda: è un libro che parla della Calabria e del Sud, temi centrali per Berto e per il territorio in cui il festival si svolge. La sua scrittura, pur nata decenni fa, resta sorprendentemente attuale, capace di parlare ancora al presente».
Quest’anno il festival sembra avere un’impronta ancora più marcatamente bertiana?
«Decisamente. Il premio si svolge alternativamente a Capo Vaticano, dove Berto ha vissuto ed è sepolto, e a Mogliano Veneto, dove è nato. Ci dispiace non essere riusciti nel non aver avuto l’incontro fra Occhiuto e Zaia ma è stato solo un problema di date perché la disponibilità c’era. Quando siamo a Capo Vaticano, il premio si intreccia con il festival Estate a Casa Berto. Quest’anno, però, abbiamo scelto una formula ancora più netta: non un festival “contenitore”, ma un programma interamente verticale su Berto. Tutte le iniziative ruotano intorno alla sua opera e alla sua eredità. È un modo per mostrare quanto la sua scrittura sia ancora vitale e capace di generare linguaggi diversi».
Tra questi linguaggi c’è anche il teatro, con Il male oscuro. Perché un testo così intimo continua a parlare con tanta forza al presente?
«Perché affronta un tema come la depressione, che oggi è semmai ancora più centrale di quando Berto scriveva. Il male oscuro conserva quindi una forte attualità umana e sociale. La trasposizione teatrale, inoltre, amplia il pubblico potenziale e dimostra la forza drammaturgica nascosta nel libro. Portarlo in scena non era affatto semplice, eppure il risultato è stato sorprendente. Questo reading sarà l’occasione per cogliere come una pagina nata come confessione letteraria possa trasformarsi in voce, corpo e presenza scenica».
Ripubblicare Berto oggi significa custodirne l’eredità o rimetterlo davvero al centro del dibattito culturale?
«Le due cose coincidono, ma la seconda è quella decisiva. I grandi scrittori sono classici proprio perché restano contemporanei. Non appartengono soltanto al loro tempo: ritornano, vengono riletti, sanno illuminare questioni che continuano a riguardarci. Berto è uno di questi. Ha attraversato temi profondi e duraturi: la depressione, la crisi religiosa, il rapporto con il Sud, le tensioni sentimentali e morali. Per questo riproporlo non è un esercizio di memoria, ma un modo per riattivare una voce che ha ancora molto da dire».
Se Giuseppe Berto potesse assistere a queste giornate, che cosa lo colpirebbe di più?
«Probabilmente vedere tanti giovani in platea. Sapere che nuove generazioni entrano in libreria, comprano i suoi libri, li leggono e tornano ogni anno al festival sarebbe forse la soddisfazione più grande. Vorrebbe dire aver superato il proprio tempo. Del resto la vitalità della sua opera si vede anche altrove: dal teatro alla musica, fino al cinema. Berto ha unito grande letteratura e serietà morale. Non era uno scrittore chiuso in una torre d’avorio: viveva il territorio, parlava con le persone, osservava il paesaggio, si interrogava sul destino della Calabria e del Sud. Questa adesione concreta alla realtà rende la sua opera ancora più credibile e profonda. La sua scrittura non è solo bella: è necessaria, perché nasce da un confronto autentico con la vita».
Con cosa vorresti che il pubblico tornasse a casa dopo queste giornate?
«Spero, con un libro di Berto in mano! Il desiderio è che chi partecipa senta il bisogno di leggerlo o rileggerlo davvero, trovando in quelle pagine qualcosa che resti. Un buon libro deve aggiungere qualcosa a chi lo legge, non semplicemente occupare del tempo. E insieme c’è anche un altro auspicio: che attraverso Berto si possa riscoprire la Calabria, la sua bellezza e la necessità di custodirla. In fondo è questo che lui aveva intuito per primo: che i luoghi, come i libri, vanno abitati con responsabilità e passione».
Il Quotidiano del Sud.
Mottolese racconta Estate a casa Berto a Capo Vaticano