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Risate e applausi a Cerisano: Gabriele Cirilli conquista il Festival delle Serre

  • Postato il 2 settembre 2026
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Risate e applausi a Cerisano: Gabriele Cirilli conquista il Festival delle Serre

Il Quotidiano del Sud
Risate e applausi a Cerisano: Gabriele Cirilli conquista il Festival delle Serre

Gabriele Cirilli ha alzato il sipario sulla 32ª edizione del Festival delle Serre e inaugurato, insieme alla kermesse, il nuovo teatro comunale di Cerisano. Con Ciry Rider-Il mio viaggio, la mia biografia, è stato il primo artista a calcare il palcoscenico della struttura, ribattezzata “Teatro delle Serre”. Un viaggio nella sua carriera, tra teatro, televisione, incontri, passioni e progetti, che abbiamo ripercorso nell’intervista al comico abruzzese.


CERISANO (COSENZA) – Risate. Applausi. E quella comicità travolgente che Gabriele Cirilli sa trasformare in racconto, memoria e, all’occorrenza, in riflessione. Ieri sera, 1° settembre, Cerisano ha alzato il sipario sulla 32ª edizione del Festival delle Serre. A dare il via alla kermesse è stato Gabriele Cirilli, protagonista di “Ciry Rider-Il mio viaggio, la mia biografia”; primo artista a calcare il palcoscenico del nuovo teatro comunale che, per volontà della comunità, è stato ribattezzato “Teatro delle Serre”, a seguito di un sondaggio promosso dal sindaco Lucio Di Gioia. Davanti al primo cittadino, all’amministrazione comunale e al pubblico, il taglio simbolico del nastro ha lasciato spazio ai fuochi d’artificio: un’esplosione di luce per celebrare l’inizio di una nuova pagina culturale per Cerisano.

Con “Ciry Rider”, Gabriele Cirilli ha accompagnato il pubblico in un viaggio a tutta velocità dentro una vita trascorsa tra teatro e televisione, personaggi diventati popolari, incontri, successi, sacrifici e sogni ancora da realizzare. Un “patchwork di comicità”, come lo definisce lo stesso artista, nel quale si intrecciano un’irresistibile ironia, satira pungente, racconto autobiografico e improvvisazione, fino a quel rapporto diretto con il pubblico che da sempre rappresenta una delle cifre distintive. E Cerisano ha risposto. Con risate, applausi e quella partecipazione che trasforma un teatro in un luogo vivo, dove le persone si incontrano e le emozioni passano da un palco all’altro.

Ed è proprio dal nuovo Teatro delle Serre, nel giorno della sua inaugurazione, che nasce la nostra intervista a Gabriele Cirilli. Una conversazione a tutto campo nella quale personaggio e uomo non sono due dimensioni separate, ma due facce della stessa identità: c’è il ragazzo che a sette anni rimase folgorato da Gigi Proietti e decise che quello sarebbe stato il suo mestiere, e c’è l’attore che ancora oggi porta con sé quell’entusiasmo; c’è l’artista che rivendica con orgoglio le proprie radici abruzzesi e il comico che di quelle radici ha fatto parte della propria identità; c’è il professionista capace di far ridere senza scivolare nella volgarità e l’uomo che crede nel valore della misura, dell’autenticità e del sapersi mettere in gioco.

È un Cirilli che non costruisce confini tra ciò che porta sul palco e ciò che è nella vita: la sua comicità nasce dalla sua storia, dai suoi incontri, dalle sue fragilità, dalle persone che ha amato e dai maestri che lo hanno formato. E così, nella conversazione, accanto all’artista trovano spazio l’amico, il padre, il maestro e l’uomo che guarda al futuro senza dimenticare la strada percorsa. Parla del rapporto quasi fraterno con Carlo Conti, delle nuove generazioni, della gavetta e di quella “fame” che considera ancora indispensabile per costruire una carriera autentica.

Sul palco, naturalmente, non sono mancati i personaggi che hanno accompagnato la sua lunga storia televisiva. Dal celebre “Chi è Tatiana?”, diventato una sorta di marchio popolare della comicità italiana, fino al trascinante medley delle sue interpretazioni più amate a “Tale e Quale Show”, il programma condotto da Carlo Conti che negli anni ha contribuito a consolidare il rapporto di Gabriele Cirilli con il grande pubblico.

Gabriele Cirilli, ha inaugurato il teatro comunale di Cerisano. Che emozione prova sapendo che il suo spettacolo è stato il primo a vivere su questo palcoscenico?

«Bella domanda. Intanto è un onore far parte di questo storico Festival, che può vantare ben 32 edizioni. Quindi, se gli organizzatori hanno pensato a me, già questo rappresenta una grande gratificazione. Poi c’è la prima serata, l’inaugurazione del teatro, la grande partecipazione del pubblico. Belle emozioni!».

Il suo “Ciry Rider-Il mio viaggio, la mia biografia” racconta una vita attraverso il teatro, gli incontri, le esperienze e i momenti che l’hanno formata. Se dovesse racchiudere questo viaggio in tre parole, quali sceglierebbe?

«Con tre parole? Un viaggio interessante. Se dovessi pensare a tre aggettivi direi: difficile, entusiasmante e poi… molto felice».

In questo spettacolo parte dalla sua storia personale per arrivare a quella del pubblico. Quanto è importante, per lei, riconoscersi nelle esperienze che racconta?

«Esatto! Per me è anche un modo per esorcizzare certe cose. Il prossimo anno, porterò in scena uno spettacolo che si chiama “Vitality”, prendendo un po’ in giro Mortality di Ricky Gervais. Io faccio l’inno alla vita. Parto dalla mia vita per cercare di coinvolgere quella degli altri. Gli altri si rivedono in quello che io racconto».

Guardando al ragazzo che, tanti anni fa, ha iniziato a sognare il teatro, quanto sente di essere ancora quella stessa persona?

«Non sono cambiato per niente. Sono ancora quel ragazzo lì. Nel monologo finale dello spettacolo, quando parlo dei miei cinquant’anni, dico: “Tutti vogliono ancora essere quel ragazzo lì, seduto su quel banco di scuola”. Con la testa, sono ancora là».

La comicità cambia con il tempo, cambia con il pubblico e oggi cambia anche attraverso i social. A suo parere, è davvero diventato più difficile far ridere?

«No, non credo. È cambiato soltanto il modo in cui qualcuno fa comicità. La comicità, se funziona, funziona a prescindere. Se fai ridere, hai raggiunto lo scopo di uno spettacolo comico. Nel mio spettacolo, per esempio, c’è un vero e proprio patchwork di comicità: satira, costume, battute, situazioni diverse. È tutto insieme».

Eppure, oggi, nel tentativo di conquistare una risata immediata, il confine tra comicità e volgarità sembra farsi sempre più sottile….

«È vero. Quando nel mio spettacolo c’è una parolaccia, è giustificata. Ma non è mai volgare. Ci tengo molto a dirlo, perché è proprio questa la mia cifra distintiva».

L’autoironia resta una delle forme più difficili e più sincere di comicità. Quanto è indispensabile, per un comico, saper ridere prima di tutto di sé stesso?

«È fondamentale. Se non ridi di te stesso, non puoi fare il comico».

Il Festival delle Serre porta il teatro fuori dai grandi circuiti e dentro un borgo. Quanto è importante, oggi, riportare lo spettacolo nelle piazze, nei teatri e negli anfiteatri, là dove le persone possono incontrarsi e condividere un’esperienza dal vivo?

«Sono convinto che le radici contino molto, così come l’identità. Io sono abruzzese e sono felice di esserlo. Ho una mia identità e sono felice di averla. E sono provinciale e sono felice di esserlo. Per me è importante che il teatro arrivi anche nei borghi, nei piccoli centri, perché è lì che le persone si ritrovano, si riconoscono e condividono emozioni. E quando uno spettacolo arriva in questi luoghi, non porta soltanto il teatro: porta un’occasione per stare insieme».

Gabriele Cirilli, probabilmente è proprio questa dimensione più intima a rendere speciale il rapporto che costruisce con il pubblico. Nei suoi spettacoli c’è uno scambio continuo: ascolta le persone, raccoglie le loro storie, entra per un momento nella loro quotidianità. Che cosa significa per lei questo incontro?

«A me piace lo scambio di emozioni. Lo diceva anche Gigi Proietti: se riesci a scambiare un’emozione con lo spettatore, il gioco è fatto. Se lo spettatore si sente distante da te, per questo genere di spettacolo è difficile. Se invece riesci a emozionarti insieme a lui, anche attraverso una risata, allora è fatta. Capito?»

Tra i personaggi che ha regalato al pubblico ce n’è uno che, più degli altri, sente particolarmente suo?

«Beh, il pubblico aspetta Tatiana. Perché quella è storia, è storia della televisione italiana. È una macchietta, una realtà, un fumetto. Racconta la borgata, racconta il fatto che bisogna essere contenti di essere come si è. C’è quella scena finale di “A qualcuno piace caldo”, quando Tony Curtis è vestito da donna e, per essere scambiato per una donna, un miliardario si innamora di lui. Alla fine Tony Curtis gli dice: “Io non ti posso prendere in giro, sono un uomo”. E quello si gira e gli risponde: “Nessuno è perfetto”. È proprio questo il senso».

C’è un’interpretazione televisiva a cui è rimasto particolarmente legato?

«Un po’ tutte quelle che ho fatto a “Tale e Quale Show”, anche se non sono vere e proprie imitazioni. Prendo un piccolo spunto, lo rendo goliardico e porto il divertimento a casa. Credo di riuscirci».

Gabriele Cirilli, lei racconta spesso del rapporto speciale che la lega a Carlo Conti. Quando un’amicizia attraversa così tanti anni di lavoro, cosa resta alla base di un legame tanto solido: la stima professionale, l’affetto o la fiducia?

«L’amicizia non si può spiegare. La stima e l’affetto sono nati nel 2001, quando Carlo mi ha reso partecipe di tutti i suoi progetti. Dal 2001 a oggi ho fatto tutte le trasmissioni di Carlo Conti e credo che questo significhi che c’è stima per il lavoro che faccio. Carlo non è uno che, se non funzioni, ti tiene. Quindi c’è stima professionale e poi, con il tempo, è nato anche l’affetto. Siamo come fratelli. Se devo prendere una decisione importante, chiedo a lui. Poi non è che faccia necessariamente quello che mi dice, però c’è uno scambio di idee».

Gabriele Cirilli, lei ha portato in scena alcuni spettacoli insieme agli allievi della sua Factory. Quanto conta restituire ai giovani ciò che ha imparato nel corso della sua carriera?

«Direi fondamentale! Di recente, ho preso anche la direzione della scuola del Teatro Parioli, con la mia Factory, e forse ci sarà anche una terza sede a Pescara. Insieme alla mia produzione faremo, a novembre, uno spettacolo che nasce proprio dal lavoro che i ragazzi hanno presentato come spettacolo finale. A febbraio, farò uno spettacolo condividendo il palco con loro. Un po’ come faceva Gigi Proietti quando coinvolgeva i suoi allievi. È un modo per farli crescere attraverso il teatro».

Dopo questa esperienza, possiamo aspettarci di rivederla presto in Calabria?

«Spero di tornare. Ho stretto un accordo con alcuni Festival. Confesso di essermi trovato molto bene a Cerisano, così ho lanciato una proposta. Chissà… Vedremo cosa accadrà».

Quali sono i prossimi progetti che può condividere con i nostri lettori?

«Ci sarà “Tale e Quale Show”. Sto lavorando ad altri progetti di cui ora non posso parlare, però ti anticipo che a ottobre uscirà un libro insieme a mio figlio Mattia. Si chiama “Lui è meglio di me”, edito da Elisabetta Sgarbi per La Nave di Teseo e Baldini&Castoldi. La cosa particolare è che lui ha scritto senza che io leggessi quello che stava scrivendo e io ho scritto senza che lui leggesse quello che scrivevo io».

Quindi, vi siete affidati completamente alla sorpresa, senza sapere che cosa stesse scrivendo l’altro?

«Esatto! Lo leggerò quando uscirà. Questo è il segreto della Sgarbi: ha avuto un’idea eccezionale. Ci ha visti l’anno scorso a un Festival del cinema, dove abbiamo ricevuto entrambi un premio: lui come miglior regista emergente, io come attore non protagonista. Ci ha visto insieme e ci ha detto: “Voglio fare un libro con voi”».

Fuori dal palcoscenico com’è il rapporto con suo figlio?

«Lo racconta molto bene il cortometraggio “L’amore di un figlio”. Mattia è la cosa più bella che mi sia successa nella vita. E quindi è come quando hai una perla e temi di perderla: la proteggi, la tieni stretta… ma a volte rischi quasi di soffocarla».

A quasi cinquant’anni da quel primo incontro con il teatro, c’è ancora un sogno che sente di dover realizzare?

«Sto facendo il lavoro più bello del mondo. Quando avevo sette anni, andai a vedere a teatro Gigi Proietti, in scena a Sulmona con lo spettacolo “A me gli occhi, please”. Debuttava proprio lì, nel 1975. Io rimasi folgorato e dissi: «Voglio fare l’attore!». Da lì, è nato il sogno e ho cominciato a recitare».

Gabriele Cirilli, cosa consiglia ai giovani che sognano questa carriera?

«Bisogna avere tanta pazienza e molta determinazione. E bisogna avere fame. I ragazzi di oggi non hanno più fame. Pensano che facendo un video, diventando virali, arrivi il successo. Può capitare, ma è come vincere la lotteria».

Nel suo spettacolo parla anche del presente, dei rapporti umani e delle dinamiche che attraversano famiglie, comunità e quotidianità. Tra i temi più attuali c’è anche il rapporto, spesso problematico, delle nuove generazioni con i social. Lei ha parlato addirittura della necessità di una “patente” per utilizzarli. Cosa intende?

«I social possono uccidere come una macchina. Per guidare un’auto devi avere una patente, devi conoscere le regole e assumerti delle responsabilità. Ecco, secondo me, anche per stare sui social ci vorrebbe una patente. Perché lì chiunque può entrare, dire quello che vuole e arrivare a fare del male a una persona. A volte, le parole possono essere ancora più pericolose dei fatti».

Se la sua vita, non soltanto quella artistica, fosse uno spettacolo teatrale, a quale atto pensa di essere arrivato?

«Non ci penso mai a quanto possa essere lunga, né la vita artistica né quella personale. Penso al fatto che, fino ad oggi, ho fatto le tappe giuste. Non ho mai prevaricato i tempi. A volte non è arrivato quello che speravo, altre volte è arrivato quello che non speravo, magari senza che lo cercassi. E quello che arriva è bello. È chiaro che ci sono ancora cose che non ho fatto e vorrei fare».

A cosa si riferisce?

«Ad esempio, non ho mai fatto un film da protagonista, non ho ancora fatto uno show televisivo completamente mio. Ma c’è tempo».

Gabriele Cirilli, qual è lo spettacolo che sente di non aver ancora portato in scena e che più di ogni altro vorrebbe realizzare?

«Quello con i ragazzi, in cui vorrei esserci anch’io, perché mi avvicina sempre di più a Gigi Proietti».

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