Montaigne tra la misura del tempo e la fuga dalla storia
- Postato il 4 agosto 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
- 0 Visualizzazioni
- 5 min di lettura
Generazione sintesi AI in corso…
di Pierfranco Bruni
La vita, se è imprescindibile dal proprio essere, misura il tempo ma allontana la storia. È questa la prima frattura che il filosofo francese Michel de Montaigne (1533 – 1592 morto all’età di 59 anni), apre e che noi, eredi inquieti, siamo chiamati a riattraversare. Il tempo cronologico ci tiene prigionieri di calendari, di scadenze, di attese. La storia, invece, pretende un senso, una narrazione, una collettività che ci preceda e ci sopravviva. Montaigne spezza entrambi i lacci perché riporta tutto al corpo, all’esperienza, al “corso della nostra vita”. Infatti: “Il vero specchio dei nostri ragionamenti è il corso della nostra vita”. Non i sistemi, non le dottrine. Lo specchio è opaco, mobile, si incrina. E proprio in quell’incrinatura nasce il pensiero.

Montaigne costruisce un’antropologia radicale. Guarda alle società e vi scorge subito il confine che gli uomini tracciano per sentirsi al sicuro: il barbaro. “Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi”. È una frase che taglia. Non c’è civiltà assoluta, c’è solo l’abitudine travestita da legge. Il barbaro è lo straniero dentro e fuori di noi, è tutto ciò che sfugge all’“uso”. Eppure Montaigne non condanna: osserva. Capisce che la presunzione di giudicare è la prima forma di violenza.
Da qui nasce la sua filosofia antisistematica, un’etica dei piaceri. Non edonismo, non licenza. Piuttosto la scelta di abitare il presente contro la tirannia del domani. La verità e la ragione, nel suo orizzonte, non possono coincidere perché la ragione che pretende un sistema diventa essa stessa menzogna, dogma, ordine religioso. Camus lo ha letto con lucidità feroce. Nella “sragione” di Montaigne ha visto l’anticipazione dell’assurdo: l’uomo che cerca certezze assolute finisce per costruire chiese di concetti. E la vita, intanto, scorre altrove.
Montaigne lo dice senza reticenza: “L’uomo è invero un soggetto meravigliosamente vano, vario e ondeggiante. È difficile farsene un giudizio costante e uniforme”. L’io non è una statua. È un fiume. Ogni tentativo di fissarlo in una definizione morale, politica, psicologica, è presunzione. E la presunzione, avverte, “è la peste dell’uomo”. Voler indossare a tutti i costi le vesti del sapere tutto è il gesto più arrogante che un essere umano possa compiere.
Per questo rifugge dalla retorica. La chiama malattia. “Uno strumento inventato per governare e agitare una folla e un popolo indisciplinato, ed è uno strumento che si adopera solo negli Stati malati, come la medicina”. La retorica è la tecnica di chi non ha argomenti ma ha potere. È il linguaggio della collettività che omologa, che cancella la differenza. Montaigne invece ribadisce: “C’è altrettanta differenza fra noi e noi stessi che fra noi e gli altri”. Non esiste l’uomo-tipo. Esiste l’uomo che cambia anche mentre parla.
E allora dove rifugiarsi, se non nei sistemi e non nella folla? Nel piacere. Ma inteso come disciplina di attenzione. “Noi non siamo mai in noi, siamo sempre al di là. Il timore, il desiderio, la speranza ci lanciano verso l’avvenire, e ci tolgono il sentimento e la considerazione di ciò che è, per intrattenerci su ciò che sarà”. Il piacere, per Montaigne, è l’arte di tornare in sé. È un’etica perché richiede esercizio: assaporare e poi digerire. “Tutte le passioni che si lasciano assaporare e digerire sono soltanto mediocri”. La mediocrità qui non è insulto. È misura. È ciò che non divora, che non brucia, che permette di restare.
Questa lezione attraversa i secoli e trova lettori inquieti. Albert Camus raccoglie il testimone e lo porta nel mito di Sisifo: la fatica inutile, ripetuta, che diventa unica forma di fedeltà alla vita. Non ribellione eroica, ma ostinazione quotidiana. Cioran, più crudele, mette Montaigne contro Rousseau: “Montaigne, un saggio, non ha avuto posterità; Rousseau, un isterico odioso, continua ad avere discepoli”. Perché il saggio non fonda scuole. Insegna a stare soli.
Rousseau, al contrario, confessa: “Io compio la stessa impresa di Montaigne, ma con uno scopo affatto contrario al suo: egli non scriveva i suoi Saggi che per il pubblico, e io non scrivo le mie fantasie che per me stesso”. Eppure anche Rousseau non può fare a meno di lui. Nietzsche va oltre e lo pone accanto a Schopenhauer: “Un solo scrittore conosco che per sincerità posso mettere allo stesso livello se non addirittura più in alto di Schopenhauer: Montaigne. Il solo fatto che un uomo simile abbia scritto, ha aumentato, in verità, la gioia di vivere su questa terra”. È la gioia di un uomo che non promette salvezza, ma compagnia. Che non offre risposte, ma metodo: guardare, dubitare, ridere, assaggiare.
Uno dei grandi insegnamenti di Montaigne è proprio questo: resistere comunque a ogni tempesta. Non con scudi ideologici, ma con la leggerezza di chi sa che tutto passa e che l’unico luogo abitabile è l’istante. Misurare il tempo, sì, perché il corpo invecchia. Ma allontanare la storia intesa come destino collettivo imposto. Tornare al singolo, al frammento, al saggio.
Oggi che viviamo nell’epoca della “collettività” urlata, della retorica come arma di governo, dell’ansia per un futuro che non arriva mai, Montaigne è scomodo. Ci chiede di uscire da noi per rientrarci. Ci chiede di riconoscere il barbaro in noi prima di indicarlo negli altri. Ci chiede di scegliere piaceri che non consumano, pensieri che non pretendono dogmi, parole che non vogliono sedurre le folle.
E forse è proprio qui la sua modernità più profonda: nell’averci ricordato che la filosofia non è sistema, è esercizio. Non è cattedra, è cammino. Non è verità posseduta, è verità cercata nel corso incerto di una vita. È come se camminasse in bilico su dei trampoli, con un solo piede sul filo di una corda. Fino a quando reggerà la corda? Fino a quando il piede non farà un gesto falso? Fino a quando non giungerà all’improvviso una folata di vento?
Insomma, si vive una vita nella precarietà della vita stessa perché siamo e resteremo infinitamente mortali nel tempo. È necessario fuggire dalla storia per abitare la misura del tempo. @Riproduzione riservata
L'articolo Montaigne tra la misura del tempo e la fuga dalla storia proviene da Paese Italia Press.