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Mohammad Hannoun scrive al giudice dal carcere di massima sicurezza: “Solidarietà ai palestinesi non è terrorismo”. La lettera

  • Postato il 20 luglio 2026
  • Giustizia
  • Di Il Fatto Quotidiano
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In sintesi

Dalla cella di un istituto penitenziario ad alta sicurezza, Mohammad Hannoun invia una missiva al magistrato in cui contesta le accuse di terrorismo. L'uomo sostiene che le attività umanitarie e la denuncia delle violazioni contro i civili palestinesi rappresentano un diritto fondamentale, non un crimine. La lettera riapre il dibattito sulla linea di confine tra dissenso politico e sovversione, in un contesto di crescenti tensioni internazionali e procedure giudiziarie controverse.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

Mohammad Hannoun scrive al giudice dal carcere di massima sicurezza: “Solidarietà ai palestinesi non è terrorismo”. La lettera
“Qualora l’attività di sostegno alle vittime, la denuncia delle sofferenze della popolazione civile e la difesa dei principi di umanità dovessero essere interpretate come elementi di ‘terrorismo‘, non potrei che ribadire la coerenza delle mie convinzioni e delle mie azioni”. Lo scrive dal carcere di massima sicurezza dove è detenuto in via cautelare Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp odv), che affida a una “Lettera a un giudice” la propria ricostruzione dell’attività svolta per anni a sostegno della popolazione palestinese per avere “l’accertamento obiettivo dei fatti”.
Hannoun è stato arrestato il 27 dicembre 2025 con l’accusa di finanziamento al terrorismo palestinese. Nella sua lettera chiarisce l’operato della sua associazione, che, scrive, ha “sempre operato nella massima trasparenza e nel pieno rispetto delle leggi, delle norme internazionali e delle disposizioni che disciplinano le attività di solidarietà, assistenza e cooperazione umanitaria”.
Secondo la Procura di Genova, parte dei fondi raccolti come aiuti umanitari è arrivata ad associazioni riconducibili a Hamas. Il Tribunale del Riesame aveva confermato il quadro indiziario, pur escludendo il materiale proveniente dall’intelligence israeliana. Ad aprile la Cassazione ha annullato con rinvio le ordinanze cautelari e chiesto di verificare le fonti dell’indagine, la natura delle organizzazioni finanziate e la consapevolezza degli indagati sulla destinazione dei fondi. Hannoun, intanto, resta in carcere. Dal giorno dell’arresto, riferisce il suo avvocato Dario Rossi, non gli è stato ancora consentito di incontrare i familiari in presenza, ma soltanto in videochiamata, nonostante le ripetute richieste dei difensori.
Per Hannoun, i fondi raccolti sono andati integralmente a progetti “espressione concreta delle finalità statutarie dell’Associazione e del suo impegno a favore della solidarietà internazionale, della cooperazione tra i popoli e della sensibilizzazione dell’opinione pubblica rispetto alle condizioni di vita della popolazione palestinese”.
Tra i “numerosi progetti di carattere umanitario e sociale” realizzati negli anni, Hannoun cita “programmi di adozione a distanza destinati a bambini rimasti orfani”, per garantire “sostegno economico, assistenza sanitaria e migliori opportunità di crescita e formazione”; iniziative a sostegno del sistema scolastico palestinese, con la fornitura di materiale didattico e il supporto agli studi superiori e universitari; infine l’assistenza alle fasce più vulnerabili, attraverso la “distribuzione di pasti caldi, pacchi alimentari, kit igienici e contributi economici destinati a soddisfare bisogni essenziali”.
Nella stessa cornice colloca la partecipazione “a manifestazioni pubbliche e iniziative di sensibilizzazione improntate ai valori della pace, della giustizia, dell’uguaglianza e della fratellanza tra i popoli”. Eventi nei quali ha “più volte espresso pubblicamente posizioni critiche nei confronti delle politiche e delle azioni che hanno determinato gravissime conseguenze per la popolazione civile palestinese”. Aggiunge di aver denunciato ogni atto di terrorismo e di aver “altresì richiamato dichiarazioni pubbliche attribuite a esponenti israeliani che ritengo significative per comprendere il clima nel quale tali eventi si sono sviluppati”.
La netta distinzione tra sostegno alla popolazione palestinese e sostegno a Hamas è stata pubblicamente ribadita da Hannoun in diverse occasioni. Nel novembre 2023, durante una manifestazione per chiedere che il governo facilitasse una missione per portare aiuti umanitari e medicinali a Gaza, aveva scandito al microfono: “I palestinesi non sono Hamas, nessuno viene qua per dire viva Hamas, siamo tutti qui per dire stop alla guerra, stop al massacro”. E ancora: “Noi condanniamo senza se e senza ma ogni forma di terrorismo, in particolare quello dello Stato israeliano, che compie uno sterminio a Gaza”.
Intervistato da ilfattoquotidiano.it aveva aggiunto: “Condanno ogni forma di terrorismo e non facciamo distinzione tra musulmani, cristiani ed ebrei, noi siamo per salvare le vite umane, non per uccidere”. Nella sua lettera, Hannoun descrive una “profonda contrapposizione tra chi opera per la tutela della vita, della giustizia e dell’uguaglianza e chi, al contrario, persegue logiche di dominio attraverso il ricorso alla forza e alla guerra” e ribadisce la scelta dell’associazione di collocarsi “dalla parte delle vittime, degli oppressi e di quanti rivendicano il riconoscimento dei propri diritti fondamentali. In questo senso, ci siamo sempre identificati con le aspirazioni del popolo palestinese alla libertà, all’autodeterminazione e alla piena tutela dei diritti riconosciuti dal diritto internazionale”.
L’impianto accusatorio è analogo a quello già esaminato in precedenti inchieste a Genova e Roma, poi archiviate. In quei procedimenti i giudici avevano escluso che il fatto di destinare aiuti anche, tra gli altri beneficiari, agli orfani di “miliziani palestinesi” fosse sufficiente a dimostrare un finanziamento ad Hamas. Avevano inoltre ribadito la necessità di distinguere tra fondi destinati ad attività terroristico-militari e aiuti rivolti a finalità socio-assistenziali, anche quando gli enti beneficiari operino in territori governati da Hamas.
“La solidarietà, la beneficenza e l’assistenza umanitaria costituiscono la ragione stessa della nostra esistenza associativa”, scrive Hannoun. Per Dario Rossi, che insieme a Fabio Sommovigo difende Hannoun, la seconda ordinanza cautelare “ricalca in larga parte” quella già annullata con rinvio dalla Cassazione. L’accusa si concentra sul denaro inviato a Gaza e sui rapporti di Hannoun con Osama Alisawi, indicato come legato ad Hamas. Finora, secondo la difesa, restano “congetture su un’interpretazione unilaterale e forzata degli elementi indiziari”. La Cassazione, ricorda Rossi, ha chiesto di accertare se le associazioni destinatarie fossero realmente un paravento per finanziare Hamas, ma il nuovo provvedimento non avrebbe colmato quei vuoti.
Agli atti, secondo la difesa, ci sono le ricevute dei beneficiari e altri elementi che documentano la tracciabilità dei finanziamenti e il loro utilizzo per attività benefiche. Rossi cita il caso degli orfani: l’accusa contesta il sostegno a 21 minori indicati come figli di “martiri”, definizione che, osserva il legale, il Tribunale equipara a quella di terroristi. Ma si tratta, sostiene Rossi, di 21 minori tra circa 1500 orfani sostenuti dall’associazione nel corso degli anni. “Confido che, nella presente sede”, conclude Hannoun “prevalgano i principi del diritto, l’accertamento obiettivo dei fatti e il rispetto delle garanzie fondamentali proprie dello Stato di diritto. Restiamo umani”.

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Autore
Il Fatto Quotidiano

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