Mia figlia va a Madrid, ma l’Italia proroga lo stop di Schengen con la Spagna: un confronto impietoso
- Postato il 31 agosto 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Generazione sintesi AI in corso…
La valigia è pronta, dovrebbe esserlo. Si spera che lo sia. Alle sei di domani mattina un aereo dal sinistro orario di partenza decollerà portando ancora una volta (già c’era stato il semestre in Canada) la più grande dei miei figli all’estero.
Non ho mai avuto ansie o dispiaceri sull’allontanamento di un figlio che voglia potenziare la sua strada. Né li ho avuti quando si è saputa la notizia dell’accoglimento della sua richiesta nella città a me più cara, Madrid. Progressista, dinamica, europea. Viva.
Schengen, Meloni pronta a confermare il blocco con la Spagna.
Faccio finta che di non aver letto, è solo immaginazione, mi dico. Mi rifiuto di guardare in faccia la realtà. Mi rifiuto di pensare che stiamo tornando indietro a velocità fotonica su diritti, aspettative, visioni. Soprattutto, che stiamo tornando indietro rispetto a noi stessi.
Mia figlia sta per arrivare a Madrid, nella capitale da dove un premier ha detto No al sedicente padrone del mondo. Per primo e contro tutti. Sta per arrivare nel Paese in cui il Pil e i diritti volano. E noi a quel Paese – che sa di fertile europeismo, di dignitosa consapevolezza di un passato condiviso – stiamo incredibilmente voltando le spalle.
Eppure. La storia dovrebbe dirci, e ce lo dice soprattutto quella spagnola che ha attraversato la crisi immobiliare, la bolla speculativa e l’attentato di Atocha dell’11 marzo del 2004, che se un popolo si fa compatto e si mette d’impegno, l’Europa intesa come futuro migliore e vivibile può esistere.
La valigia non è ancora pronta, come nelle migliori delle tradizioni. Un cumulo informe di abiti estivi, invernali, sportivi, eleganti attende sul letto di essere piegato, posizionato ad arte nella valigia. Non ci entreranno mai tutti quei vestiti, penso, ma non lo dico perché queste sono frasi crudeli. Ritorno alla stessa scena, ventotto anni prima.
Nel ’98 ero io che atterravo a Barajas. Erasmus anche io, valigione anche io (secondo me più piccolo, non per dire). Non c’era Internet come lo intendiamo oggi e la casa me la trovai in loco. Barrio di Lavapiés, il cuore popolarissimo della città, a due passi dal Reina Sofia e poche centinaia di metri dal Retiro.
Madrid era sporca, maleodorante, la città delle cacche, era chiamata, per via di quella indefessa abitudine dei proprietari dei cani di non raccogliere i bisogni dei loro animali. Normalità discutibile. Come quella di chi andando di tapas in tapas sputava a terra i noccioli delle olive. Fotografie da una città che sapeva più di dopoguerra che di modernità. In questo circo cittadino, ma caldo e accogliente, camminare per le strade era impossibile per via di quelle transenne ovunque e di quel disculpe la molestia in cui si incappava a ogni piè sospinto. Era in atto il rifacimento dell’intero manto stradale. Il sindaco del tempo era spregiativamente soprannominato l’escavatrice, per quella sua idea di scavare, scavare e scavare in città per fare sottovie e sottopassi. Eppure. Gli venne data fiducia. E il suo mandato fu rinnovato.
Il risultato è stato una città di viali e controviali, di tunnel che consentono al traffico cittadino di inabissarsi lasciando liberi i meravigliosi viali che sfociano nelle piazze monumentali. Autobus elettrici, collegamenti di superficie e una metropolitana che già allora faceva invidia e che oggi… lasciamo stare. C’è anche la linea grigia, una sorta di circolare che mette in comunicazione radiale la periferia.
Ci sono tornata più volte negli anni. L’avevo lasciata che stava indietro rispetto a Roma, molto più Castilla La Mancha che non Bruxelles. Oggi è una città alla quale dovremmo chiedere di lanciarci il salvagente, di farlo in fretta. Dovremmo chiedere, scusate, ci fate copiare? E invece no, Noi mettiamo il blocco.
I minuti scorrono, il tempo che manca a mia figlia tra il lasciare un Paese che è stato per arrivare in un Paese che è si trasforma in ore che si susseguono veloci.
La valigia sputa fuori vestiti ed effetti personali. Ma c’è tempo fino alle 4 di questa notte. Meno male che esistono le scadenze, per certi versi. Meno male che esistono gli entro e non oltre. Sei mesi non sono pochi per respirare e riempire il proprio zaino virtuale di diritti, di arte, di progressismo, di politiche cittadine che funzionano. Di senso di una comunità che non si piega e che sa ricordare – agli altri soprattutto – che il passato non si cancella. E che i luoghi sono sostanza, non basta un pennarello per cambiar loro il nome.
Noi non siamo ancora arrivati a tanto. Ma stiamo assistendo al lento cambio del nostro sangue. Il che forse è anche peggio. In attesa di un’escavatrice, che ribalti tutto e ci faccia uscire da questo lungo sottopasso nel quale ci siamo inabissati.
Comunque tutti quei vestiti va bene, ma bisogna ricordare ora anche il passaporto. Pensa un po’.
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