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Maurizio Mastrini, il pianista che non ha mai smesso di cercare

  • Postato il 20 luglio 2026
  • Di Panorama
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  • 6 min di lettura
In sintesi

Maurizio Mastrini torna con 'Capelli', un nuovo album che rappresenta un affascinante viaggio autobiografico attraverso la musica. Il talentuoso pianista italiano condivide la sua ricerca artistica continua, trasformando esperienze di vita in composizioni evocative. Questo disco testimonia la dedizione di un musicista che ha sempre mantenuto viva la curiosità creativa, esplorando nuove dimensioni sonore e narrando storie personali con profondità emotiva e consapevolezza.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

Maurizio Mastrini, il pianista che non ha mai smesso di cercare

Capelli, il nuovo disco di Maurizio Mastrini è il racconto di una vita trascorsa inseguendo la musica, ma anche il punto d’arrivo di un percorso fatto di studio, sperimentazione e continua ricerca. Un album che attraversa mondi diversi, dalla tradizione classica alle suggestioni cubane, passando per composizioni originali che riflettono il suo modo di intendere il pianoforte.

«Sono contaminazioni che ho acquisito durante la mia carriera musicale», racconta. «Ho sempre fatto il pianista e la musica mi ha portato in giro per il mondo. Ho la curiosità di un bambino e questo mi ha spinto sempre a esplorare mondi che sembravano lontani dal mio.»

La sua formazione è quella della grande scuola pianistica italiana. «Vengo dalla musica classica, sono stato uno degli ultimi allievi del maestro Vincenzo Vitale. Però, pur essendo un pianista classico, ho sempre voluto esplorare anche mondi che non mi appartenevano.»

Tra le intuizioni che hanno segnato la sua carriera c’è quella di eseguire i brani leggendo la partitura al contrario. Un’idea nata quasi per gioco e diventata, nel 2009, un fenomeno internazionale.

«È stata una sperimentazione a cui devo tantissimo», spiega. «All’inizio era quasi un gioco. Mi divertivo a leggere le partiture dalla fine all’inizio e quello che usciva era qualcosa di folle, di magico. Le melodie diventavano irriconoscibili, ma continuavano a essere piacevoli all’orecchio perché le armonie sono verticali.» Fu proprio quell’esperimento a riportarlo sotto i riflettori.

«La BBC, televisioni di tutto il mondo, i telegiornali italiani… all’improvviso è successo il finimondo. Io avevo smesso di fare il pianista per alcuni anni e quella intuizione mi ha restituito una nuova vita.»

Ripartire, però, non fu semplice. Dopo sette anni lontano dai concerti, ritrovare sicurezza richiese tempo e sacrificio. «Il primo concerto lo feci nel paese dove sono nato, davanti a sette o otto persone. Pasticciai tantissimo. Quando rimani lontano dal palco perdi tecnica, ma soprattutto perdi sicurezza.»

Quella fragilità, sorprendentemente, lo accompagna ancora oggi. «Ogni volta che salgo sul palco è come se fosse la prima volta. Mi sforzo di pensare che ho già fatto più di mille concerti, ma il mio istinto continua ad avere paura. Poi, dopo due o tre minuti, inizi a dialogare con il pubblico e tutto passa.» Con il tempo Mastrini ha deciso di lasciarsi alle spalle l’immagine del “pianista che suona al contrario”. «Per il primo anno venivo considerato quasi un fenomeno da baraccone. Mi chiamavano soltanto per quello e questa cosa mi andava stretta. Così ho smesso e ho iniziato a proporre soprattutto le mie composizioni.»

Una scelta che gli ha permesso di valorizzare una preparazione spesso rimasta nell’ombra. «Sono diplomato anche in composizione. Ho cercato di costruirmi uno spazio che non fosse né troppo commerciale né lontano dai valori pianistici che mi hanno formato: la ricerca del suono, il fraseggio, la tecnica.»

Nella sua storia c’è un brano speciale, Heart. «L’ispirazione arriva dall’amicizia con il professor Massetti, uno dei più autorevoli cardiochirurghi italiani. Gli avevo promesso che gli avrei dedicato un brano e da quella promessa è nata Heart. Volevo che fosse qualcosa di unico, che parlasse davvero del cuore».

Per trasformare quell’intuizione in musica, Mastrini ha deciso di spingersi oltre la semplice composizione. Durante la registrazione si è fatto applicare dei sensori che monitoravano il battito cardiaco in tempo reale, utilizzandolo come un vero e proprio metronomo.

«Una settimana prima di entrare in studio mi è venuta questa idea un po’ folle: suonare seguendo esattamente il battito del mio cuore. Pensavo fosse semplice, invece mi sono accorto subito che il cuore non è un metronomo perfetto.» La difficoltà è emersa soprattutto nei passaggi tecnicamente più complessi. Lo sforzo e la tensione facevano aumentare la frequenza cardiaca, modificando continuamente il tempo dell’esecuzione.

«Quando arrivavano i passaggi più impegnativi il cuore accelerava. Per qualche istante sembrava quasi che fossi io ad andare fuori tempo, invece era il battito che cambiava. È stata una delle registrazioni più difficili della mia carriera, perché dovevo controllare contemporaneamente la tecnica, l’emozione e il respiro.»

Alla fine, però, il risultato ha ripagato ogni fatica. «Sono riuscito a trovare un equilibrio emotivo e musicale e a portare a casa un’esecuzione che mi rappresenta davvero.»

Quando non è in viaggio, Mastrini torna nella sua casa sulle colline umbre. «È il mio rifugio. Faccio una vita molto stressante, percorro migliaia di chilometri ogni settimana e quel posto è davvero la mia ancora di salvezza. È lì che ritrovo quelle piccole emozioni che poi diventano musica.»

Pur essendo profondamente legato alla tradizione classica, ascolta generi molto diversi. «Ascolto un po’ di tutto. Dai Queen fino a Cage e Satie. In questo disco ho scritto un omaggio a Erik Satie che mi emoziona ogni volta. Lo suono come terzo bis e vedo persone che vengono a salutarmi con le lacrime agli occhi.»

Tra i nomi che ammira maggiormente cita Keith Jarrett e Stefano Bollani. «Jarrett è un genio. Ti prende l’anima, suona con il cuore in mano. Bollani invece ha un cervello incredibile ma anche un cuore enorme».

Nonostante i cinquanta milioni di ascolti su Spotify e una carriera internazionale, Mastrini non nasconde che il traguardo dei sogni deve ancora arrivare. «Mi manca il grande successo. Lo dico con sincerità. Per tanti anni, forse, non l’ho nemmeno cercato davvero perché mi spaventava. La televisione in diretta, i grandi eventi… sento tantissimo la pressione.»

Oggi, però, il desiderio è cambiato. «Vorrei soprattutto che i miei figli, un giorno, potessero dire con orgoglio: quello è nostro padre. È più per loro che per me.»

Tra i ricordi più intensi resta la Carnegie Hall di New York. «Quando avevo quindici anni studiavo anche dieci ore al giorno e la sera sognavo di suonare lì. Quando sono entrato davvero su quel palco è stato come realizzare il sogno del ragazzo che ero.» Ma se oggi è il musicista che il pubblico conosce, gran parte del merito va al maestro Vincenzo Vitale.

Ricorda ancora perfettamente il loro primo incontro. «Mi disse una frase che non dimenticherò mai: “Tu suoni bene, ma solo per i sordi. Se vuoi fare il pianista dobbiamo ricominciare da capo”. In quel momento fu una coltellata al cuore, ma aveva ragione. È stato lui a insegnarmi la ricerca del suono, la tecnica e il rispetto della musica.»

Ed è forse proprio questa continua voglia di migliorarsi a raccontare meglio di ogni altra cosa Maurizio Mastrini. Dopo oltre mille concerti, milioni di ascolti e una carriera internazionale, continua ancora oggi a sedersi davanti al pianoforte con la stessa emozione del ragazzo che sognava la Carnegie Hall.

Autore
Panorama

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