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Lo zio di Manfredi e i “premi di scoraggiamento” di Leo Longanesi

  • Postato il 7 luglio 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Lo zio di Manfredi e i “premi di scoraggiamento” di Leo Longanesi

Da più di un secolo i periodici Usa intrattengono i lettori con rubriche divertenti di aneddoti sui vip: li inventano agenzie che forniscono materiali ai columnist di gossip faceti. Nel caso sentiste il bisogno di ritrovare un po’ di buonumore in questi tempi cupi del cazzo con aneddoti gustosi redatti alla maniera americana, eccovi serviti.

Nel Ventennio non mancarono gli spiriti liberi e arguti. Il professor Tito Tosi, filologo insigne, era presidente di una seduta d’esami quando si presentò un candidato che, porgendo il libretto universitario, fece il saluto romano dicendo: “Mario Mengozzi, cittadino di Predappio, patria del Duce”. Al che Tosi s’alzò dalla poltrona e, tendendogli la mano all’antica, ricambiò la presentazione dicendo: “Tito Tosi, cittadino di Firenze, patria di Dante”.

Leo Longanesi, nauseato dalla pletora di premi letterari che infestavano già allora la Penisola, proponeva dei “premi di scoraggiamento”: “Si dovrebbero dare dei denari agli scrittori che hanno scritto un libro e minacciano di farne uscire un altro, con l’impegno da parte loro di non scriverne più”.

“Avevo uno zio commerciante” confidò Nino Manfredi a Corrado in una puntata di Domenica in, “che un giorno parlava con mia zia di un caso di coscienza. Poiché avevo solo 6 anni, non sapevo di cosa stessero discutendo. ‘Cos’è un caso di coscienza, zio?’ Lui mi guardò, si grattò la barba e mi disse: ‘Un caso di coscienza è questo. Immagina che io venda per 10 lire due metri di stoffa a una signora che, dopo avermi pagato con una banconota da 25 lire, si perde in chiacchiere e se ne va senza ricordarsi di prendere il resto. Io me ne accorgo: ho incassato 15 lire che non mi spettano. Allora vengo preso da un caso di coscienza: ho il diritto di tenermeli o devo dirlo a tua zia?’”

Per il nuovo romanzo, Andrea Camilleri si era documentato a lungo sulla vita che si fa in carcere. Un giorno viaggiava in treno con la nipotina. Lo scompartimento era completo. A un certo punto la bimba notò nel paesaggio un grande edificio: “Che cos’è?” “Una prigione”, rispose Camilleri. La bimba rifletté un istante, poi domandò: “Quella dove sei stato tu, nonno?”

Un amico di Paolo Villaggio gli faceva visitare la propria villa di campagna, edificata di recente in stile brutalista. “Ed è tutta costruita con materiale ignifugo!” aggiunse orgoglioso. “Peccato”, commentò Villaggio.

Il ministro Carlo Alberto Racchia aveva una cultura modesta, ma a Montecitorio era bastata per creargli una fama di studioso e di filosofo. Quando proposero a Giovanni Giolitti la nomina di Benedetto Croce a ministro dell’Istruzione, Giolitti, che come molti uomini di potere non si curava della gerarchia intellettuale, rispose: “Perché no? Così nel gabinetto avremo due filosofi: Croce e Racchia”.

Il 7 maggio 1964 Paolo VI convocò nella Cappella Sistina artisti e intellettuali per una prolusione su Chiesa e cultura. A un certo punto, ricordando l’episodio della resurrezione di Lazzaro, commentò bonario: “Certo non è ai nostri giorni che si vedranno dei morti levarsi dalla loro tomba”. “Già”, mormorò Ennio Flaiano, “la medicina ha fatto troppi progressi”.

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Il Fatto Quotidiano

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