L’Europa ci ha insegnato come lasciare la Sardegna. Ora deve imparare a farci tornare
- Postato il 12 luglio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Alessandro Zedde
Alle sei del mattino, in un paese della Sardegna, il pullman porta via studenti, lavoratori e giovani diretti verso città e aeroporti. Dietro restano case chiuse, anziani e comunità che invecchiano. È una scena che si ripete in molte aree interne europee, dai Carpazi all’Appennino, dove alla crescente mobilità dei giovani si affianca lo svuotamento progressivo dei piccoli territori.
Negli ultimi decenni l’Unione europea ha costruito un’infrastruttura efficace per favorire la mobilità attraverso Erasmus+, il Corpo europeo di solidarietà e la libertà di circolazione. Non ha però sviluppato con la stessa efficacia le condizioni perché quei giovani possano scegliere di tornare o restare. Il problema non è la partenza, ma l’assenza di opportunità nei luoghi di origine.
I dati confermano una tendenza strutturale. Tra il 2014 e il 2024 le aree rurali europee hanno perso quasi otto milioni di abitanti, mentre le città ne hanno guadagnati oltre dieci milioni. A lasciare questi territori sono soprattutto i giovani, mentre cresce la popolazione anziana. In Italia il fenomeno interessa in particolare le aree interne, lontane dai servizi essenziali, dove il calo demografico è molto più marcato rispetto ai comuni centrali.
La Sardegna rappresenta uno dei casi più evidenti. L’isola registra il più basso tasso di fecondità italiano e una popolazione sempre più anziana. Nei piccoli comuni l’età media supera i cinquantadue anni e la perdita di giovani comporta anche conseguenze economiche. Secondo il Centro Studi Confindustria Sardegna, il progressivo calo della popolazione in età lavorativa corrisponde a un potenziale produttivo non realizzato di circa 1,7 miliardi di euro. Le cause sono note. Un’economia troppo dipendente dal turismo stagionale, poche opportunità per laureati e diplomati, riduzione dei servizi essenziali e persistente divario digitale alimentano un circolo vizioso che rende sempre più difficile vivere nei piccoli centri.
Parallelamente la mobilità europea ha prodotto risultati importanti. Erasmus+ ha coinvolto oltre 16,5 milioni di partecipanti e in Italia interessa ogni anno decine di migliaia di persone. Queste esperienze migliorano competenze, occupabilità e reti professionali. Tuttavia, la stessa mobilità facilita anche la perdita di capitale umano, perché molti giovani trovano lavoro altrove e non rientrano.
Invitare semplicemente i giovani a restare non basta. Senza lavoro stabile, servizi, connessioni digitali e prospettive di lungo periodo, restare rischia di diventare una rinuncia più che una scelta. Anche i finanziamenti europei incontrano spesso ostacoli amministrativi nei piccoli comuni, che dispongono di risorse limitate per progettare e gestire gli interventi.
L’Unione europea ha avviato politiche specifiche per le aree rurali e l’Italia ha rafforzato la Strategia nazionale per le aree interne. In Sardegna iniziative come il recupero delle case abbandonate a Ollolai o gli incentivi regionali per chi si trasferisce nei piccoli comuni dimostrano capacità di innovazione e attraggono nuovi residenti. Restano però esperienze ancora insufficienti a invertire una dinamica demografica di lungo periodo.
L’Europa non dovrebbe essere vista soltanto come un finanziatore, ma come uno spazio di mobilità e di opportunità. Se oggi permette ai giovani di partire, la sfida dei prossimi anni sarà rendere i territori di origine luoghi in cui tornare sia una possibilità concreta. Con il nuovo Erasmus+ e la futura politica di coesione, il vero banco di prova non sarà soltanto quanti giovani partiranno, ma quanti territori daranno lavoro, servizi e qualità della vita sufficienti per essere scelti una seconda volta. Il pullman continuerà a partire ogni mattina, è giusto che sia così.
Nessuna politica dovrebbe impedire ai giovani di cercare il proprio futuro altrove. La vera sfida è fare in modo che, sempre più spesso, qualcuno possa scegliere di tornare, perché ciò che si lascia sia a sua volta un luogo costruire il proprio futuro.
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