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L’eccidio oltre il 25 aprile e la ritorsione: a Collegno e Grugliasco c’è una storia su cui è calato l’oblio

  • Postato il 25 aprile 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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L’eccidio oltre il 25 aprile e la ritorsione: a Collegno e Grugliasco c’è una storia su cui è calato l’oblio

In due comuni a ovest di Torino – Grugliasco e Collegno, oggi poco meno di 100mila abitanti in due, da sempre feudi della sinistra – il 25 aprile si commemora il 30, cinque giorni dopo.

La sera del 29 aprile 1945 la popolazione è in festa. Le truppe tedesche della 34° divisione di fanteria e del LXXV corpo d’Armata, in ritirata, percorrono il corso Francia che separa i due comuni per ricongiungersi al grosso delle truppe che tornavano in Germania. Colpi di arma da fuoco sulla colonna, si accende la reazione dei tedeschi che entrano nell’edificio da cui provengono. Ci trovano quattro loro ufficiali che erano stati fatti prigionieri qualche giorno prima, due sono morti. Scatta la rappresaglia: rastrellano le due cittadine, prelevano ostaggi tra i civili, saccheggiano negozi e case alla ricerca dei partigiani. Poi cominciano le esecuzioni, 67 persone (tra cui un prete, una giovane maestra, tantissimi ragazzi appena adolescenti) vengono fucilate, i soldati tedeschi si accaniscono anche sui corpi. Un ultimo ostaggio verrà ucciso il giorno dopo portando a 68 il numero delle vittime. Alla fine della giornata il transito delle truppe in ritirata è completo, i tedeschi se ne sono andati, la notte ha lasciato famiglie in lutto e due città che non hanno più nulla da festeggiare.

Il primo maggio, poche ore dopo, mentre si preparano i funerali delle vittime dell’eccidio [in foto], alcuni abitanti di Collegno si uniscono in armi a un gruppo locale di sappisti e fucilano per ritorsione 29 militi della Divisione Littorio fatti prigionieri qualche giorno prima. Sul fatto cala l’oblio, in una sorta di rimozione collettiva che non si rompe nemmeno in occasione delle partecipatissime ricorrenze annuali della strage dei 68 martiri. La storia delle due cittadine è contrassegnata da quella vicenda, dai 68 martiri, dall’antifascismo e dalla memoria, manca solo quell’ultimo pezzo. Mancherà per 53 anni.

Il 30 aprile 1998 il Corriere di Collegno e Grugliasco – un settimanale centrale nella vita politica e sociale di quegli anni a ovest di Torino – esce con un titolo a tutta pagina “Dopo la strage ci fu una vendetta” che ebbe l’effetto di una deflagrazione sulle due città, impegnate a preparare la consueta commemorazione. Il direttore del giornale Giovanni Lava (con la vice Stefania Aloia), che aveva firmato l’articolo e raccontato i fatti del 1 maggio per come li aveva raccolti dalle testimonianze di concittadini ormai così avanti negli anni da potersi permettere di infrangere il velo di omertà che aveva coperto la storia, viene subito dipinto come “amico dei fascisti”, mestatore nel torbido e messo all’indice con una violenza e una determinazione degna di un regime. Scriverà Lava: “Grande fu lo scandalo anche perché gran parte dei collegnesi e grugliaschesi più giovani e tutti quelli che nelle due città si erano trasferiti negli anni della grande immigrazione effettivamente avevano sempre sentito raccontare dei tragici fatti del 29/30 aprile, ma ignoravano del tutto quanto accaduto il giorno dopo, e cioè il massacro di 29 militi della divisione fascista Littorio che nei giorni precedenti si erano arresi ai partigiani ed erano tenuti prigionieri nel capannone di una fabbrica, la Frendo, prigionieri di guerra che nulla avevano a che fare con la strage nazista”. Ero allora il sindaco di Grugliasco, ero e sono amico (molto) di Lava, questo bastò perché quella sera stessa durante la commemorazione fossi assalito dai politici locali, tutta la sinistra schierata, che arrivò nei suoi interventi a definirmi econazista.

Poi vennero i giorni della Rai in città a ricostruire la vicenda per “Correva l’anno”, dei giornali nazionali che scoprirono la storia. Urgeva una ricostruzione degli eventi, seppure tardiva, di una storia spezzata doveva essere ricomposta. Le amministrazioni comunali conferirono mandato all’Istituto Storico della Resistenza perché si facesse carico dell’impresa. Il giovane ricercatore Bruno Maida fu incaricato di raccogliere testimonianze e tracce negli archivi, il lavoro di ricostruzione prese la forma di un testo Prigionieri della memoria. Storia di due stragi della Liberazione (Angeli 2002), che non a caso porta in apertura la presentazione dei due sindaci di Grugliasco e Collegno, a segnare l’inizio di una fase nuova nella storia delle due città. Mancava il contributo del presidente dell’ANPI Armando Valpreda, morto l’anno prima, che aveva voluto e appoggiato il giornale difendendolo dagli attacchi perché “la verità non è mai fascista”. Due anni dopo il Corriere di Rivoli Grugliasco e Collegno ha dovuto chiudere.

I fatti del 1 maggio 1945 – al pari di migliaia di eventi in qualche caso perfino più cruenti – sono la dimostrazione degli effetti della guerra: oltre alle devastazioni e ai lutti, abbruttisce e rende normale uccidere e distruggere. Queste storie appartengono al passato, eppure ri/vivono in un presente che è sempre più violento e disumanizzante: chi pone ragionamenti e dubbi – o semplicemente pubblica notizie quando le trova – deve essere prima classificato pro o contro, poi eliminato perché dà fastidio e rifiuta la battaglia. Viviamo in tempi di guerre, i buoni e i cattivi li decide la propaganda, l’obiettivo è l’annientamento dell’avversario. Sull’omertà si costruiscono carriere politiche di tutto rispetto, come è stato qui all’ovest di Torino.

Raccontare queste storie non sminuisce l’eroismo, la generosità e l’importanza della lotta partigiana, serve a dirci perché non dobbiamo credere a chi ci parla di “guerra giusta”, di buoni e di cattivi. La guerra abbruttisce tutti, buoni e cattivi, per questo la Liberazione non è finita.

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Il Fatto Quotidiano

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