Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

Le proteste degli studenti in Francia rinfrancano: tre motivi per cui in Italia questo non accade

  • Postato il 9 ottobre 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
  • 0 Visualizzazioni
  • 4 min di lettura
In sintesi

Generazione sintesi AI in corso…

Le proteste degli studenti in Francia rinfrancano: tre motivi per cui in Italia questo non accade

Ogni forma di violenza va condannata. Ma al netto di questo, ammetto: l’enorme marea di giovani francesi scesi in piazza a chiedere soprattutto una scuola migliore, ottenendo numerose vittorie, è uno dei pochi spettacoli che rinfranca in questo momento storico privo di speranza. E contrasta anche l’amarezza assoluta di una legge elettorale orribile e “ad personam” approvata dal Parlamento in sfregio al principio della rappresentatività che è alla base della democrazia.

Ci sarebbero fin troppi motivi, da noi, per riempire le piazze. Eppure se gli adulti sembrano ormai aver dimenticato questa modalità, anche gli studenti – per ora – non riescono a raggiungere numeri tali da smuovere governi e parlamenti. I motivi a mio avviso sono tre. Il primo è banalmente demografico: in Italia ci sono meno giovani, circa quattro milioni in meno della Francia. Da noi nascono meno figli dunque esiste un problema evidente di numeri.

Il secondo motivo è costituito dagli illiberali decreti sicurezza votati dalla maggioranza in sfregio a ogni diritto a manifestare e a esprimere il proprio pensiero. Elenco alcune misure: il blocco stradale trasformato in reato penale, con pene che aumentano drasticamente se l’azione è commessa da più persone; il fermo preventivo di polizia, ovvero il potere per le forze dell’ordine di trattenere fino a 12 ore presso gli uffici di polizia anche per semplice sospetto che un soggetto possa compiere azioni criminose; poi c’è l’ampliamento del daspo urbano, notevolmente esteso, con il divieto a soggetti che hanno ricevuto anche una semplice denuncia negli ultimi cinque anni per fatti legati alle manifestazioni ad accedere a determinate aree urbane; infine, sono stati introdotte sanzioni e repressione per chi organizza manifestazioni o anche semplici contestazioni pubbliche senza il regolare preavviso delle autorità o senza rispettare l’itinerario, con multe fino a diecimila euro.

Infine, è stato introdotto il divieto assoluto di manifestare per individui con condanne specifiche, tra cui lesione a pubblici ufficiali, con reclusione da 4 mesi a un anno. E’ ovvio che queste misure sotto molti punti di vista aberranti limitano la libertà di protesta e scoraggiano tantissimi che pure vorrebbero scendere in piazza. Anche perché la protesta per sua natura non può essere necessariamente ingabbiata, altrimenti non sarebbe tale e perderebbe non paradossalmente la sua efficacia.

E poi, a mio avviso, c’è un altro motivo. Che ha a che fare con un’arretratezza tutta italiana, legata ai bassi stipendi e anche al basso tasso di laureati nel nostro paese. Siamo il peggior paese in Europa dopo la Romania per numero di giovani laureati, circa il 31% contro il 53% per cento dei francesi. E questo purtroppo conta moltissimo, perché più si è scolarizzati più si hanno gli strumenti per leggere in maniera critica le oppressioni e ingiustizie che limitano le nostre esistenze.

Anche il tema dei bassi stipendi aggrava il problema: purtroppo, già durante la scuola secondaria molti giovani in Italia sono costretti a lavorare, per integrare i magri bilanci delle famiglie. E a maggior ragione questo accade quando finisce la scuola, quando sono costretti a rinunciare in partenza agli studi universitari, proprio per lavorare.

L’erosione del potere di acquisto e l’aumento drammatico dell’inflazione rischiano di sbarrare ancor di più le porte dell’università a tanti ragazzi. Così, di fatto, la protesta si limita spesso a licei urbani, spesso in zone centrali delle città, come a Roma, oppure nelle grandi università. In questi luoghi si fa tanta politica, anche in maniera bella e partecipata, ma ovviamente per farla servono tempo e risorse. Tempo e risorse che per moltissimi che sono nella dimensione della sopravvivenza non ci sono.

Dopodiché, per fortuna, ci troviamo di fronte a imminenti manifestazioni importanti e speriamo massimamente partecipate: lo sciopero per il clima, dopo un anno, il 16 ottobre prossimo, che vedrà tornare in piazza, dopo l’estate più torrida della storia, gli attivisti per il clima (ma non solo: anche per la pace e contro ogni guerra). Mentre il 20 novembre ci sarà uno sciopero nazionale in tutta Italia, organizzato dall’Unione degli Studenti. Nel frattempo, anche da noi la protesta dilaga qua e là nelle scuole e università, cominciando ad occupare le prime pagine dei giornali.

Speriamo che possa trasformarsi in una protesta nonviolenta massiccia, sistematica e strutturata. Perché le piazze stracolme, e stracolme per giorni, hanno un potere davvero magico: quello di cambiare l’agenda politica. Quello di dare corpo fisico ad una protesta che non può restare confinata sul web. Quello di far capire a chi ci governa che non tutto è lecito e che non si può continuare a (mal)agire e (mal)legiferare impunemente come se non esistesse alcuna opposizione nel paese. Che invece c’è, e speriamo che abbia sempre più i volti di ragazzi e ragazze di tutta Italia.

L'articolo Le proteste degli studenti in Francia rinfrancano: tre motivi per cui in Italia questo non accade proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autore
Il Fatto Quotidiano

Potrebbero anche piacerti