Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

La richiesta di Lavitola: domiciliari in Basilicata

  • Postato il 8 settembre 2026
  • Notizie
  • Di Quotidiano del Sud
  • 0 Visualizzazioni
  • 4 min di lettura
In sintesi

Generazione sintesi AI in corso…

La richiesta di Lavitola: domiciliari in Basilicata

Il Quotidiano del Sud
La richiesta di Lavitola: domiciliari in Basilicata

GLI AVVOCATI Sergio e Arturo Cola, difensori di Valter Lavitola, hanno chiesto ai giudici del Riesame la concessione degli arresti domiciliari in Basilicata, a Noepoli. Il piccolo Comune del potentino è stato scelto perchè lontano dalla rete di contatti di Lazio e Campania dell’imprenditore, ritenendo che la custodia in carcere non sia necessaria.

La mossa a sorpresa della difesa sposta l’asse geografico di una delle inchieste più scottanti degli ultimi mesi, collegando i destini giudiziari della Capitale ai silenzi della provincia potentina. Valter Lavitola, detenuto dal 10 agosto scorso nel penitenziario di Rebibbia, è comparso in videocollegamento per tentare di alleggerire la propria posizione cautelare.

Al centro della discussione c’è quel mandato d’attacco ai danni dell’ex conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, consumatosi la sera del 16 ottobre 2025 davanti alla villetta del giornalista a Pomezia. Un’azione di fuoco che ha sconvolto l’opinione pubblica e che oggi l’ex editore rivendica sotto una luce del tutto capovolta. Così, mentre il Riesame si riserva di decidere, i riflettori si spostano in Basilicata, infatti, secondo indiscrezioni investigative, l’allontanamento dal Lazio e dalla Campania servirebbe proprio a recidere ogni legame equivoco.

Noepoli, un piccolo borgo situato nel cuore del Parco Nazionale del Pollino in provincia di Potenza, è la sede individuata dall’imprenditore per scontare gli arresti domiciliare. Si tratta del paese d’origine, il luogo dove ha trascorso l’infanzia e dove la difesa avrebbe già individuato un’abitazione in affitto. In questo fazzoletto di terra lucana, isolato dalle rotte del grande malaffare, Lavitola non disporrebbe di conoscenze utili o di vie di fuga, garantendo la totale neutralizzazione del rischio di recidiva o di inquinamento delle prove.

La parola passa ora ai magistrati romani, attesi al varco entro il 10 settembre per stabilire se concedere il confino lucano o confermare le austere celle di Rebibbia.

LE TESI DELLA DIFESA DI LAVITOLA

Secondo la tesi sostenuta dalla difesa davanti al Tribunale della Libertà, nel gesto compiuto non vi sarebbe alcuna finalità eversiva o di condizionamento democratico, Lavitola ha infatti ribadito il suo rapporto “di profonda amicizia con Sigfrido Ranucci” tramite la quale sperava “di potersi riabilitare” e ottenere “un riscatto sociale”. Una sorta di bizzarro salvacondotto morale per dimenticare le passate tempeste giudiziarie.

L’ex faccendiere ha persino tratteggiato i contorni di un vecchio sogno nel cassetto: una futuribile discesa in campo del giornalista televisivo, che lo avrebbe visto nel ruolo strategico di spin doctor o di “consigliere”. Un progetto politico di cui i due avrebbero parlato spesso, sebbene Ranucci si fosse sempre mostrato del tutto disinteressato. “Ma dietro l’attentato non c’è alcun movente politico”, ha voluto specificare l’indagato per smontare i teoremi della Procura.

La tesi difensiva poggia su una spiazzante logica di protezione. Lavitola sostiene di aver saputo che il conduttore di Report fosse in grave pericolo, nel mirino di fazioni oscure. “Io ho dato un mandato in bianco – ha confessato in udienza -. Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie”. Il piano, stando a questo racconto, è sfuggito di mano. L’incarico sarebbe stato affidato a Gomes Tavares, un soggetto con esperienza nella sicurezza militare, senza indicazioni specifiche sulle modalità. “L’attentato con la bomba è un’idea di Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutta la responsabilità – ha aggiunto Lavitola -. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo senza dirmi che sarebbe stata una bomba. Io avevo dato un mandato specificando che non doveva fare male a nessuno”. Una versione che giustificherebbe anche le ripetute telefonate fatte nei mesi successivi alla vittima per sollecitare un innalzamento dei livelli della scorta. Gli inquirenti non sono affatto convinti da questo slancio d’altruismo.

L’IMPIANTO ACCUSATORIO

Per la magistratura romana le cose stanno in modo radicalmente diverso. L’impianto accusatorio mette in luce il forte carattere mafioso dell’azione esecutiva. Anche se l’ordigno non voleva provocare vittime o feriti tra le pareti domestiche di Pomezia, la modalità resta gravemente intimidatoria, tipica dei contesti criminali spietati. Il recupero della gelatina da cava in Campania da parte della banda assoldata dimostra un’organizzazione spietata, incompatibile con le dichiarazioni di un salvataggio amichevole. Per i giudici, il gip ha motivato correttamente la custodia cautelare a causa della facilità con cui l’indagato è riuscito a reclutare manovalanza criminale.

Il Quotidiano del Sud.
La richiesta di Lavitola: domiciliari in Basilicata

Autore
Quotidiano del Sud

Potrebbero anche piacerti