La posta dell’estate: Le contestatrici del corpo di Manila, donne che odiano le donne
- Postato il 30 agosto 2026
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- Di Quotidiano del Sud
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Il Quotidiano del Sud
La posta dell’estate: Le contestatrici del corpo di Manila, donne che odiano le donne
La rubrica del Quotidiano… la Posta dell’estate: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Le contestatrici del corpo di Manila, donne che odiano le donne
LE VOSTRE DOMANDE ALLA POSTA DELL’ESTATE: Le contestatrici del corpo di Manila, donne che odiano le donne
Cara AltraVoce, le voglio parlare di Manila Esposito, diciannove anni, ginnasta, medaglia d’oro al corpo libero agli Europei di Zagabria con un punteggio che le è valso il titolo continentale, e finita nel mirino di commenti sul suo fisico proprio nei giorni in cui gareggiava per l’Italia, in seguito ai suoi successi europei. Quello che mi manda in cortocircuito non è tanto l’esistenza degli odiatori, quelli, purtroppo, li mettiamo ormai in conto come le zanzare d’agosto. È che una buona parte di quei commenti, a quanto pare, arrivava da altre donne. Donne che guardano una ventenne vincere una medaglia d’oro e invece di vedere una schiena allenata per anni a sollevare il proprio peso in aria, vedono qualcosa da correggere, da alleggerire, da rendere più simile a un’idea di grazia che con la ginnastica reale non ha niente a che fare.
Lei ha risposto benissimo, devo dire: ha chiuso il campionato con tre medaglie senza mai rispondere pubblicamente alle critiche, e a chi le chiedeva cosa direbbe agli odiatori ha fatto notare quanto sia fuori tempo, ormai, continuare a giudicare i corpi delle persone indipendentemente da chi le pratica e in quale sport. Bravissima lei. Ma io non sono lei, e mi accorgo che questa storia mi ha lasciato una specie di fastidio permanente, tipo un sassolino nella scarpa: perché continuiamo a farci questo, tra donne? Perché il corpo di un’altra donna diventa, ancora oggi, terreno di commento pubblico, anche quando quel corpo ha appena vinto?
Una richiesta… pratica
Non le chiedo una lezione sul patriarcato interiorizzato, quella più o meno la conosco. Le chiedo qualcosa di più pratico: come si fa a non restare incastrate in questo fastidio, a non passare le giornate a scorrere commenti orribili sotto il profilo di una ragazza che non conosciamo, sentendoci in qualche modo chiamate in causa? Come si supera, nel quotidiano, lo stupore di scoprire che siamo ancora qui a discutere di bicipiti femminili nel 2026?
Una che continua a cancellare questa lettera
LA NOSTRA RISPOSTA
Cara lettrice che cancella, ho scritto più volte su questo tema, portando sempre me stessa e le mie vicissitudini come esempio. Il mio corpo è cambiato e cambia continuamente e a quanto pare questo non è un problema, se in termini di problema ne vogliamo parlare, solo mio, ma di chiunque mi guarda. È letteralmente insopportabile. E mi crea molta ansia.
Le confesso che l’ultima volta che ho scritto delle mie variazioni di peso nel corso degli anni in questa rubrica, mia madre mi ha chiamata per chiedermi se stessi bene, come se l’ironia sul proprio corpo fosse ormai un sintomo clinico. Le racconto questo aneddoto perché il suo fastidio, quello che descrive lei, io lo conosco benissimo, lo vivo in prima persona ed è lo stesso che provo ogni volta che scrollo i social e trovo una donna che commenta il fisico di un’altra come se stesse valutando un mobile all’Ikea.
Struttura solida, ma quella gamba lì la cambierei. Il punto, credo, è che a nessuna di noi hanno mai insegnato a guardare un corpo femminile senza emettere un verdetto. Ci hanno addestrate come giudici di gara permanenti, con il cartellino sempre pronto: troppo, poco, non abbastanza qualcosa. E il bello, si fa per dire, è che il bersaglio può anche essere una che ha appena vinto un oro europeo a diciannove anni. Anzi, forse proprio per quello: un corpo che vince senza chiedere permesso a nessuno mette in crisi tutta l’impalcatura del giudizio.
I suggerimenti
Le do un consiglio pratico e uno meno pratico. Quello pratico: la prossima volta che si sorprende a leggere o, peggio, a pensare un commento sul fisico di qualcuna, si chieda semplicemente «questo corpo sta facendo quello che deve fare?». Punto. Non è un test di bellezza, è un test di funzione. Il resto sono chiacchiere da bar mascherate da opinioni.
Quello meno pratico è una playlist di consolazione, che io tengo sul comodino per le giornate storte. Il mito della bellezza di Naomi Wolf è vecchio quanto me, ma spiega meglio di qualunque articolo di oggi perché il controllo sui corpi delle donne sia sempre stato, più che estetica, una faccenda di potere. Fame di Roxane Gay fa più male, perché non consola per niente: racconta un corpo giudicato da fuori e vissuto da dentro, e non promette redenzioni facili, ma è di una onestà che disarma. Grasso è bello di Susie Orbach compie quarant’anni ma dice ancora, con più chiarezza di molti articoli di oggi, perché continuiamo a controllare i corpi delle donne invece di lasciarli fare quello che sanno fare, nel caso di Manila Esposito, per esempio, vincere.
Il consiglio da vedere
E se una sera vuole vedere qualcosa invece di leggerlo, guardi I, Tonya: la storia di un’atleta giudicata per la sua classe sociale e per il suo fisico esattamente quanto per i suoi salti, e che alla fine vince e perde nello stesso momento, un po’ come succede sempre a chi si espone. Il fastidio, lo tenga. È la prova che non si è ancora abituata a qualcosa a cui non dovremmo abituarci mai.
Ah le faccio un’ultima confessione: io non ho mai smesso del tutto di avere pensieri stupidi sui corpi altrui, il mio compreso. Nessuna smette del tutto. Ma ho smesso di considerarli fatti, e ho iniziato a considerarli rumore di fondo, come il ronzio del frigorifero: c’è, lo sento, non gli do più credito.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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