Invece di invocare la remigrazione, chiediamoci perché il modello spagnolo funziona
- Postato il 21 aprile 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Rocco Tralli
Negli ultimi anni si è diffuso, in alcuni ambienti politici e culturali, il termine remigrazione. Una parola costruita per suggerire che ridurre o invertire la presenza degli immigrati possa rappresentare una soluzione ai problemi dei cittadini. In realtà, questo tipo di narrazione finisce spesso per spostare l’attenzione da questioni come salari bassi, prezzi delle case sempre meno accessibili, sanità in affanno, servizi pubblici più deboli.
Eppure, basterebbe guardare la realtà. In Italia, nel 2024, quasi sette lavoratori domestici su dieci erano stranieri, secondo l’Inps. E il loro ruolo è importante anche nel turismo e nella ristorazione: il Ministero del Lavoro indica che gli stranieri rappresentano il 18,5% degli occupati in alberghi e ristoranti. Altro che presenza marginale: parliamo di persone che assistono anziani, lavorano negli hotel, servono nei locali e rendono possibile una parte concreta della vita quotidiana del Paese.
La parola remigrazione incontra consenso in una parte dell’opinione pubblica anche perché semplifica problemi complessi. Non importa quanto siano profondi i problemi — salari troppo bassi, mutui sempre meno accessibili, sanità in difficoltà — la risposta resta sempre la stessa. Ma questa parola serve più a produrre consenso che a capire la realtà. Il rischio è quello di mantenere il dibattito pubblico su un terreno identitario, invece di affrontare le cause strutturali del fenomeno.
Il confronto con la vicina Spagna, allora, diventa interessante. Mentre in altri contesti europei l’immigrazione viene rappresentata soprattutto come una minaccia permanente, Madrid l’ha trattata anche come una questione economica e demografica, non soltanto come un’emergenza identitaria. Il Banco de España ha osservato che tra fine 2019 e fine 2024 circa il 76% dei nuovi posti di lavoro è stato occupato da persone nate all’estero. Inoltre, i dati del Ministero dell’Interno spagnolo mostrano che nel 2024 alcuni dei principali reati comuni contro il patrimonio, come i robos con violencia o intimidación, sono diminuiti; nel 2025, poi, la criminalidad convencional si è attestata a 40,4 reati ogni 1.000 abitanti, nella fascia più bassa della serie storica.
Questo non dimostra automaticamente che più integrazione faccia diminuire il crimine. Ma smentisce una narrazione stereotipata: più immigrati non significa, per definizione, più insicurezza, soprattutto quando esistono politiche sociali e di inserimento nel mondo del lavoro.
C’è poi una contraddizione che attraversa spesso questo discorso pubblico: si critica l’immigrazione in astratto, salvo poi dipendere ogni giorno, nella vita concreta, dal lavoro degli immigrati. Li si trasforma in bersaglio politico nei comizi, ma li si accetta senza troppi problemi quando assistono gli anziani, puliscono case e uffici, servono nei ristoranti o tengono in piedi settori essenziali dell’economia.
Forse, invece di inseguire slogan come la remigrazione, sarebbe più utile chiedersi quanto del modello spagnolo possa essere adattato anche in Italia: meno propaganda, più integrazione, più lavoro, più realismo.
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