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Intervista all’artista del Padiglione Danese della Biennale di Venezia 2026 che ha messo in scena i porno divi

Intervista all’artista del Padiglione Danese della Biennale di Venezia 2026 che ha messo in scena i porno divi

Alla Biennale Arte 2026 il Padiglione Danese presenta Things to Come, il progetto di Maja Malou Lyse (Danimarca, 1993) curato da Chus Martínez. È un lavoro che entra in una zona molto precisa del presente, dove pornografia, biotecnologia, desiderio e cultura visuale non funzionano più come territori separati, ma come parti dello stesso sistema di produzione dell’immaginario. A Venezia questa ricerca prende una forma più esposta: una grande installazione video sviluppata con DIS, materiali provenienti da Cryos, la più grande banca del seme al mondo, performer dell’industria pornografica e un intervento che ingloba l’architettura del padiglione. Non tanto una provocazione, dunque, quanto un dispositivo di attrito tra diversi regimi della visibilità. Ne abbiamo parlato con l’artista.

Maja Malou Lyse e Common Accounts, Things to Come, Padiglione della Danimarca, 61° Biennale di Venezia. Ph: Ugo Carmeni

Intervista a Maja Malou Lyse, l’artista del Padiglione Danese

Il titolo, “Things to Come”, suggerisce attesa, proiezione, forse anche inquietudine. Che cosa significa dentro la tua pratica?
L’estate scorsa ho avuto una piccola ossessione per vecchi film e romanzi di fantascienza. Mi interessava il modo in cui la cultura usa le immagini in movimento per rappresentare ciò che non conosce. C’è qualcosa di molto umano nel trasformare in estetica la paura dell’ignoto: aiuta a elaborarla. Quando ho trovato Things to Come, un film degli Anni Trenta, ho capito subito che quello era il titolo giusto. Anche il mio progetto guarda a un momento sospeso, a un mondo che si sta rompendo e ricomponendo attraverso la tecnologia. C’è quell’idea di qualcosa di aperto, non ancora definito. Ma c’è anche un doppio senso piuttosto evidente, e mi piaceva molto. Considerando che nel lavoro compaiono performer porno e seme proveniente da una banca del seme, mi sembrava perfetto.

Nel tuo lavoro tornano spesso desiderio, autorappresentazione, cultura digitale, corpi e politiche della visibilità. Che cosa cambia quando questi temi entrano nello spazio di un padiglione nazionale alla Biennale di Venezia?
Finora ho lavorato soprattutto con piattaforme basate sulle immagini e fuori dagli spazi espositivi tradizionali: televisione, giornali, riviste, festival. Venezia è una delle mie prime grandi presentazioni personali dentro un’istituzione artistica. All’inizio immaginavo qualcosa di più disperso, più vicino ai media, poi ho deciso di lavorare davvero con il formato del padiglione.

Puoi dirci di più?
Un aspetto importante riguarda i performer del film, che sono celebri pornostar. La Biennale di Venezia riceve circa un milione di visitatori in sette mesi. È più o meno quello che Pornhub riceve in dodici minuti e mezzo. Per me quei performer portano con sé una storia del corpo e della politica delle immagini che continuo a interrogare nel mio lavoro. Molti artisti hanno usato immagini pornografiche, ma è meno frequente lavorare direttamente con i performer e con l’infrastruttura di quell’industria. Allo stesso tempo stavo lavorando con Cryos e con i loro scienziati. Mi interessa proprio questo: l’arte come spazio in cui mondi diversi possono incontrarsi e collidere.

Puoi descrivere più concretamente il progetto che presenti a Venezia?
La presentazione è composta da due lavori principali. Il primo è una grande installazione video a tre canali sviluppata insieme a DIS. Il film è stato girato in parte dentro Cryos, la più grande banca del seme al mondo, che ha sede anche nella mia città natale, Aarhus, e in parte in uno studio di effetti speciali a New York. Abbiamo lavorato con un cast di performer molto noti dell’industria pornografica. Il film tiene insieme una dimensione clinica e una più costruita, quasi cinematografica, mescolando ambienti scientifici e fantasia.
Il secondo lavoro è più scultoreo. È composto da contenitori per il trasporto dell’azoto provenienti da Cryos, quelli usati per conservare e spedire il seme. All’interno c’è seme donato ma scartato a causa della bassa motilità, quindi sperma considerato non riuscito. Nei contenitori sono inseriti anche piccoli schermi LED che mostrano materiali tratti da Sperm Racing, un nuovo sport legato alla manosfera.

Il Padiglione Danese ai Giardini ha un forte peso storico e simbolico. Come hai affrontato quell’architettura?
Devo ammettere che non ero mai entrata nel Padiglione Danese prima di ricevere l’invito. Durante il primo sopralluogo mi sono sentita molto intimidita. Ho pensato: che cosa ci faccio qui? Ho relativamente poca esperienza con opere pensate per lo spazio fisico, quindi era un confronto importante. In quel periodo lavoravo dal mio studio a Times Square, con tutti quei billboard davanti agli occhi. L’installazione è stata influenzata da quel rapporto tra schermi e architettura. Ho lavorato molto da vicino con Common Accounts e insieme abbiamo sviluppato opere integrate nel padiglione. Non volevo usare l’edificio come sfondo, ma come parte attiva del progetto.

Maja Malou Lyse e Common Accounts, Things to Come, Padiglione della Danimarca, 61° Biennale di Venezia. Ph: Ugo Carmeni

L’importante curatrice Chus Martínez cura il padiglione. In che modo il vostro dialogo ha inciso sul progetto?
Quando sono stata nominata dalla Danish Arts Foundation mi è stata posta una condizione precisa: scegliere una curatrice internazionale. Lavorare con lei è stato importante. Porta esperienza e rigore, e ha reso il progetto più preciso. È anche molto brava a riportarmi a terra quando comincio a perdermi. Veniamo da generazioni diverse e non sempre pensiamo nello stesso modo, ma proprio questa differenza è stata produttiva. Lo stesso vale per DIS e per Common Accounts: è davvero uno sforzo condiviso.

La Biennale accentua spesso la tensione tra complessità artistica e visibilità pubblica. Come pensi che il padiglione terrà insieme intimità, spettacolo e critica?
È una tensione molto reale. Da una parte vuoi portare a Venezia il lavoro più ambizioso e complesso che hai fatto finora. Dall’altra sai che ti misuri con un pubblico stanco, sovraccarico, bombardato di immagini. Per me è sempre stato importante che il lavoro parlasse anche fuori dal sistema dell’arte. In questo senso Venezia è il posto giusto. Non so se piacerà a tutti, ma so che non annoierà nessuno.

Nel progetto di Maja Malou Lyse il punto non è la provocazione in sé, categoria ormai troppo debole per spiegare lavori che operano davvero sulle infrastrutture dell’immagine. Il punto è piuttosto l’attrito tra sistemi di visibilità diversi: quello del porno, quello della scienza, quello dell’arte contemporanea, quello della rappresentazione nazionale. Things to Come sembra nascere proprio lì, in quella zona dove il futuro non appare come una promessa limpida, ma come un campo già saturo di desiderio, controllo, riproduzione e spettacolo.

Antonino La Vela

Venezia // fino al 22 novembre 2026
Things to Come. Maja Malou Lyse – 61° Biennale Arte di Venezia. Padiglione Danese
GIARDINI DELLA BIENNALE – Viale Trento, 1260
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L’articolo "Intervista all’artista del Padiglione Danese della Biennale di Venezia 2026 che ha messo in scena i porno divi" è apparso per la prima volta su Artribune®.

Autore
Artribune

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